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“So Far, So Good… So What!”: i MEGADETH più acidi di sempre in uno dei loro capolavori dimenticati

Forse per la critica e i fans non il miglior album dei Megadeth, ma per il sottoscritto “So Far, So Good… So What!” è la miglior espressione di quel thrash grezzo ma tecnico, fanfarone ma riflessivo, con una produzione indubbiamente povera ma propriamente efficace.
La copertina è già una dichiarazione di guerra: la mascotte “Rattlehead” è un militare armato fino al midollo, che pare destinato a portare avanti uno scontro dalle elevate connotazioni tecnologiche, preparato a fronteggiare attacchi biologici e quindi antimilitarista nella sua contrapposizione testuale.
Dopo questo album, la rustica irruenza del gruppo sparirà definitivamente per far posto ad un’algida tecnicità, pur efficacissima. “So Far, So Good… So What!” è in equilibrio perfetto tra la ruvida attitudine degli esordi con la tecnica esecutiva e l’abilità compositiva che farà seguito.
“Into the lungs of Hell” è una strumentale superlativa che unisce, per la prima volta, power, thrash, epic, e lo fa con così tanta maestria, descrivendo una pura discesa negli inferi guerrafondai.
“Set The World Afire” è una perfetta colonna sonora in un campo di battaglia moderno e attuale. La cover “Anarchy In The U.K” semplicemente spazza via l’originale dei Sex Pistols con una forza mostruosamente meravigliosa contornata da un video molto originale.

“Mary Jane” si mostra rallentata e spasmodica nei tempi ritmici e si evolve in una sorta di dichiarazione di odio a suon di frustate thrash. E se “502” irrompe contro le forze dell’ordine, insieme a “Liar” rappresenta l’apoteosi dello specifico genere musicale, unendo tecnica e caos come pochi sanno fare… dedicata a Kirk dei Metallica? Chissà [in realtà è dedicata a Chris Poland, presunto sgraffignatore di chitarre, ma in quegli anni pescavi bene ovunque ti giravi, NdR]. Dentro la song “In My Darkest Hour” c’è una introspettiva resa dei conti con la propria coscienza, dedicata – qui sì in maniera ufficiale – a Cliff Burton (il compianto bassista dei Metallica, allora deceduto da poco). Nell’arpeggio iniziale meraviglioso vi è il senso dell’incedere arrabbiato con il tempo, con lo spazio, con il destino. Pura potenza sonora condita da una melodia accattivante e riflessiva.

L’album si chiude con “Hook In Mouth”, brano nel quale il genio di Mustaine trova piena espressione thrash nell’inarrestabile potenza chitarristica e ritmica. A differenza degli altri, questo pezzo, pur nella sua evoluzione frastornante, dovuta all’ingresso prorompente delle chitarre, è secco e diretto, e testimonia che la complessa architettura dei brani a firma di Mustaine può anche essere tralasciata a favore di strutture più semplici, quando ritenute pienamente efficaci.
“So Far, So Good… So What!“ è un album emotivamente superiore, che con “South of Heaven” degli Slayer e “The Years of Decay” degli Overkill entra di diritto nel novero dei migliori album thrash della mia discografia personale, ma qui è tutta un’altra storia.

Daniele Mugnai

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