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DARKTHRONE – Pre-Historic Metal (Peaceville Records – 2026)

“Lo stile è l’impronta di ciò che si è in ciò che si fa” (René Daumal).
Sarò diretto: secondo qualcuno, “Pre-Historic Metal” è un album buttato lì, suonato con i primi riffs venuti in mente, per niente ragionato, registrato fra una birra e l’altra, senza una struttura sensata che non sia solo l’orecchiabilità fine a sé stessa. Bene.
Ma personalmente, tenendo a mente di chi stiamo parlando, io invece percepirei tutto ciò come dei pregi, anche perché poi, fra le righe, e non solo, nel modo di esporre questa opinione traspare ahimè un mood nostalgico targato “Transylvanian Hunger” a far capire il reale motivo di tanto astio. Perché se i tuoi idoli non fanno più quello per cui li consideri degli idoli, non sono più idoli. E fin qui sarei anche d’accordo.
Però, secondo me, dare un giudizio sul ventunesimo album di una formazione longeva e “importante” come i Darkthrone senza ricordare che dietro Fenriz e Nocturno Culto ci sono Gylve e Ted è un qualcosa che non andrebbe mai fatto, specialmente da ascoltatori di lunga data. Già ventisei anni fa il sottoscritto leggeva con sorpresa (mista ad un po’ di ammirazione, lo confesso) su Metal Shock che, intervistato, il duo norvegese non dava minimamente importanza ai commenti negativi della loro prima svolta stilistica così lontana dagli album storicamente Black Metal (cosa che neanch’io apprezzavo, a differenza di adesso). Anzi, a chi avrebbe desiderato un Panzerfaust pt.2 rispondevano di andarsi a riascoltare direttamente il disco. La nostra discografia è lì, dicevano, ascoltate ciò che vi pare.
Con questo ultimo disco, “Pre-Historic Metal”, il concetto è ancora più ribadito: suoniamo ciò che ci piacerebbe ascoltare, e continueremo a farlo finché ne avremo voglia. Se vi piace bene, altrimenti non importa.
Di conseguenza, il risultato di questo ultimo lavoro, perfettamente in linea con il precedente “It Beckons us All…”, di cui riprende non a caso il riff di “Eon 3”, e lo articola nell’ultima (magnifica) traccia, ovviamente chiamata “Eon 4”, è sempre quello, semplice e dichiarato: comporre e suonare Metal visceralmente, senza pregiudizi fra i vari generi. Non bisogna neanche dimenticare che i due sono degli audiofili da competizione. Anche chiusi nelle loro case con -30 gradi all’esterno, con poco altro da fare oltre al lavoro, è quasi impossibile riuscire ad immaginare la quantità di metal (e non solo) che i due avranno ascoltato e assimilato nel corso degli anni. Diventa chiaro che, non avendo paraocchi, apprezzando tutto ciò che è metal o che comunque ne ha il comune denominatore nella passione e nell’entusiasmo, quello che fa ed ha fatto scrivere e comporre dei capolavori, la pietra filosofale di questa ricerca è nel ritorno alle origini, nel metal estremo anni ’80, quello fuori dalle righe, quello autentico per passione e dedizione, dove per metal estremo intendo sia i Sarcofago che i Mercyful Fate, i Candlemass o i Celtic Frost, non a caso realtà diversissime nelle sonorità. Un ritorno alla genesi del Metal estremo più nell’attitudine che nei suoni, alla sua preistoria (e infatti i Darkthrone i titoli li hanno sempre azzeccati).
Quindi, nel caso di una (sacrosanta, ci mancherebbe) opinione personale su quanto questo lavoro faccia schifo rispetto ai capolavori del Black Metal di inizio ‘90, fanno benissimo i Darkthrone a invitare a riascoltare i soliti quattro album o passare oltre direttamente senza problemi.
Nel caso in cui invece si decida di ascoltare il disco senza tare mentali, bisogna prepararsi all’ascolto di 8 tracce diversissime fra loro ma simili nell’attitudine: l’opener “They found one of my graves”, adrenalinica ma tetra e oscura; la sguaiata e coinvolgente title track, col gustosissimo cameo di Fenriz nell’autoironico video (si, i Darkthrone sono molto autoironici, forse è questo il loro peccato imperdonabile); “Siberian Thaw”, un tripudio di riff alla Tony Iommi e Tom G. Warrior; “Deeply Rooted”, ovvero il meglio dei riff degli Immortal più “grim” ma suonato con velocità doom metal ma insieme a tanta altra roba, troppa da citare tutta; “The dry wells of hell”, che inizia come i Venom di “The Wasteland”, prosegue fra Trouble e Saint Vitus e termina con un riffone alla Judas Priest di inizio anni ’80; la strumentale, aliena, ancestrale e straniante suite di sintetizzatori (!!!) “So I marched to the sunken empire”; “Eat eat eat your pride”, inno a metà fra crust punk e i primi Death; la già citata “Eon 4”, semplicemente stupenda nella sua evoluzione, con una esplosione finale detonata da uno dei migliori riffs heavy metal anni ’80 che io abbia mai ascoltato. Il tutto completato dai loro tipici testi fonetici ed ermetici, in cui i due si alternano alla voce tra registro sporco e pulito, cosa che ormai è un loro marchio di fabbrica.
In sintesi, la sfida che i Darkthrone hanno dichiarato ormai da anni di aver accettato è attingere dal passato per creare qualcosa di nuovo. Ricreare una specie di mondo metal alternativo, dove il trend e la commercializzazione non abbiano mai avuto posto, anche a costo di rinunciare ad una vera o presunta “evoluzione”. Cercare di reagire attivamente al mantra rassegnato secondo il quale certi gruppi non ci sono più, certi dischi non li fanno più, certe cose non succedono più, ecc.
E, per il sottoscritto, si stanno comportando molto bene.

Voto: 9/10
Paolo Wolvie

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