HeavyInterviste

Intervista ai DEATH SS

Ciao Steve, ben trovato. Come sono al momento i responsi che Humanomalies ha suscitato tra addetti ai lavori e fans?

Direi ottimi. Comunque la parte promozionale relativa ad “Humanomalies” è tutt’altro che esaurita. Stiamo lavorando ancora sul mercato estero, sulla “Second leg” del tour e sui singoli estratti dall’album che stanno per uscire proprio in questi giorni.

Anche con questo album, credo che i Death SS non vogliano sottrarsi nell’essere ancora una volta al centro di “discussioni” (futili o costruttive che siano) da una parte di audience o fans legati al passato più remoto, soprattutto per il nuovo corso evolutivo intrapreso. Consideri, questa, una costante che vi accompagna fin dai vostri esordi?

Certo! E’ naturale per noi evolvere sempre la nostra musica per non correre il rischio di rimanere ancorati in cliché stantii che sono poi stati copiati da altri… La nostra è una ricerca musicale senza alcuna limitazione stilistica. Lo so che alcuni fans oltranzisti ci vorrebbero sempre fedeli alle vecchie situazioni ma riteniamo più onesto seguire quello che “sentiamo” veramente in questo momento, in fin dei conti noi non abbiamo mai detto di essere i “paladini del true metal”…!
Certe cose preferiamo lasciarle ad altri….!

Concordi con il fatto che Humanomalies pur essendo diverso, o strano che dir si voglia, rispetto alle precedenti vostre produzioni, rispecchi comunque nel modo più giusto le tematiche da te proposte?

Certamente.

A proposito dei testi, cosa mi puoi dire a riguardo? Possiamo considerare l’intero lavoro come un concept che ruota intorno alla psiche umana, quella più contorta e nascosta?

“Humanomalies” è una sorta di viaggio nel mondo delle anomalie, delle “brutture” e delle “diversità” morali, sociali ed estetiche proprie del genere umano. Partendo dal un’iconografia mutuata dei sideshow americani di inizio secolo, ricettacoli di ogni sorta di mostruosità estetica, ogni canzone mette a nudo un tipo di anomalia che ci rende dei “diversi”.
Dopo anni durante i quali ho trattato i vari aspetti più “fantasy” o gotici del mondo dell’immaginario orrorifico, ho voluto spingere la mia ricerca verso i meccanismi che portano a vivere l’orrore della nostra quotidianità, vagando nella parte malvagia e mostruosa della nostra mente, verso il lato più buio della nostra esistenza. Del resto basta ascoltare un telegiornale o leggere un quotidiano per avere di fronte a noi l’immagine del vero “orrore”! Quali mostri sono più terribili di quelli partoriti dalla nostra mente? Anche l’aspetto “occulto” e trascendentale di ogni singolo avvenimento è in questo caso lasciato ad un’interpretazione più mediata ed intimistica rispetto al passato, dove fatti reali della cronaca attuale si rivestono di riferimenti legati al mondo del ritualismo esoterico di maniera.

In un certo senso, secondo te, si può ritenere giusto che in ognuno di noi risieda un aspetto della personalità (più o meno accentuata o occultata) “anomala e perversa”?

Tutti noi siamo in parte dei “freaks”….!
Basta semplicemente discostarsi un poco dalle “regole prestabilite”, dalla “norma comune” per fare di noi dei rejetti e dei perseguitati! Sono sempre stato molto sensibile al concetto di “normalità”. Chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa è normale e cosa non lo è? Tutto varia inevitabilmente a seconda di CHI si pone la domanda. Inoltre penso che la vera “mostruosità” sia quella che ci portiamo dentro giorno dopo giorno, fatta di frustrazione, rancori e solitudine, non certo quella estetica ed opinabile.

Puoi spiegare la scelta di un artwork dall’aspetto “antico”, contrastato da un vostro look alquanto futuristico?

L’artwork segue fedelmente le atmosfere “circensi” espresse nel concept del disco, quindi delle atmosfere che si rifanno ad un preciso momento storico, quello dei “Sideshow” itineranti americani di inizio secolo. La nostra idea è stata quella di portare tutti questi input stilistici in un futuro neanche troppo immaginario, dove tutte le “brutture” esposte diventano altrettanti specchi deformanti della nostra quotidianità.

Di livello avanguardistico è anche la produzione e qui credo vadano i maggiori complimenti, ma non credete di aver abusato un pò troppo su certi campionamenti?

Che palle con questa storia!!!! Il “campionatore” è uno strumento come qualsiasi altro e lo si suona come si suona una comune tastiera o una chitarra! Tutti lo usano e non è certo per via di un “campionatore” o di un “campionamento” in più o in meno che si può giudicare la riuscita di un’album!!! Parecchia gente ha ancora le idee molto confuse in questa materia! Ti posso assicurare che ci sono molto meno “campionamenti” su Humanomalies che su un qualsiasi disco degli Stratovarius.
E’ solo la scelta dei suoni che fa la differenza. Ad ogni modo noi pensiamo fermamente che un certo tipo di atmosfere possano essere ricreate solo attraverso l’uso di un certo tipo di tecnologia. Se per qualcuno tutto ciò è “abusare”, si rivolga pure altrove!
Sono sempre stato dell’idea che il vero artista debba sempre “osare” e sfidare se stesso senza mai rimanere ancorato su coordinate stilistiche determinate. Penso che questo si possa raggiungere solo dopo anni ed anni di “mestiere” e professionalità. Allo stesso tempo deve essere sempre riconoscibile, deve riuscire a mantenere inalterata la sua personalità, che come tale è unica e inconfondibile! Tutto ciò può senz’altro essere pericoloso da un punto di vista commerciale perchè come si sà, il pubblico (specialmente quello metal) ha bisogno di “sicurezza” dalle sue band preferite ed accoglie sempre mal volentieri i cambiamenti…In ogni caso però noi abbiamo la fortuna di non subire alcuna pressione dalla casa discografica e quindi di poter decidere pienamente sulle nostre coordinate artistiche.
Per questo troviamo sia più coerente e sincero da parte nostra esprimere ogni volta quello che veramente “sentiamo” in quel determinato momento della nostra carriera, quello cioè che riteniamo sia il suono più “giusto” per accompagnare i concetti che vogliamo esprimere in un determinato disco, anche se questo potrà portarci lontano da quanto un vecchio fan si sarebbe aspettato. Chi ci segue veramente è comunque abituato alla nostra costante evoluzione stilistica. Noi non abbiamo mai fatto un’album uguale al precedente e quindi questo ulteriore passo in avanti non dovrebbe spaventare più di tanto! l’importante è essere riusciti a conservare il nostro inconfondibile “trade mark”, anche se la forma è sostanzialmente diversa! Al limite possiamo perdere quelle persone che si sono ancorate ad un preciso momento storico (ed irripetibile) della nostra carriera e sono incapaci di guardare avanti, di crescere assieme alla band! Pazienza! Del resto non sarebbe sincero da parte nostra proporre qualcosa che ormai non sentiamo più e riteniamo superato solo per far contenta una certa fascia di pubblico! Noi suoniamo principalmente per noi stessi…!
A tutto questo aggiungi che le tematiche affrontate in questo nostro nuovo viaggio richiedevano un’accompagnamento sonoro estremamente sperimentale, violento, oscuro e moderno, ed è in pratica quello che abbiamo fatto! Prova a leggere ad esempio il testo di “Pain” e pensa se il brano avrebbe reso ugualmente l’idea con una musica alla “Baphomet”.

Conoscendo la tua passione per le pellicole horror anni ’40-’50, come ti vedresti in veste cinematografica?

Bisognerebbe vedere in che veste. Come regista mi piacerebbe sicuramente dirigere un film che unisca le atmosfere gotico-romantiche proprie dei vecchi films della Hammer con qualcosa di esoterico/surrealista alla Jodorowsky o alla Bunuel e un pizzico di “modernità” alla “doom generation” o “il corvo”.
Come attore mi piacerebbe molto interpretare qualcosa di adatto alla mia personalità, una sorta del “the magician” di Rex Ingram del 3000. Di sicuro, nel bene o nel male, farei qualcosa di diverso ed originale rispetto a ciò che ci viene proposto in questi giorni.

A mio avviso con Humanomalies avete fatto un (o due) bel balzo in avanti. Ma dove vogliono arrivare i Death SS?

Citando la sigla di STAR TREK: …”là dove nessuno è mai arrivato prima!”

Roberto Pasqua

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