I Node sono attivi dal 1994: quanto è cambiato il vostro modo di vivere il metal rispetto agli inizi della band?
Fondamentalmente non è cambiato nulla. I Node sono una band che da sempre insegue due priorità: in primis fare buona musica e soprattutto farlo divertendosi. Credo che senza quest’ultima attitudine al divertimento non avremmo retto 32 anni senza mai fermarci.
Nel corso degli anni avete attraversato diverse evoluzioni stilistiche, dal death/grind più tecnico fino a sonorità più death/thrash e melodiche: quanto è stato importante non restare mai fermi?
Da sempre ogni componente della band, nonostante — e direi grazie ai vari avvicendamenti — ha portato le proprie influenze e i propri ascolti, mettendoli sul tavolo di lavoro fino a quando tutti ne sono rimasti soddisfatti. Innestando poi nel contesto arrangiamenti e aggiungendo qualcosa di nuovo rispetto ai nostri precedenti lavori, sia nel riffing che nel sound. Credo che sia questa la ragione della nostra forte identità. Sicuramente il death metal americano e quello svedese, nell’arco di questi 30 anni, ci hanno influenzato, insieme a Carcass e Slayer. Ma abbiamo attinto anche da Kreator e dalla vecchia scuola del thrash metal. Così come da Opeth, Pink Floyd e dalla corrente prog degli anni Settanta, soprattutto in certi contesti dell’ultimo “Canto VII”. Ci è sempre piaciuto esplorare, e questa line-up è molto più intenzionata a farlo rispetto al passato.
“Canto VII” ha mostrato una band ancora estremamente competitiva: sentite di avere ancora qualcosa da dimostrare alla scena italiana?
Premesso che non siamo mai stati propensi a dimostrare qualcosa, dopo 32 anni credo che non ci sia più niente da dimostrare a nessuno. Piuttosto abbiamo ancora molto da dire e da condividere, che è molto più costruttivo del dover dimostrare qualcosa. E “Canto VII” ne è la dimostrazione diretta.

Avete condiviso il palco con grandi nomi internazionali: quali esperienze live vi hanno segnato maggiormente?
Credo che aver aperto per i Death nel 1995 sia stata la più grande esperienza di sempre sul piano emozionale. Mentre il tour in Russia con i Kataklysm e quello europeo con i Lacuna Coil sono stati quelli da cui abbiamo imparato di più.
La scena metal italiana spesso fatica ad avere il supporto che merita: secondo voi oggi è migliorata rispetto ai primi anni Duemila?
Sul piano della qualità in Italia non siamo secondi a nessuno, peccato che in molti casi non esista un vero e proprio zoccolo duro per quanto riguarda l’interesse verso l’underground da parte del pubblico, tranne in sporadici casi. Aggiungiamo poi che esistono, in alcuni casi, vere e proprie guerre tra poveri e ridicoli boicottaggi da parte di squallidi personaggi tra band e promoter che millantano la parola “underground” per fare solo i propri interessi, e non fanno altro che minare la già precaria salute di questa scena. Sicuramente rispetto a 40 o 20 anni fa ora abbiamo band nel mainstream mondiale come Lacuna Coil, Fleshgod Apocalypse e Rhapsody Of Fire, roba che una volta era assolutamente inimmaginabile, ed è un bene. E fammelo dire con una punta di orgoglio, perché sono band che ho visto crescere e con le quali ho suonato assieme. E se parliamo dei Lacuna Coil, parliamo di amici di una vita che ho visto nascere e imporsi nella scena.
Nei vostri testi ricorrono temi storici e politici: quanto è importante per voi mantenere una dimensione concettuale oltre alla pura aggressività musicale?
Da sempre c’è stata la ricerca della concettualità sociologica, storica e politica nei nostri testi. Soprattutto perché, in un mondo in decadenza culturale da 30 anni a questa parte, cercare di tenere aperti occhi e cervello alle persone, soprattutto attraverso l’arte, lo abbiamo sempre visto quasi come un dovere. A maggior ragione adesso che siamo molto più maturi e consapevoli rispetto a 30 anni fa. La musica deve essere sì divertimento, ma anche comunicazione; prima di tutto comunicazione di sani principi e sane riflessioni.
Dopo tanti cambi di line-up, qual è stato il segreto per mantenere viva l’identità dei Node?
Senza voler fare il megalomane o l’egocentrico, sicuramente il riuscire a trasmettere a tutta la gente che si è avvicendata in questa band la mia esuberanza, la mia testardaggine e la mia passione per questo progetto.
Quanto conta oggi il fattore umano in una band, in un’epoca in cui molta musica viene composta e prodotta a distanza?
È basilare. Come diciamo proprio nel concept di “Canto VII”, viviamo purtroppo in un periodo storico basato sull’allontanamento di ognuno di noi da quella forma di socialità sana fatta di sguardi, toni di voce e contatto umano. Viviamo in un vero inferno edulcorato da prodigi tecnologici che ci hanno svuotato dell’essenza dell’essere uomini: la condivisione, l’empatia, la compassione e soprattutto il dialogo. Quello sano, quello dal quale si impara, grazie anche alla predisposizione ad ascoltare e all’umiltà di imparare sempre qualcosa di nuovo, anche la più piccola cosa, da chi abbiamo davanti. Perdendo tutto questo, perdiamo anche la possibilità di arricchirci. Per questo motivo una forma di espressione fondamentale come la musica deve essere prima di tutto basata sulla condivisione umana.

Il death metal moderno tende spesso a puntare tutto sulla tecnica: pensate che si stia perdendo parte dell’impatto e della spontaneità degli anni Novanta?
Credo che nel metal, come in ogni forma di energia, nulla si distrugga e nulla si crei, ma tutto si modifichi. L’importante è che l’energia rimanga, magari sotto forme diverse, e faccia stare bene chi la ascolta. Non mi sono mai fatto questi problemi tra moderno e antico, a dire il vero. Non saprei che dire a riguardo, se non che sono due modi diversi di interpretare un genere, e non credo sia mai un male quando si condivide e si reinterpreta qualcosa che dura da anni.
Dopo oltre trent’anni di attività, cosa vi spinge ancora a salire su un palco con la stessa fame degli inizi?
Come ti dicevo all’inizio: il sorriso e il divertimento. La peculiarità maggiore di questi primi 30 anni è sempre stata la voglia di divertirsi cercando di migliorare sotto tutti gli aspetti, sia umani che musicali e professionali. Quello che veramente conta è lo spirito del divertimento e del benessere, perché senza di esso, senza la possibilità di staccare la testa dai problemi, il fare musica perde il suo senso. La musica deve prima di tutto far stare bene te, chi suona con te, insieme a chi ti ascolta e chi ti segue. E tutto questo non ti stanca mai, anzi: ti fa salire la fame sempre di più.
Joker

