
È estremamente probabile che se vi nominassi il Midwest americano e la città di Indianapolis pensereste a tutto fuorché all’HM roccioso e di stampo europeo. Eppure, i Sacred Leather “tengono acceso” proprio quel fuoco, per parafrasare il titolo del loro nuovo album. Che poi, non so se avete notato che il revival di qualsiasi genere non abbia alcun tipo di ambiguità nei monicker, oggi come oggi tesi a descrivere con la massima immediatezza il genere proposto così come fa il quintetto dell’Indiana.
D’altronde, basta un’occhiata alla copertina per avere chiaro il riferimento grafico che rimanda al 1985 della Renania/Vestfalia, a quel “Metal Heart” che resta tuttora nel cuore di molti fan degli Accept e del buon vecchio heavy del Vecchio Continente. In più, le note promozionali della label parlano di Judas Priest, Manowar, Iron Maiden, Savatage, Dokken e Saxon, e mai come questa volta centrano il punto in maniera accuratissima, poiché l’assalto roccioso e a testa bassa tipico di questa sponda dell’Atlantico viene modulato con l’approccio silk and steel propugnato da Oliva, Lynch e soci.
Certo, le due anime dei Sacred Leather si svelano poco a poco, dato che la roboante “Spitfire at Night”, carichissima a livello anthemico e impreziosita dal lavoro chitarristico di Lynn St. Michaels, preme da subito l’acceleratore senza mostrare cedimenti. Il tempo si è fermato, le valchirie di “Phantom Highway (Hell is Comin’ Down)” assalgono l’ascoltatore forti di un mood oscuro che ricorda sia i Priest di fine anni ’80 / inizio ’90 che le incursioni malefiche della Rising Force o dei Mercyful Fate.
Tocca però a “Wake Me Up” scatenare un animo più “sleazy”, con la sezione ritmica che si fa quasi bluesy e richiama l’abrasività al servizio del velluto propria dei gloriosi Dokken. In qualche modo, le atmosfere di questo pezzo sopperiscono a quello che forse è il difetto più evidente del quintetto statunitense, la mancanza di passaggi sufficientemente “catchy” per imprimersi nella mente dell’ascoltatore, anche se le variazioni di chitarra solista si mostrano come sempre prive di compromessi, senza inseguire la melodia “facile” a tutti i costi. Per non parlare della dolce ma rocciosa “Tear Out My Heart”, altro punto di sicuro interesse nella formula della band.
Certo, l’incedere inesorabile di “Malevolent Eyes” e la dichiarazione di intenti “Keep The Fire Burning” riportano la bussola dalle nostre parti, con la conclusiva “Mistress Of The Sun” a chiudere realmente il cerchio, dispiegando entrambe le anime dei Sacred Leather.
Non c’è che dire, i defenders più nostalgici e quelli di nuovissima generazione hanno una nuova conferma, direttamente dall’underground delle pianure americane…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello
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