La calata italiana dei Nevermore è stato uno degli appuntamenti live più attesi dal pubblico metal nostrano, sia nelle date di supporto ai Judas Priest che nella data lombarda da headliner. Tanta la curiosità per i nuovi innesti, ma altrettanta l’emozione per essere al cospetto di una delle realtà più interessanti dell’evoluzione dell’HM fuori dal suo periodo “d’oro”… un doveroso ringraziamento a Gabriel Consiglio e a Erika Gagliardi per il loro live report!
La data di venerdì 4 settembre 2026 è uno di quegli appuntamenti che molti hanno segnato in calendario con mesi di anticipo. Perché, al di là dei dubbi espressi da una parte dei fan, comprensibilmente scettici di fronte all’idea di un ritorno sulle scene dei Nevermore senza la voce del compianto Warrel Dane e senza il bassista e co-fondatore Jim Sheppard, il ritorno della creatura artistica di Jeff Loomis e Van Williams non può certo passare inosservato.
Parliamo, del resto, di una band che ha marchiato indelebilmente la storia del metal e che, nell’arco di quasi due decadi di ispirazione altissima, è riuscita a costruire un seguito trasversale e vastissimo: dal pubblico più legato all’heavy metal classico fino agli appassionati delle sonorità più estreme e di un certo death metal tecnico. Una creatura tanto personale quanto difficilmente incasellabile, la cui eredità continua ancora oggi a esercitare un’influenza enorme.
Alle 21 in punto, le luci del Live Club si spengono e le ombre calano su una sala gremita e pronta a esplodere. “Ophidian” introduce l’ingresso della band, prima che l’apertura colossale affidata a “Narcosynthesis” faccia immediatamente esplodere l’entusiasmo del pubblico.
I Nevermore si presentano tirati a lucido e in forma smagliante. Jeff Loomis non ha bisogno di presentazioni: il suo nome è ormai indissolubilmente legato a quello dei più grandi chitarristi della scena metal mondiale e la sua prestazione conferma ancora una volta una perizia tecnica fuori dal comune. Ma è la compattezza dell’intero ensemble a impressionare maggiormente. Dal perfetto Van Williams dietro alle pelli ai nuovi membri della formazione: il bassista Semir Özerkan, dal suono perentorio e dall’andamento solidissimo, e il giovane chitarrista Jack Cattoi, semplicemente impeccabile sia nel riffing sia nell’armonizzazione dei lead di Loomis. Tutto procede con una precisione chirurgica, sostenuta da un sound potente, definito e da un tiro impeccabile.

Particolare attenzione merita Berzan Önen. Il nuovo cantante affronta un’eredità tutt’altro che semplice con una sicurezza sorprendente, facendo letteralmente tremare l’intero Live Club con una voce profonda, incisiva e perfettamente a proprio agio nei diversi registri richiesti dal repertorio. Una prova che, pur non potendo cancellare l’inevitabile nostalgia del passato, dimostra quanto sia stata vincente la scelta di affidargli questo ruolo.
La scaletta con cui i Nevermore avanzano è, di fatto, un autentico best of della loro produzione. “My Acid Words”, “Inside Four Walls” e “Beyond Within” si susseguono con una solidità impressionante, preparando il terreno a uno dei momenti più intensi della serata: “The Heart Collector”.
È qui che il Live Club si trasforma definitivamente in un’unica voce. Le luci si accendono e il pubblico accompagna la band con accendini e telefoni sollevati, contribuendo a creare un momento di rara intensità emotiva. Un brano già straordinario nella sua dimensione originale, che dal vivo acquista una carica ancora più viscerale.
La seconda metà dello show non concede praticamente tregua. “This Godless Endeavor”, “Engines of Hate”, “Final Product”, “Sentient 6” e la devastante “I, Voyager” continuano a confermare quanto già emerso nei primi minuti: questa formazione possiede una solidità notevole e una potenza capace di restituire tutta la complessità del repertorio dei Nevermore, senza mai sacrificarne l’impatto.
I riff granitici si alternano ai soli di un Jeff Loomis impeccabile, mentre la sezione ritmica costruisce fondamenta precise e poderose sulle quali la voce di Önen si muove con sicurezza. Ma, soprattutto, c’è un elemento che porta lo spettacolo su un altro livello: l’energia che viaggia in entrambe le direzioni. Il pubblico restituisce alla band entusiasmo e partecipazione, e i musicisti sul palco sembrano a loro volta alimentarsi di quella risposta, trasformandola in ulteriore energia esecutiva.
Il set sembra concludersi con “Believe in Nothing” e “Moonrise”, dopodiché la band abbandona il palco. Ma l’encore è evidentemente d’obbligo: non soltanto mancano ancora i saluti conclusivi, ma all’appello rimangono alcuni brani semplicemente imprescindibili.
E infatti i Nevermore tornano sul palco per piazzare il colpo finale, affidandosi a un trittico di assoluto valore. Si riparte con “The River Dragon Has Come”, seguita dalla sontuosa “Born”, prima di chiudere definitivamente con l’anthemica “Enemies of Reality”.
Un finale all’altezza di uno show che, nel suo complesso, ha saputo dissipare buona parte dei dubbi che inevitabilmente accompagnavano questo ritorno.
Certo, qualcuno potrebbe trovare singolare la totale assenza di “The Politics of Ecstasy” dalla setlist. Altri potrebbero invece ricordare come una componente fondamentale dell’identità dei Nevermore risiedesse anche nello stile estremamente personale di Warrel Dane: nella sua intimità, nelle sue fragilità, nel carisma immenso e soprattutto in quella capacità quasi unica di non limitarsi a interpretare le canzoni, ma di viverle, oltre ad aver scritto testi tra i più profondi, oscuri e intensi mai letti. Un elemento irripetibile, che inevitabilmente rende qualsiasi confronto con il passato tanto naturale quanto ingeneroso.
Berzan Önen non è Warrel Dane, e non deve esserlo. È però un cantante potentissimo, tecnicamente inattaccabile e, alla luce di quanto ascoltato questa sera, probabilmente il miglior rimpiazzo possibile per una formazione chiamata a raccogliere un’eredità tanto ingombrante.

Al netto dei dubbi che potrebbero ancora aleggiare nella mente di qualcuno, ciò che resta dopo questa serata è soprattutto una sensazione: è bellissimo che i Nevermore siano nuovamente sulle scene.
Lo è per poter finalmente riascoltare dal vivo capolavori che hanno segnato intere generazioni di musicisti e ascoltatori. Ma lo è anche per ciò che potrebbe significare il futuro. Perché, nel rispetto della storia della band, della memoria di chi ne ha scritto pagine indelebili e della coerenza artistica che ha sempre contraddistinto questo nome, la prospettiva di ascoltare nuove composizioni nate dalle menti di musicisti di questo calibro non può che essere un bene per la discografia metal moderna.
Testo di Gabriel Consiglio
Foto di Erika Gagliardi

