6 febbraio 2011 – Muore il chitarrista irlandese Gary Moore.
Alla notizia della sua dipartita un profondo dolore si instaurò nel mio cuore. Ma come, proprio uno dei miei chitarristi preferiti? Colui che dalle note della sua chitarra sapeva far uscire hard rock, blues, lacrime, sospiri, emozioni. Non era possibile. Poi si arriva alla solita storia: abuso di alcol, droghe, dipinto come un drogato che camminava, l’infarto se l’è voluto e via dicendo.
Onestamente non ho mai conosciuto nella cultura musicale, parlando di “geni” dal mio punto di vista di scrivano, uomini che non fossero tutti ardimentosi nello sperimentare sia sostanze lecite che illecite, oltre a ogni genere di alternatività. Il suo trascorso da guitar hero passa da band tipo i Colosseum II a quello di quei mostri sacri dell’hard rock anni ’70/’80 che furono i Thin Lizzy. Eccellente il singolo del ’79 “Parisienne Walkways”…
A metà anni ottanta inizia per lui una serie di album solidi e importanti che culminano nel 1986 con “Rockin Every Night live” per arrivare al 1989 con una serie di tre album capolavori: “After the War”, purezza cristallina formato AOR/hard rock, la svolta blues con “Still Got the Blues” e “After Hours”, grazie a collaborazioni con i Re del blues Albert King e B.B. King.
Dischi importantissimi, pieni di pathos, passione tecnica e perfezione assoluta.
Dopo tour mondiali, dopo teatri gremiti, dopo migliaia di live e jam session, i suoi album in studio risentiranno di un quid mestierante, ovviamente sempre di livello superiore in ogni caso e in ogni circostanza. Questo piccolo excursus, magari pieno di lacune, indica la mia passione smodata per un maestro che pennella noti piangenti, che descrive amore per l’amore, per un chitarrista che va oltre il concetto di chitarra, sublimando l’estasi per orecchie, cuore e mente.
Daniele Mugnai

