
Il black metal continua a vivere soprattutto nel sottosuolo, lontano dalle derive più patinate e dalle mode passeggere. È proprio da quell’underground che emergono i Via ad Mortem, trio italiano che con “Requiem I: Through the Path, over the Ruins” firma un debutto capace di respirare lo spirito della seconda ondata senza trasformarsi in una sterile operazione revival. Qui non ci sono orchestrazioni hollywoodiane, trigger esasperati o inutili concessioni al post-black di tendenza. Il disco sceglie una via decisamente più austera, costruendo un rituale sonoro nel quale morte, gnosi, esoterismo e dissoluzione spirituale diventano i pilastri di una narrazione coerente dall’inizio alla fine.
L’introduzione di “The First Steps Towards the Unknown” è solo il cancello che separa il mondo materiale da ciò che verrà dopo. Pochi istanti e il disco si apre in una scarica di tremolo picking, blast beat e riff dal sapore profondamente italiano, richiamando tanto la furia ritualistica degli Spite Extreme Wing quanto le atmosfere più contemplative dei Drudkh, pur senza limitarsi a copiarne le coordinate. Gran parte del merito va al lavoro di Hiems Silens, autentico architetto del suono dei Via ad Mortem. Le sue chitarre alternano muri di riff taglienti a improvvise aperture acustiche che spezzano la tensione senza indebolirla. Ogni cambio di registro appare naturale, mentre le linee melodiche emergono come brevi visioni nel mezzo della tempesta, evitando accuratamente qualsiasi deriva virtuosistica. Anche il basso, spesso trascurato in produzioni di questo tipo, contribuisce a dare corpo a un sound denso e profondamente organico.
Dietro le pelli, Gibil dimostra di possedere una notevole sensibilità dinamica. I blast beat sono precisi e feroci quando serve, ma è nei rallentamenti che il batterista convince maggiormente. I passaggi costruiti sui tom assumono quasi l’andamento di una processione funebre, trasformando il ritmo in uno degli elementi più evocativi dell’intero album piuttosto che in un semplice esercizio di velocità. A guidare il rito c’è invece Santamuerteto Sinister, autore di una prova vocale intensa e credibile. Il suo screaming abrasivo non punta mai all’eccesso teatrale, preferendo una declamazione rituale che sembra più un’invocazione che una classica interpretazione black metal. Le parti recitate e i sussurri disseminati lungo la scaletta aumentano ulteriormente il senso di inquietudine, dando l’impressione che dietro la voce principale si nascondano presenze invisibili.
Brani come “Worshipper of Death” rappresentano il volto più feroce della band, mentre “Muchita – Night in Lima” rallenta il passo per costruire uno degli episodi più suggestivi del disco grazie a un’atmosfera quasi sciamanica. Molto convincenti anche “Into the Bardo” e “Voragine di Luce”, dove aggressività e contemplazione trovano probabilmente il loro punto d’equilibrio migliore. Il finale affidato a “The Grace of Gnosis” chiude il percorso senza concessioni, lasciando la sensazione di aver attraversato un unico lungo rituale più che una semplice successione di brani. Anche la produzione centra perfettamente l’obiettivo. Il suono rimane asciutto, ruvido e vicino agli strumenti, senza nascondersi dietro riverberi artificiali o produzioni ipercompresse. L’impressione è quella di trovarsi all’interno della stanza in cui il rito prende forma, respirandone ogni vibrazione.
Se proprio si vuole individuare un margine di crescita, riguarda soprattutto la personalità compositiva. L’amore della band per il black metal classico emerge chiaramente e, a tratti, alcune strutture o determinate progressioni armoniche risultano familiari agli ascoltatori più navigati. Non si tratta di derivatività, quanto piuttosto di un forte rispetto per la tradizione che potrebbe lasciare maggiore spazio, nei lavori futuri, a soluzioni ancora più personali. Qualche episodio nella parte centrale avrebbe inoltre beneficiato di una maggiore varietà ritmica o di qualche accelerazione meno prevedibile. Nulla che comprometta la riuscita del disco, ma piccoli dettagli sui quali il trio può lavorare per rendere ancora più incisiva la propria identità.
“Requiem I: Through the Path, over the Ruins” resta comunque uno degli esordi italiani più interessanti degli ultimi tempi. È un album che non cerca scorciatoie né compromessi, costruito con convinzione, competenza e una visione ben definita del black metal come forma di espressione spirituale prima ancora che musicale.
Se questo è soltanto il primo capitolo del loro percorso, i Via ad Mortem hanno già dimostrato di possedere le basi per ritagliarsi uno spazio importante nell’underground estremo nazionale.
Joker
Voto: 8/10
Contact
www.facebook.com/viaadmortem


