
I Darkhold arrivano al secondo capitolo della loro carriera con “Centuries of Purgatory” e lo fanno con un’idea molto chiara in testa: non ripetere il debutto. E già questo, nella scena thrash italiana contemporanea, è un segnale tutt’altro che scontato.
Il primo album “Tales From Hell” si muoveva su coordinate più narrative e immaginifiche, tra richiami danteschi e riletture in chiave fantasy di figure e atmosfere fiabesche. Un lavoro diretto, a tratti quasi “raccontato”, dove la band puntava molto sull’impatto immediato e su una scrittura più lineare. Con “Centuries of Purgatory” la prospettiva cambia in modo netto: il concept si sposta dal mondo simbolico alla realtà quotidiana, dal mito al disagio umano, e questo cambio di focus si riflette subito anche sulla musica. Il thrash metal resta il linguaggio base, ma viene trattato in modo più maturo e meno istintivo. Se il debutto viveva di energia frontale e struttura più semplice, qui i Darkhold lavorano su composizioni più stratificate, con cambi di ritmo più frequenti e un’attenzione maggiore alla costruzione del brano nel suo insieme. Il risultato è un disco meno immediato, ma più completo e consapevole.
Rispetto a “Tales From Hell”, anche il suono cambia passo. Dove prima c’era una certa linearità nel songwriting, ora emerge una scrittura più nervosa e controllata. I riff restano chiaramente figli della scuola thrash classica, con evidenti richiami Bay Area, ma vengono inseriti in strutture meno prevedibili. Non c’è più la sensazione del brano costruito per colpire subito: qui tutto è più ragionato, più pesato.
Brani come “Ghost Shadows” e “Roots Of Arrogance” mostrano bene questa evoluzione. L’aggressività non manca, ma viene incanalata in strutture più articolate, con stop&go e cambi di dinamica che rendono il tutto meno prevedibile rispetto al passato. “The Slithering” e “Jangled Nerves” spingono ancora di più sulla tensione ritmica, mentre episodi come “The Hunger Cave” o “Lost In Lust” aprono a un lato più oscuro e pesante, quasi a voler spezzare la sola dimensione thrash pura. La voce di Claudio Facheris è un altro punto in cui il salto rispetto al debutto si sente. Se in “Tales From Hell” il taglio era più narrativo e teatrale, qui l’approccio è più secco, diretto, meno legato alla teatralità e più funzionale al nuovo concept. Anche i testi seguono questa evoluzione: meno fiaba, meno racconto simbolico, più realtà sporca, umana, quotidiana.
La produzione firmata Nadir Music Studios contribuisce a rafforzare questa sensazione di maturità. Il suono è pieno, moderno ma non artificiale, con un buon equilibrio tra potenza e dinamica. Rispetto al debutto, tutto suona più compatto e meno “giovanile”, nel senso positivo del termine: più controllo, meno istinto puro. Il confronto con “Tales From Hell” è quindi abbastanza chiaro: dove il primo disco era una dichiarazione d’identità, questo secondo lavoro è una prova di crescita. I Darkhold non si limitano a replicare la formula iniziale, ma la rielaborano, cercando una scrittura più profonda e meno prevedibile.
Non tutto però è ancora completamente risolto. In alcuni passaggi centrali affiora ancora una certa familiarità nelle soluzioni di riff, e qualche struttura tende a rimanere su territori già esplorati dal thrash classico. Ma sono limiti marginali dentro un disco che punta chiaramente alla solidità più che alla rivoluzione.
“Centuries of Purgatory” è quindi un seguito coerente ma più ambizioso, che sposta i Darkhold da una dimensione più narrativa e immediata a una più cupa e riflessiva. Se il debutto guardava al racconto, questo secondo capitolo guarda all’impatto sulla realtà. E il salto si sente. Una conferma importante per una band che dimostra di non voler restare ferma sulla propria formula iniziale.
Voto: 7,5/10
Joker
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