Raw & Wild - WebMagazine - News - Video - Vinci un CD al mese - Compilation gratuite - Interviste - Recensioni - Date concerti
Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube

Home Recensioni Seciali Live reports Download Contatti

   
   A - B - C - D - E - F - G - H - I - J - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - W - X - Y - Z - 0 - 1 - 2 - 3 - 4 - 6 - 7 - . - - Ă - '





Ultimo live a Bowling Green (Mariano Fontaine - Albatros, 2019)

Bowling Green, Kentucky: quarantamila anime dannate man mano confluite dagli ultimi scampoli dell'America rurale nei grandi agglomerati industriali creati dai colossi come la General Motors, dove l'alienazione la fa da padrona. Una lunga presentazione nello stile dei fratelli Coen descrive lo scenario in cui nascono i Nationfire, la band carica di rabbia e voglia di emergere le cui vicende vengono narrate in questo "Ultimo live a Bowling Green". Ed è proprio la lunga presentazione, con una verbosità calcata fino all'eccesso, a costruire per prima lo scenario in cui appaiono i protagonisti della storia e accompagnarne l'evoluzione: una scrittura decadente, non priva di sbavature, sulle prime priva di dialoghi, comunque rarissimi nel corso dell'intero romanzo. I Nationfire sono autori di un crossover "impossibile" tra grunge e metal, un sound descritto come violento ma non privo di una sua vena poetica (chissà che connessione c'è tra il monicker e il pezzo "A Nation on Fire" dei Machine Head...) che li porterà a girare gli States in compagnia dei Napalm Death in un'epoca (gli anni '90) in cui il disco era ancora il traguardo, non il punto di partenza che rappresenta ai nostri giorni. La finzione letteraria e l'adattamento si incrocia spesso con la Storia (come nel caso della cronaca della morte di Cobain), lasciando pian piano spazio ai primi flashback tra il tempo di narrazione e quello del narratore, fino all'imprevedibile epilogo - una svolta che porta inevitabilmente a rileggere le prime pagine in un'ottica differente e decisamente "metatestuale". La parte del leone la fa poi il costante amarcord di titoli tratti dalla fiorente scena grunge / punk / metal dell'epoca, con qualche chicca e inevitabile citazione del Bel Paese, tra cui la scelta di chiamare un capitolo "Istinto e rabbia"! A parte l'ovvia materia di interesse per gli aficionados, il romanzo di Mariano Fontaine ha il pregio di farsi leggere tutto d'un fiato, con uno stile di scrittura che coinvolge man mano il lettore, un po' come succedeva agli ascoltatori di Ottaviano Blitch del Virgin Motel - e se pensate che l'esempio sia triviale, provate a passare un inverno intero nella Bassa con la radio come unica compagnia serale...

L'autore

Mariano Fontaine
è il chitarrista fondatore degli Housebreaking, metal band laziale che ha inciso due album: "Out Of Your Brain" (2010) ed "Against All Odds" (2015). Nel 2013 pubblica assieme a Cristiano Mastrangeli il suo primo romanzo: "Non siamo rockstar: la storia di una heavy metal band", che ottiene favorevoli riscontri dalla critica di settore.Possiede un'approfondita conoscenza delle dinamiche del music business acquisita quale proprietario di un negozio di dischi, di un'etichetta discografica e di un'agenzia promozionale per gruppi esordienti. Si è inoltre esibito in decine di concerti sparsi per la Penisola, spesso a supporto di bands blasonate. Parte di "Ultimo live a Bowling Green" nasce sulla base di esperienze vissute dall'autore all'interno del circuito musicale.

Titolo: Ultimo live a Bowling Green
Autore: Mariano Fontaine
Pagine: 146
Editore: Albatros
ISBN: 978-88-567-9836-4
Prezzo: 12,00 euro
Contatti:
www.facebook.com/ultimolive
www.facebook.com/mariano.fontaine

L'intervista

Ciao Mariano, benvenuto sulle pagine virtuali di Raw & Wild. Come è nata l'idea di scrivere “Ultimo live a Bowling Green”?

Lo ricordo benissimo: avevo le chiappe immerse nel mar Ionio, in uno scenario salentino fatto di blu cobalto e sabbia finissima. Era il 2017 e mi chiesi, perché no? Storie di musica e di vita vissuta on the road, certo, ma cercando di andare anche oltre l’aspetto musicale. Quindi mi concentrai sui ricordi e cominciai ad elaborare delle potenziali storie.
Tutto sommato, mi dissi, tenendo sempre bene a mollo anche i piedi in quello sfondo caraibico del Salento, scrivere “Non siamo rockstar” qualche anno prima, non fu un impegno impossibile, anzi. Soprattutto mi resi conto che di aneddoti da raccontare del music biz nel avevo ancora tanti e anche carini. E così facendo cominciai a costruirmi mentalmente degli schemi narrativi.
Tornati dalle ferie, verso la metà di settembre decisi di mettere nero su bianco quello che la mia mente stava creando e cercai anche di dargli un’impronta seria…

Non voglio entrare eccessivamente nella sinopsi del romanzo per non cadere nel tranello dello spoiler, ma mi chiedo se ci siano state particolari influenze dal punto di vista letterario (o anche cinematografico, perché no...) che ti hanno ispirato all'atto della scrittura...
Diciamo che le prime due parti sono ricordi di vita on the road, vissuti sulla pelle, aneddoti che dovevo e volevo depositare su carta miscelati ai tanti racconti delle band che incontravo ai live in giro per l’Italia. Ogni episodio di quelle pagine è vero. Poi però c’è una evoluzione verso altro, dove la psiche la fa da padrona. Da sempre sono affascinato da chi vive ai margini della società come tossici, barboni, psicopatici, prostitute, serial killer e non so veramente quanti libri e fumetti ho letto a tal proposito. Sono sempre stato attratto, in una ipotetica scala sociale, dagli ultimi, i perdenti e i diversi, quelli che per gli altri non esistono o esistono relativamente. Anche loro, per me, sanno di umanità vissuta… anche se dal lato “out” della vita, quello che ti rende comunque genio ma (probabilmente) senza speranza. Diciamo che c’è una bella evoluzione psicologica del romanzo di cui posso dir poco per non rovinare la sorpresa al lettore.

Nelle note si accenna al fatto che il racconto è basato su una storia vera: puoi dirci di più?
Abbiamo voluto fortemente dedicare il romanzo alla memoria di un caro amico, andato via troppo presto.
Si chiamava David, conosciuto da tanti semplicemente come “Davide, il Punk”.
Molti degli aneddoti narrati nella prima parte del libro sono veri, vissuti sulla (nostra) pelle: anche quella dell’asino, della ‘casa prove’ e di Madman Jack (che non si chiamava così ma era ferroviere / stalliere, quello sì).
Tanti di quei ricordi sono storia di vita passata insieme a lui, quando il Rock, il Metal, il Punk e il Grunge facevano ancora paura. Anche al sistema, perché sovvertivano o tentavano di farlo.
Erano anni ruggenti, appassionati e vissuti in provincia, perfettamente come li ho descritti su “Ultimo live a Bowling Green”!
E David (Dave nel romanzo) era proprio così: anarchico e sovversivo, contro tutto e tutti. Probabilmente anche verso sé stesso.
Ovviamente sul libro la sua storia è stata romanzata (e la terza e quarta parte del tutto inventata) ma conoscendolo bene, ci avrebbe messo la firma a fare il tipo di vita in cui l’ho immerso nella prima parte del libro. Ne sono certo.

Il gruppo del protagonista si chiama Nationfire e secondo le descrizioni suona come uno stranissimo incrocio tra il grunge più acido e il metal più estremo. Mi chiedo se nello scrivere di loro avessi in mente una o più band specifiche, dato che si passa dal citare i Temple of the Dog al nominare con orgoglio i Coroner. Vero è che anche i vari beniamini del grunge erano fan del metal – Cobain adorava i Celtic Frost, Corgan seguiva da vicino gli Anthrax... non sarà che oggi i confini tra i generi sono paradossalmente troppo definiti?
In realtà non avevo nessuna band di riferimento dal punto di vista prettamente musicale. Però mi piaceva poterlo rappresentare, almeno su carta, almeno su romanzo. È un connubio assurdo e per certi versi insensato, impossibile da realizzarsi veramente. Come può esistere una band che suoni Grunge e Metal estremo? Non è possibile musicalmente, giusto? Sono due tipi di intendere il Rock con strutture troppo distanti per essere legate insieme. Però questa cosa mi ha sempre affascinato, per cui i Nationfire suonano proprio quel crossover impossibile.

Spesso, nelle pubblicazioni specializzate, si tende giustamente a rimarcare che Seattle è stata la patria di alcuni pesi massimi del metal prima ancora di vedere la genesi del suo filone più fortunato. Eppure, personaggi come Kurdt Vanderhoof vedevano con fastidio questo accostamento, e la disistima era reciproca, con gruppi come Nirvana e Mudhoney che si facevano spesso beffe dei “senatori” musicali della città. A tuo parere, che rapporto c'è tra metal e grunge, a parte le ovvie derivazioni come Soundgarden e Alice In Chains?
Sono due modi propri di intendere la musica in modo profondo. Assolutamente fondamentali entrambi e personalmente sono da sempre affascinato da tutte e due le correnti. Diciamo che del Grunge mi piace maggiormente il pensiero sociale e politico più che quello musicale, mentre invece del Metal mi piace tutto, quasi a 360°: pensiero, evoluzione, attitudine. Sinceramente non mi interessano le polemiche stupide come la classica frase “Il Grunge ha distrutto il Metal” e blaterazioni simili. Il Grunge ha abbattuto le distanze come lo fece il Punk ’77 perché aveva semplicemente più energia e meno “sofisticazioni”. In pratica aveva molto più da dire di tante band Metal e basta.

Appena i Nationfire iniziano a progettare il tour con i Napalm Death affiora la famigerata questione del pay to play: fa piacere che la stessa venga affrontata con serenità, essendo una realtà più diffusa (e longeva) di quanto si creda. Qual è la tua opinione in merito? Quanto serve davvero alle band e in che modo?
Il pay to play è esistito, esiste ed esisterà sempre. Prima, se ti andava bene, pagavano le label mentre ora fai affidamento solo sulle tue risorse. Anzi, per dirla tutta, un tempo le label si trattenevano una percentuale sulle vendite dei dischi venduti e se non vendevi erano dolori perché dovevi cacciarli di tasca tua. In Italia se ne è parlato e straparlato talmente tanto in passato per cui, sinceramente, mi tiro fuori dal pantano. Tanto chi non vuol capire non capisce e cercare di far ragionare le persone non mi va più. A quarantanove anni mi son rotto le palle. Che ognuno faccia quel che vuole.

Di livello l'idea di chiamare il tour a cui partecipano i Nationfire “Cursed to Tour”, come il celebre split tra i pionieri del grindcore e gli At The Gates. Dal punto di vista narrativo, cosa rappresentano invece i Bohicas, l'immaginaria band di supporto?
Piccola precisazione: sia il titolo del tour che lo stesso, sono davvero esistiti. Anche le date e i locali narrati sono quelli toccati dai Napalm Death in quel lontano tour del 1996. Ho fatto una ricerca molto approfondita su quel devastante tour. Devastante perché nel ’96 gli Inglesi on stage tritavano davvero alla grandissima. I Bohicas invece mi servivano solo come espediente letterario e nulla più.

Ultimamente mi sono occupato molto di Napalm Death (nuove release, tour italiano, dichiarazioni di Greenway) e fa un certo effetto vederli così “spersonalizzati” nella tua narrazione... è una scelta precisa?
Mmm… mi colpisci al cuore. Amo i Napalm Death e sono fiero di averci diviso il palco anni fa quando suonavo. Sinceramente non volevo spersonalizzarli e mi spiace veramente tanto se l’hai vista così. Mea culpa. Sinceramente non intendevo.

Alla notizia delle dimissioni di Dave dall'ospedale, non hai resistito a citare il Libro Cuore, e comunque c'è molta Italia nel romanzo... una firma d'autore più o meno velata o c'è qualcosa di più?
L’Italia è la mia terra e la amo nonostante odi abbastanza almeno il 70% degli italiani. La mia cultura è italiana ed è normale, penso, che le influenze escano fuori… anche abbastanza lampanti, diciamo così. E poi Bowling Green è un altro espediente che ho trovato per poter parlare della cittadina dove vivo, Cassino, in provincia di Frosinone, basso Lazio, terra di nessuno dove regna la Fiat, il suo indotto e la turpe speranza di salire la china sociale. Proprio come narrato nelle prime pagine del libro.

Durante la lettura e anche dopo mi sono chiesto il perché della scelta di ambientare “Ultimo live...” nel bel mezzo della provincia americana. Quale è la tua esperienza degli States?
Nessuna, non ho mai visto gli States se non nei film, telefilm e nel mio caro West fatto di fumetti e cellulosa. È stato un espediente letterario per parlare di altro, come detto sopra.

Tra le pagine affiora spesso il tema delle recensioni e del peso che un'opinione positiva o negativa possa avere. Tu che ne pensi? Noi recensori siamo davvero brutti e cattivi come ci dipingono?
Un tempo sicuramente sì. Una recensione brutta poteva davvero tranciare le gambe alle band. Non parlo dei giornali italiani ma di quelli esteri più conosciuti e rinomati. E poi, sono stato un fanzinaro doc. Ho scritto e recensito per almeno dieci anni. Anche su qualche sito importante per periodi limitati. Purtroppo sono completamente anarchico e non mi sottometto a nessuna regola per cui, me le facevo e stampavo da solo. Con vari collaudati amici e collaboratori, ovvio. E’ stato un bellissimo periodo della mia vita. Anche se oggi le recensioni, a che servono più? È finito da un pezzo quel periodo “romantico”.

A questo proposito, quali sono i tuoi ricordi dell'esperienza di Crash Magazine?
Bella domanda: ricevevo tonnellate di promozionali dalle etichette discografiche, dai distributori, dalle band. Ogni settimana si dovevano recensire tantissime band, affermate e meno. Un grande lavoro che doveva per forza di cose essere esteso a vari collaboratori. E così feci. Per avere i distributori migliori poi, il magazine doveva avere un taglio professionale, per cui stampai Crash Magazine su carta lucida. Lo impaginavo tutto io e poi lo portavo in tipografia. E i risultati si vedevano: lavoravo con Audioglobe, Self oltre che con una montagna di altre label estere. Finii per finanziarmi la stampa del giornale con la vendita delle centinaia di promozionali che arrivavamo. Per darti un’idea del flusso di materiale che arrivava periodicamente nella mia casella postale (fisica, non di posta elettronica) mi basta raccontarti un piccolo aneddoto: una volta mancai dall’ufficio postale per una settimana a causa di una brutta influenza. Bene, quando arrivai lì, per farmi portare via tutto il caos di pacchetti e pacchettini che avevano invaso in toto l’ufficio, il Direttore mi diede uno degli enormi sacchi con la scritta Poste italiane e mi disse:”Sappi che se ti fermano i Carabinieri ti prendono per ladro!” Il magazine lo regalavo a chi comprava i cd promozionali che venivano venduti sottocosto, circa 10 euro l’uno, tranne qualche perla che in anteprima piazzavo anche a 50 euro. Era una cosa dannatamente illegale ma altrettanto figa. Ti parlo degli anni che vanno dal 2000 al 2003, di sicuro erano altri tempi ma assolutamente più romantici di questi. Poi aprii il mio negozio di cd dal nome Crash (per l’appunto) e non ebbi più tempo di portare avanti il Mag. Dopotutto i tempi stavano cambiando, nascevano le prime web ‘zine e non riuscii più a starci dietro. Non mi piaceva nemmeno più tanto a dirla tutta, si era perso il fascino della carta stampata e del cd fisico.

Cosa c'è nel lettore / sul piatto / nella playlist di Mariano Fontaine, e in particolare quale colonna sonora ha accompagnato la genesi del romanzo?
Un mio caro amico, dopo aver letto il libro mi ha scritto: “ È come una canzone degli Alice in Chains ma senza melodia”. E questa frase a me piace veramente tanto. In più, in questa playlist ci aggiungerei le due bellissime strumentali dei Metallica “The Call of Kthulu” e “Orion”.

Domanda scontata ma doverosa: come sta andando la promozione di “Ultimo live a Bowling Green”?
Il libro è stato al Salone del Libro di Torino e sarà a quello di Roma tra qualche mese. Io lo spingo in qualche radio, in eventi live e sui social network. Magari qualche cosina di più potrebbe fare l’Albatros ma tutti ci lamentiamo sempre sia delle Etichette discografiche che delle Case Editrici, no?

Cosa bolle in pentola per il futuro?
Tante cose. Da quanto ho posato la chitarra al cosiddetto chiodo ho cominciato a scrivere davvero tanto. Mi piace e mi rilassa, quindi mi son detto, perché no? Ho appena finito di scrivere “Le facce della menzogna”, un Thriller attuale un po’ Noir e un po’ psicologico. Sarebbe il seguito di “Ultimo live a Bowling Green” ma può essere letto in totale autonomia. Tra un paio di mesi cominciamo la promozione. Anche per questa nuova fatica devo ringraziare davvero tanto il mio “mentore”, nonché Editor di fiducia assoluta, Cristiano Mastrangeli, la mia compagna Stefania che ha limato qualche spigolatura e proposto qualche necessaria giunta, Anna per i suggerimenti e le valutazioni e Jean per le correzioni grammaticali. Lì dove scappa l’occhio umano, arriva quello suo e... zac, ti becca il refuso. E poi, per finire, la cover a mio avviso è davvero bella e l’ha fatta un altro grande mio amico, l’artista Francesco Vignola. Tra qualche tempo lo chiameremo Maestro, per ora facciamogli godere le sue trentacinque primavere. Dimenticavo: ho già cominciato a scrivere altro ma per ora è davvero troppo presto per parlarne. Grazie veramente di cuore per la bella intervista.

Francesco Faniello

<<< indietro



   
Vicious Rumors
" Celebration Decay "
Antipope
" Apostle of Infinite Joy "
Lucynine
" Amor Venenat "
Ab Origine
" Eleusi "
Primal Fear
" Metal Commando "
23 And Beyond The Infinite
" Elevation to the Misery "
Vug
" Onyx "
Riven
" The Suffering "

Archivio resensioni >>>




Raw & Wild TV   


Archivio video>>>



Interviste
Speciali
Live reports




Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube


RAW & WILD 2000 / 2020
Ogni riproduzione anche parziale è vietata - Info


admin   
Home | Recensioni | Interviste | Speciali | Download | Live reports | Privacy | Contatti

La tua pubblicità su R&W
Collabora con Raw & Wild