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RAGE – A New World Rising (Steamhammer Records – 2025)

Tornano i teutonici Rage guidati dal mastodontico Peavy, al secolo Peter Wagner, con “A New World Rising”, ventisettesimo album della loro carriera.
Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia da quel “Prayers of Steel” del 1985 (targato ancora Avenger), ma la coerenza, la dedizione e sopratutto la passione sono rimaste intatte.
Nonostante cambi continui e terremoti, che hanno riportato più volte a rifondare la formazione, il nostro Peavy ne è uscito sempre vincitore, sfruttando ogni cambiamento come possibilità di evoluzione.
Questo ha permesso ai Rage di attraversare quasi 5 decadi, producendo quasi sempre ottimi album e seminando nel tempo vari capolavori come “Perfect Man”, “Trapped!”, “Black In Mind” o l’accoppiata “Unity” / “Soundchaser”.
Dopo la separazione dal talentuoso Victor Smolski, la band ha intrapreso una strada che ha portato sempre più ad un “indurimento” del suono, ed a un innalzamento dei bpm del metronomo.
“A New World Rising” prosegue dritto in questa direzione, risultando probabilmente l’album più potente della loro intera discografia anche grazie alla scelta di un suono e di una produzione molto più moderna, rispetto anche ai predecessori “Afterlifelines” e “Resurrection Day”.
Questa scelta dividerà i fans: chi è abituato a sonorità moderne, vicino a generi più estremi come il thrash, ed ama produzioni a passo con i tempi, troverà questo album fresco e coinvolgente; chi invece è abituato alle classiche sonorità del trio tedesco, rimarrà un po’ spiazzato.
La chitarra più compressa, batteria che ammicca più volte ai connazionali Destruction e sopratutto la voce di Peavy che abusa di qualche effetto di troppo, sono elementi che possono portare qualcuno di noi a sentirsi un po’ smarrito…
L’opener “Innovation” riassume in pieno “A new world rising”; una canzone veloce, furiosa e moderna, in cui però il marchio Rage è sempre riconoscibile, sopratutto nel ritornello classico e orecchiabile, ma non per questo banale.
La qualità compositiva è sicuramente la forza trainante di questo album. Le canzoni sono mediamente di buon livello, toccando gli apici con “Against The Machine” e “Cross the line”, in cui si ha il perfetto equilibrio tra i vecchi e i nuovi Rage: melodia classica e coinvolgente ma con un occhio al presente.
Una menzione a parte merita la stupenda “Fire in your eyes”, che sembra quasi saltar fuori da una vecchia sessione di “Ghosts” o “Reflections of a shadow”. Una semiballad dal sapore malinconico , in cui aleggia un forte richiamo al passato.
Completamente opposto il discorso per “Fear out of time”, la traccia più ambiziosa e sperimentale del lotto, con tanto di coro in screaming.
Esperimento, che anche dopo vari ascolti, risulta alquanto indigesto per la sua forzatura. Esso, insieme alla più classica ma insipida “Next Generation” rimangono gli unici episodi sottotono.
Sottotono non sono invece le prove dei musicisti. Rispetto agli album precedenti, Vassilios “Lucky” Maniatopoulos ha un’attitudine ancora più thrash ma non disdegna, al momento giusto, passaggi più classici che permettono alle canzoni di assumere una giusta varietà, su cui Peavy piò ricamare le sue melodie.
Jean Bormann col tempo ha sviluppato uno stile più personale, trovando il giusto equilibrio tra la virtuosità di Victor Smolsky e l’istinto di Manni Schmidt.
Un discorso a parte merita Peavy: se per quanto riguarda il suo basso c’è un continuo miglioramento album dopo album, la prova vocale risulta alquanto difficile da giudicare.
La sua voce, molte volte effettata, non dà grosse possibilità all’espressività e alla tecnica di esprimersi. È vero, con il tempo il nostro buon Peter Wagner ha cambiato il modo di cantare, sia per motivi anagrafici e sia per stare al passo con l’evoluzione della band, ma la scelta di “manipolare” troppo la sua voce lascia un po l’amaro in bocca.
Non possiamo e non vogliamo sicuramente risentire le ottave di “Invisible Horizons” o “Wasteland”, ma egli ha ancora tanto da dire a livello di espressività, un fattore che nel corso degli anni ha portato tante sue canzoni ad emozionarci.
Fortunatamente o sfortunatamente a seconda delle prospettive, comunque sembra una scelta voluta e non obbligata, ne sono prova le ultime esibizioni dal vivo o anche banalmente la già citata “Fire in your eyes”.
Per concludere, ci troviamo di fronte ad un ottimo album, sempre targato Rage al 100%, ma con un approccio più moderno ed estremo. Molte canzoni han trovato quasi un perfetto equilibrio tra il “passato” e il “presente”, altre un po’ meno, sbilanciandosi o da una parte o dall’altra. Il punto di equilibrio varia da ascoltatore ad ascoltatore, e su questo si baserà il giudizio di ognuno di noi.
Una cosa è certa: Peavy e suoi Rage meritano solo rispetto per quello che ci hanno dato in questi 40 anni. Le loro scelte (giuste o sbagliate) sono sempre state oneste e figlie di quella passione che serve a mandare avanti questo genere.
Ora, “play” sui lettori o puntina giù sui giradischi!

Voto: 7/10
Stefano Sofia

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www.facebook.com/RageOfficialBand

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