DoomRecensioni

PALLBEARER – Mind Burns Alive (Nuclear Blast – 2024)

Forse è il periodo della mia vita ove aleggia un’aurea di tristezza dovuta a vari trapassi dolorosi. Ma questi Pallbearer, nel loro ultimo album, sono per me come una tisana, un bicchiere di grappa o un boccale di birra. Ci volevano proprio. Non li conoscevo ma sono entrati di diritto nel mio ascolto quotidiano.
Siamo di fronte ad un doom melodico con atmosfere malinconiche e struggenti: l’album parte subito con un’emozionante “Where The Light Fades”, dal liquido sapore di pioggia scrosciante destinato a riamandi REM nella sua linea vocale. La title track è un viaggio introspettivo con colori grigi e sofferenti dove la pesantezza delle chitarre doom è a servizio delle atmosfere scure/grigie cupe e nebbiose. Il minutaggio molto elevato delle songs è un punto a loro favore, quasi fosse un film da vedere in silenzio con la lacrimuccia solitaria che scende da un viso malinconico. “Signals” è tanto sognante quanto melodicamente accattivante. Gli stacchi doom sono sempre al posto giusto nel momento giusto, così come nella loro costruzione della forma canzone la parte della melodia è predominante, assecondata dal cantato mai fuori posto e struggente al punto giusto. La chitarra acustica che accompagna l’intro per la successiva “Endless Place”, è una carezza nella notte ed è la mia preferita, autentico capolavoro. Un compendio di disperata voglia di entrare nella parte sbagliata della luna. Nella pace recitata come una preghiera senza nessun dio di riferimento, tuffandosi dentro una introspezione di anime sperse. Nel mezzo della canzone (dieci minuti e più) c’è un assolo di chitarra quasi colorato sviluppato in un finale molto pregiato grazie ad un assolo di sax da brividi, quasi come se i Pink Floyd facessero l’amore con i Cathedral più malinconici.
Il cantautorato dei Pallbearer si dipana in “Daybreak” puntando dritto al cuore sanguinante di ogni persona. L’assolo melodico si infila dentro alla corona di spine delle chitarre distorte e perfettamente equilibrate, con tocchi del basso misurati e ottimali, così come la batteria incisiva e dannatamente precisa. Anche qui un finale molto Cathedral senza growl, gemma che brilla in uno stato di buio apparente. Il finale del disco affidato a “White Disease” è quanto più stringente di sudorazione disperata, quanto di bellezza affascinante. Un addio amaro ma felice nella contraddizione che solo al massimo del dolore, si può trovare la felicità vera. La libertà di soffrire, di amare, di concederci un attimo di sconforto e ripartire più lucidi di prima. Il coro finale è un saluto a tutti quelli che cercano emozioni nella musica.
La formula musicale è sempre la stessa in tutte le canzoni ma non stanca mai, anzi ti spinge a riascoltare per non aver paura di aver perso qualcosa durante il primo ascolto o di aver perso qualche lacrima nella pioggia. Un disco da avere, da possedere fisicamente in intimità, da ascoltare e riascoltare, diventerà un bisogno. Non ve ne pentirete e per dirla in linguaggio moderno… Sleep Token scansatevi proprio.

Voto: 9/10
Daniele Mugnai

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www.pallbearerdoom.com
www.facebook.com/pallbearerdoom

Valutazione

9.0

Voto

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