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WASP – The Neon God: Part 1 (Noise Int. – 2004)

Era dai tempi del precedente Dying For The World quando il leader indiscusso dei W.A.S.P. Blackie Lawless non perdeva occasione per rilasciare già qualche indiscrezione su questo nuovo concept-album. Era evidente quindi che molto doveva essere puntato sulla sua riuscita, ed effettivamente ad ascoltare la prima parte di The Neon God, si ha la netta sensazione che poco o nulla sia stato lasciato al caso, a partire dalla trama del concept, ben curata appunto e sufficientemente descritta all’interno del booklet (ed in maniera più approfondita nel sito ufficiale della band), fino ad arrivare ad alcune composizioni dove si possono scorgere quegli arrangiamenti complessi ed orchestrali costruiti ad arte, che alla fine fanno in un album la differenza.

Imbarazzante e quantomeno fuori luogo tentare di tracciare termini di paragone con Crimson Idol, capolavoro finora ineguagliato, tuttavia qualche piccolo riferimento riconducibile ad esso si manifesta all’ascolto per alcuni passaggi leggermente rielaborati ma che sanno del già sentito, come d’altronde l’intero album sembri pervaso musicalmente da “deja vu” quasi inevitabili.

Nel dettaglio, l’album si apre con una classica overture, ovvero un prologo di ciò che ci si appresta ad ascoltare, per far subito spazio a “Why Am I Here”, primo di una serie di mini introduzioni ai brani veri e propri. E’ il caso di “Wishing Well”, brano in linea con il “Crimson Idol style”, dal buon ritmo e vivace quanto basta ma che a mio avviso risulta carente di personalità. La successiva “Sister Sadie” invece gioca le sue carte su i suoi ben oltre sette minuti di durata; un brano ben strutturato e che si candida come l’episodio più rappresentativo dell’album. “The Rise” ci porta su quelle sonorità maestose, evocative e drammatiche tanto care ai The Who di “Tommy”, per intenderci, con un risultato davvero eccezionale per intensità e pathos. La migliore del lotto arriva con “Asylum #9”, un anthem potente che conquista con il suo impeto incalzante, sicuramente un brano accostabile per DNA alla datata “Headless Children”, mentre la sorpresa è rappresentata da “The Red Room Of The Rising Sun”, una song che sconfina leggermente dai classici canoni del gruppo e che si addentra in punta di piedi invece in meandri di un rock se vogliamo più accessibile e solare, con quelle sue sonorità morbide e suadenti, quasi al limite con la psichedelia.

Il ritorno agli standards, avviene con una classica ballad “What I’ll Never Find” in pieno stile ed eseguita alla perfezione, dove un ottimo Blackie dimostra di essere sempre abile quando ci sono da affrontare interpretazioni sofferte, struggenti o di calma apparente. Quiete, diciamo interrotta da “X.T.C. Riders”, brano caratterizzato da ruvide cavalcate metal e da un refrain accattivante, anche se mi ha lasciato perplesso l’uso di una batteria campionata…

“The Running Man” fa il verso alla già citata “Wishing Well”; brano piacevole ma nulla di più dall’essere menzionato. Il finale è affidato dignitosamente a “Raging Storm”, un brano dalla notevole portata che chiude in maniera soddisfacente questa ambiziosa prova.

In conclusione si può dire che The Neon God è un album che va ascoltato più volte e con calma per apprezzarlo appieno, tuttavia è ancora presto ed azzardato considerarlo un capolavoro. Giudizio finale rinviato all’uscita della seconda parte.

Roberto Pasqua

Valutazione

6.5

Voto

Pros

  • +

Cons

  • -
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