
Ci sono certe band che meriterebbero molta più attenzione e “gloria”, ma rimangono confinate nel sottobosco dell’underground, per scelta o per vicissitudini di vario tipo. Questa condizione scarica inconsciamente gli artisti da pressioni e dai cliché che il mercato impone, permettendo loro di esprimersi nel modo più intimo e naturale. Proprio la naturalezza e l’amore a trecentosessanta gradi per il metal sono tra le prime sensazioni che emergono, qualche minuto dopo aver appoggiato la puntina del giradischi su questo “Ethereal Blasphemy”, terzo full length dei tedeschi Angel of Damnation.
La band è composta da 4 vecchi lupi di mare dell’underground: Doomcult Messiah al secolo Gerrit P. Mutz (Sacred Steel, Dawn of Winter, Voodoo Kiss) alla voce, Forcas (Cross Vault, Halphas) al basso, Andreas Neuderth (Ironsword ed ex Manilla Road) alla batteria ed il compositore/mastermind Avenger, chitarrista dei thrasher tedeschi Nocturnal, nonché leader di infiniti progetti di vario genere dell’underground tedesco. Entrando più nello specifico, la proposta della band ha di base un Classic Doom fortemente ispirato ai Saint Vitus dell’era Scott Reagers, ma sfumato con altri sottogeneri come il classic e l’hard rock, oltre ad un leggero richiamo al black metal primordiale per quanto concerne l’artwork e i testi. Tutto ciò potrebbe far pensare ad una colossale confusione senza né capo né coda: al contrario, la forza di questo album è proprio il saper amalgamare in modo magistrale le varie influenze, seguendo però allo stesso tempo una linea ben precisa. Infatti, catalogare questo “Ethereal Blasphemy” come doom sarebbe alquanto riduttivo.
Ad esempio, “Evangeline” ha dei continui sali e scendi, con accelerazioni di doppia cassa in stile Solitude Aeternus, mentre “Stigmata” rende omaggio alla parte più oscura della NWOBHM, ricordando allo stesso tempo King Diamond e i Mercyful Fate per determinati arragiamenti “Warning from the sky” parte con un riff hard rock, che richiama addirittura i Fastway di Fast Eddie Clark, per poi sfociare in una cavalcata classic ed evocativa anche grazie alla prova vocale di Gerrit e ad un basso che emerge in modo prepotente. Proprio la prova di Forcas è un elemento importante per il risultato finale di questo disco: il suo basso si “stacca” molte volte dalla chitarra e dalla cassa di batteria, aggiungendo un elemento oscuro e nello stesso tempo dinamico a tutte le canzoni, dando così una vera e propria lezione di come questo strumento dovrebbe muoversi in questo tipo di proposta.
Le prove degli altri musicisti non sono da meno: Gerrit si trova molto a suo agio nei tempi lenti, riuscendo a far risaltare in modo più consistente la sua espressività rispetto ai Sacred Steel. Andreas Neuderth mette in campo un mood completo e versatile, dimostrando di aver fatto tesoro dell’esperienza al fianco del compianto Mark Shelton; infine Avenger, l’anima del progetto, riesce a incanalare tutte le sue influenze e la propria esperienza in modo armonioso, macinando riff semplici ma d’impatto, ed eseguendo assoli forse non eccessivamente tecnici, ma orecchiabili e raffinati, che rimangono in testa quasi quanto le melodie vocali. La produzione e il mixaggio sono molto old school e quasi “live”, rendendo il tutto molto più “umano” e poco “plastificato”, un po’ come succedeva nelle produzioni inglesi di inizi anni ottanta. Una scelta voluta, in perfetta armonia con il resto.
Concludendo, “Ethereal Blasphemy” è un album che farà felici i fans del metal tradizionale ottantiano in tutte le sue sfaccettature. Come detto in precedenza, catalogarlo come album doom risulterebbe un po’ riduttivo, ma chi è cresciuto con band come Saint Vitus, Witchfynde, Pagan Altar o anche Candlemass lo apprezzerà particolarmente. Chi invece ama una proposta e un suono più moderno farà un po’ fatica a digerirlo, così come chi non apprezza particolarmente Gerrit Mutz e la sua particolare timbrica. Un album scritto e suonato con il cuore da quattro fans dell’heavy metal oltre che da quattro grandi musicisti.
Voto: 9/10
Stefano Sofia
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