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METALLICA – 72 Seasons (Blackened – 2023)

Era da un po’ che come combriccola redazionale si pensava di dare un commento al nuovo disco dei Metallica, la cui uscita era prevista per questo (imprevedibile) aprile marzolino del 2023. I contributi non sono stati (aehm…) così paritari, ma è anche vero che era giusto che il buon Daniele facesse la parte del leone, per diritto di nascita e per rispetto nei confronti della saggezza… insomma, avete capito. Una sorta di ius soli del thrash metal, mettiamola così! Ma non ditelo troppo in giro, ché lui è un tenerone pronto a sciogliersi con Cinderella e Gary Moore (e chi non lo farebbe?). In ogni caso, il contributo scarno ma “di peso” del buon Giovanni Clemente (nessuna parentela con Louie, lo ribadiamo!) è quello per cui si tratta di un disco furbo con pezzi creati ad arte per “funzionare” dal vivo, al netto di una certa inconsistenza di fondo. Poi, il Nostro si è anche spinto ad affibbiare a “72 Seasons” la palma di “anello mancante” tra “Metallica” e “Load”, cosa che ci può stare, visto che non è la prima volta che i quattro compiono passaggi “mirati” a ritroso.
Per il puntiglioso Francesco, James e soci si sono spinti addirittura a guardare all’epoca di “Kill’em All For One”, nel senso di guardare ancora una volta ai propri padri putativi, per tirar fuori qualcosa da quella lampada magica (o barile raschiato, dopo 40 anni?) che è la NWOBHM. Ciò è valido soprattutto per il singolo apripista “Lux Aeterna”, in cui possiamo tranquillamente immaginare un Lars/Ebenezer Scrooge a cui sono apparsi in sogno di volta in volta Lemmy, Clive Burr, Phil Taylor, Steve Clark, Paul Samson ed Eddie Clarke a mo’ di Fantasmi dei Natali passati, presenti e futuri (Lemmy è sempre il futuro, ovviamente), suggerendogli di portare il suo demo a “Sounds” per racimolare uno slot al Cart & Horses, o qualcosa di simile. Solo che il tennista più famoso del Whiskey A Go-Go deve essersi risvegliato in un garage con le T-shirt di “Justice” appese ai muri, sì proprio quelle con i quattro volti degli altrettanti Cavalieri dell’Apocalisse che furono. E tra i quattro, era Newsted a guardarlo nel modo più torvo, chissà perché. Ecco dunque il motivo dell’aumentato minutaggio di media (specchio, specchio per le allodole: non è stato altro, il primo singolo) ma anche del proliferare di una certa vena malinconica in stile “Eye of the Beholder”, specie nelle rare volte in cui Kirk mette da parte il country/blues/wah (no, non è il treno onomatopeico urlato da Celentano in “Azzurro”) e riprende quelle sonorità. Sì, ma i pezzi? Le 72 stagioni che fanno tanto sogno bagnato di utenti di Netflix pronti a sorbirsi uno “Stranger Things” che spazia dal primo gennaio ’80 al 31 dicembre ’89? Possiamo disquisire quanto vogliamo sulla prolissità (troppi pezzi, troppo lunghi), sull’inconsistenza (“Room Of Mirrors”, vero?) o sugli anni che passano, ma una cosa è certa: questa roba si pianterà progressivamente in testa e sarà impossibile resistere all’assaggio di un altro cucchiaino, a mo’ di gelato Stuff di Larry Cohen (al caporedattore stanno già simpatiche “Shadows Follow”, “Screaming Suicide” e “You Must Burn!”, ad esempio. Gli scoppierà la testa?). Sicuramente più di quanto chiunque di voi abbia fatto per “Senjutsu”, non negatelo. Anche se, a proposito di pezzi lunghi, da qualcuno l’avranno pur preso i Metallica il vizio di mettere le “suite” (tra molte, molte virgolette) alla fine, e se non pensate alla Vergine di Ferro non siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Solo che loro rincorrono incessantemente l’effetto “Ecstasy of Gold/Triello” e non quello del dominio sui mari del Sud, sulle steppe dell’Asia Centrale, sui deserti del pianeta Dune. Ben altra cosa rispetto a “Damage, Inc.” e a “Dyers’ Eve”? Come diceva qualcuno, molto saggio e molto previdente, “accontentati del brodo, ché la carne costa”. [NdR… sì, questa qui su è proprio una nota di redazione: lunghetta come tale, non proprio un proemio, ma ci si avvicina… e ora, buona lettura con il vostro amatissimo Daniele].

“Cari fottutissimi amici” è il titolo di un bellissimo film del mitico Mario Monicelli. Ed è proprio questa frase che sembra (a parer mio) uscire dirompente dall’ultimo album della band metal più grande del pianeta. Ad ogni loro uscita vi è una attesa spasmodica come il primo incontro adolescenziale, come il primo bacio, il primo film porno, o una vittoria ad un derby. Cercherò di non fare paragoni con il passato; altri album, altra era, altra età e soprattutto altro approccio musicale. Partiamo dalla produzione; ovviamente è perfetta, equilibrata, un mix tra il Black album e Load. La copertina; leggermente meglio rispetto a “Death Magnetic” e all’imbarazzante artwork di “Hardwired”, grazie ad una ricerca d’effetto alla Armand Pierre Fernandez. Le canzoni: quasi tutte terribilmente lunghe e stancanti come fossero quasi una lunga song di più di un’ora con alcuni passaggi azzeccati, soprattutto quelle “in your face”. James praticamente non ha più voce e perde persino il duello a distanza con il suo amico/nemico Dave. Lars, monotono, piatto, nessuna variazione di impatto a parte in “Inamorata”, Kirk, fantasia zero alle volte imbarazzante con il suo wah wah, nota positiva un Robert al basso più “dentro” alle canzoni, tanto che in alcune, stranamente, emerge persino da protagonista.
Vi ricordo che è un mio giudizio personale assolutamente opinabile considerando la mia totale adorazione per la band. Passiamo alle canzoni; tanti e troppi filler. Le migliori sono i singoli, più un altro paio e ovviamente di thrash non vi è più traccia, siamo di fronte ad un heavy rock “alla Metallica” [appunto, NdR]. “72 Seasons” carina, con il suo tiro alla St. Anger 2.0, e se la canzone dell’omonimo album era rovinata dalla produzione e dal suono della bidone/batteria senza per giunta gli assoli, qui l’assolo è snervante e scolastico. “Shadows Follow” è anche questa nel trend decennale dei ‘Tallica: riff corposo, isterico trito e ritrito che a suo modo diviene sempre ascoltabile. “Screaming Suicide” rabbia e passione, carne e disperazione, musicalmente il proseguo del loro stile simil-“Hardwired”. Ecco il nostro Robert che ruggisce con una bella intro in “Sleepwalk my life away”; molto Infections Grooves, ma il tutto poi reso piatto e monotono (intendiamoci quando parlo di piatto e monotono parlo dei Metallica, che stanno sempre una decina di spanne sopra a tutti i gruppi metal e affini) dal solito intercedere di James e Lars che se la giocano a chi riesce a stancare l’ascoltatore. Arriviamo a “You Must Burn!” una delle mie preferite, con quella ricerca di Black Sabbath sound a tutti i costi, una nuova “Sad but True” del nuovo millennio. Il primo singolo “Lux Aeterna” è come il vino vecchio, più si ascolta più diventa buono. Un mix tra “The Prince” e “Hit the Lights”, e dove addirittura Kirk rovina nulla con il suo assolo. “Crown of Barbed Wire” è un filler, copia di mille altre canzoni. Bella, davvero bella è “Chasing Light” e stavolta Kirk azzecca l’entrata wahwahesca. Probabilmente è il nuovo corso dei nostri, un mix alle volte geniale alle volte puerile di riff e suoni tra passato e presente. L’alone di “…And Justice For All” aleggia perentorio in “If Darkness had a Son” ottima canzone che ti preme il cervello e ti fa gridare “Temptationnnn!”… così da riuscire a sopportare l’ennesimo assolo deludente. Altro filler con “Too Far Gone”, mamma mia che ripetitività. E anche “Room of Mirrors” non scherza in fatto di riedizione riff del passato. Avete presente “The Outlaw Torn” dell’album Load? (nomino spesso questo album perché per me è quello a cui si avvicina di più a “72 Seasons”). Ecco, metteteci la parola “Misery”, ed il gioco è fatto per l’ultima canzone del lotto “Inamorata”. Una bella suite circolare e ben costruita, ottimo l’inframezzo jazzato con tocchi felpati di basso e il charleston di Lars molto caldo. Che dire ancora? Venderà una vagonata di copie, sarà in vetta a tutte le classifiche, bene così, bene per loro e per tutto il metal aspettando altri 5/6 anni per il nuovo album… forse.


Voto 6,5/10
Daniele Mugnai

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www.metallica.com

6.5

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