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GABRIELS – Fist Of The Seven Stars Act 5, The Final Conflict (Broken Bones Promotion & Productions – 2026)

Ecco, il buon Gabriele Crisafulli doveva giungere al quinto atto del suo poderoso concept su Kenshiro perché io mi decidessi ad ascoltare un suo album per intero. Mea culpa, intendiamoci, perché professare l’importanza dei contributi offerti dagli artisti tricolori a un certo tipo di metal nel corso delle decadi si può fare, certo, ma ciò non deve portare a escludere i portabandiera del genere nella contemporaneità. Che poi, di che “genere” parliamo? Chiaro che personalmente ma anche obiettivamente il nostro Paese è noto per quell’epic denso di timbriche più o meno pompose (o hollywoodiane), ma sempre con una buona dose di “oscurità” che mutiamo dalle migliori pagine orchestrali dei nostri arcinoti compositori classici.
Senza che questo fattore debba costituire un eccessivo carico sulle pur solide spalle del Nostro, credo che questa introduzione sia doverosa per un artista che in Italia sventola con fierezza lo stendardo della keytar in quanto strumento solista che possa davvero competere con la più fortunata chitarra elettrica in ambito heavy/power.
Chiaramente, se conoscete l’ampia produzione di Gabriels, i riferimenti sono tutti lì: Yngwie Malmsteen (manco a dirlo) ma anche certo AOR/pomp rock che ha nei decenni conosciuto ampie fortune sulle radio FM a stelle e strisce, successo che purtroppo – per ovvie questioni spazio/temporali – non arride al nostro virtuoso come dovrebbe.
Eppure il taglio internazionale c’è eccome, in determinate composizioni: l’opener “No one can stop me” che beneficia dell’apporto di Roberto Tiranti e rimanda alle migliori cose degli Europe di seconda metà anni ’80, o anche la sezione più smaccatamente nipponica rappresentata dal dittico “The last secret” / “Sweet devil’s eyes Act 1” e dalla conclusiva “Asunaki Tabi”, in cui sembra di sentire sia i Loudness più anthemici che i ritornelli delle sigle dei cartoni che hanno forgiato la nostra infanzia. Che poi, stiamo parlando di Hokuto No Ken, della scuola di Hokuto e di tante altre cose in cui molti saranno ben più ferrati di me, seppure io stesso possa affermare come l’aderenza “descrittiva” delle composizioni sia garantita.
Certo, non mancano momenti di “stanca”, come “Only one” che parte benissimo ma si perde un po’ nella parte anthemica, o “For the last general” che pur beneficiando anch’essa dell’apporto di Tiranti non mi convince molto, mentre episodi come “Now I Know Your Name” (che sembra tratta dalla produzione anni ’90 del già citato Malmsteen) e la riuscitissima ballad “Real love is forever”, che nel duetto tra Tsena Koev (dei Vivaldi Metal Project) e Wild Steel rimanda agli inarrestabili Helloween dello stesso periodo, quelli di “Forever one”.
Poi, chiaro che la poderosità dell’opera in questione potrà fare esitare l’ascoltatore che si approcci per la prima volta all’universo Gabriels, per non parlare della coralità di ospiti presenti, funzionali alla narrazione ma a rischio “effetto Avantasia” per il fruitore che non ami molto quel genere di progetti (a fronte tra l’altro di una produzione non sempre all’altezza); tuttavia, per il resto posso confermare la buona valutazione espressa dal collega Joker su queste stesse pagine in merito a ‘Fist of the seven stars act 4 – Five forces’, invitando a dare una chance a questo artista che resta uno degli artigiani di un certo modo di intendere la composizione, come dimostrato persino da “Together again”, legata sì alla narrazione ma senza nulla da invidiare a pezzi che – per un motivo o per un altro – sono finiti sotto i riflettori persino in un Paese ingeneroso con l’hard’n’heavy come il nostro…

Voto: 7/10
Francesco Faniello

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