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:: Le strade sconfinate di CasaperCasa (Sandro Abruzzese – Rubbettino, 2018)

Alecsandro è un docente in anno sabbatico a seguito della separazione dalla moglie. Questa circostanza, insieme alla terapia analitica che gli impone di annotare le sue giornate in un taccuino, lo tramuta giorno dopo giorno in un testimone apparentemente inconsapevole della Storia, che per qualche motivo ha deciso di far più tappe proprio nella sua città, frammentandosi in quelle piccole vicende dall’essenza tragica e dallo svolgimento al limite del farsesco che da sempre caratterizzano gli eventi di cronaca e le piccole scaramucce dell’umanità. La città è Ferrara, attraversata da quel Po che idealmente ne delimita i confini e determina il raggio di azione del protagonista e dei suoi comprimari, il razionale e ottimista Filippo e l’outsider Giorgio Aggiustatutto, straniero in una terra straniera e perciò foriero di quello sguardo distaccato che meglio delimita un romanzo di città quale è CasaperCasa. Confini, dicevamo, che vanno dal Polesine veneto al finisterrae orientale della Bassa, che ha come colonna sonora la chitarra di Solieri, protagonista di una delle stagioni migliori del rock nostrano, laddove poco prima il lettore aveva incontrato le inesistenti luci di una ben nota centrale, su cui aleggia l’altro Vasco, Brondi, a sua volta un cantore della città. Particolare attenzione susciterà, nei nostri lettori, il capitolo Città rock, piccolo ma efficace spaccato dei festival di provincia, in cui è la dimensione del ricordo e delle aspettative a farla da padrone, tra nostalgici dell’hard rock di annata e nuovi cantori dell’indie rock più o meno contemporaneo.
Abruzzese riprende la narrazione delle vicende della città estense da dove l’avevano lasciata i suoi predecessori: Giorgio Bassani per primo (la scelta dei nomi di Athos e Giorgio è illuminante, in questo senso, e lo stesso vale per la scena nel centro massaggi, dissacrante tributo all’autore de Il Giardino dei Finzi-Contini e a Malnate, uno dei suoi personaggi più efficaci) e Andrea Veronese poi (con la sua descrizione della difficile transizione degli anni ’50 sullo sfondo della serrata dialettica politica), passando per le immagini di Michelangelo Antonioni. Così, tra camei illustri e citazioni ancor più blasonate, Alecsandro (così suona il suo nome nella cadenza ucraina di Giorgio) prova a dipanare le matasse della sua esistenza e di quanto lo circonda, in una ricerca senza fine che lo rende allo stesso tempo affine agli inetti sveviani, ma anche ai personaggi dei racconti di Calvino e – perché no – agli eccezionali protagonisti di certo cinema, (anti)eroi che trovano nell’inazione, o meglio nell’apparente inefficacia dell’azione, la loro collocazione nella contemporaneità, tra le solenni tombe del cimitero ebraico, sotto i prosaici cartelloni di réclame politica o di compro oro, mentre “Darkness on the Edge of Town” di Springsteen scorre in sottofondo, emblematica e rassicurante allo stesso tempo.

L’autore Sandro Abruzzese è nato in Irpinia e vive a Ferrara dove insegna materie letterarie in un Istituto d’Istruzione Superiore. Per i tipi di Manifestolibri ha pubblicato Mezzogiorno padano (2015). Sul suo blog, raccontiviandanti, si occupa di viaggio e sradicamento. Nel suo stereo, oltre al Boss e agli italiani, non mancano mai “Five Man Acoustical Jam” dei Tesla, “Live in the Heart of the City dei Whitesnake e “Hooked” dei Great White.

Titolo: CasaperCasa
Autore: Sandro Abruzzese
Pagine: 306
Editore: Rubbettino
ISBN: 978-88-498-5344-5
Prezzo: 18,00 Euro
Contatti: www.facebook.com/supplentuccio.abru
raccontiviandanti.wordpress.com

L’intervista

Un protagonista apparentemente estraneo alla città ma cittadino per eccellenza, che mostra un amore per ciò che è “altro” dalla dimensione urbana che solo in un elemento ben radicato in essa può nascere. Più che ai personaggi bassaniani ho pensato a Marcovaldo, complice lo scenario di una città che è insieme solenne, epica, tragica e farsesca spesso nello stesso momento. Chi è Alessandro (o Alecsandro, se preferisci)?

Alecsandro è sicuramente uno spaesato, ma in un mondo mobile e fluido, nell’epoca della disintegrazione sociale dovuta alla maestosa forza centripeta del finanz-capitalismo, è pure un cittadino comune che viaggia da fermo, nella sua città o nella pianura, ri-vedendo con uno sguardo lucido e tuttavia alterato il mondo che lo circonda. Si tratta di una riappropriazione, un riorientamento nello spazio circostante, nei luoghi, nelle relazioni, in fin dei conti è un vero e proprio viaggio.

Immagino tu non abbia resistito a una “firma di autore” là dove il protagonista parla di avi sepolti nell’Appennino...
Sai bene che ho definito e considero il centro-nord del Paese un unico Mezzogiorno padano, e che l’Italia è per me questa ibridazione continua di genti, un paese fondato sullo squilibrio territoriale non solo tra nord e sud ma anche tra aree interne e coste, quindi non rinuncio all’Appennino perché mi fornisce uno sguardo e una prospettiva minoritaria e inedita, definita dal critico Giuseppe Ferrara “un’estetica montana della curiosità”.

Una sera di vari mesi fa ero in autostrada e il cd compilation di turno mi ha sfornato una bella e tagliente “Under The Blade” dei Twisted Sister, tanto che non ho potuto fare a meno di pensare al passo sulla Città rock. Quanto è importante la musica nell’economia di CasaperCasa?
Città rock è il capitolo della passione per la musica: l’hard rock americano, per gli inglesi, o l’indie italiana. Ci sono i Twisted Sister ma anche Led Zeppelin e Whitesnake (so che non ti dispiacciono!). Poi gli Zen Circus, Capovilla e il suo potente Teatro degli Orrori, più avanti i primi e indimenticati Marlene Kuntz. Citazioni più criptiche, sempre stando alla musica, riguardano l’universo del bravissimo concittadino Vasco Brondi con il suo progetto decennale Le Luci della Centrale Elettrica. Anzi, ti svelerò che la casa editrice Rubbettino lo ha cercato senza successo su mia richiesta per fargli avere CasaperCasa, poi il libro l’ho affidato personalmente a un’amica musicista in comune, ma non ne ho più saputo nulla, né ho avuto il coraggio di chiedergli se lo avesse letto.

A volerla vedere da una certa angolazione, Alessandro è un po’ il Dee Snider della situazione, quando si trova suo malgrado a dipanare matasse legali con insospettabile precisione, esattamente come il riccioluto leader dei Twisted Sister affrontò a testa alta e con disarmante perizia la terribile macchina della censura del PMRC americano. Qualcosa di Forrest Gump aleggia in entrambi, anaforicamente o cataforicamente. C’è davvero un parallelo possibile o è tutto nella mia testa?
C’è stupore in Alecsandro per come è diventato il mondo, per il fatto che si riesca a essere a proprio agio in questo tipo di mondo. Forse è che se non soffri, se vivi senza alcuna reale necessità materiale, rischi di non accorgerti quanto siamo diventati poco vitali, quanto i nostri visi, i corpi, siano anestetizzati e tutta la società finisca per assomigliare a un immenso allevamento intensivo. Quindi l’incontro con Aggiustatutto, con il migrante orientale tuttofare attanagliato dal bisogno e tuttavia pieno di vita e forza, determina la svolta. Non so se sia Jack London o Thoureau, Tolstoj, Primo Levi, se sia Adorno e la sua Dialettica dell’Illuminismo, fatto sta che comincia il vero viaggio del libro, e in sottofondo c’è la musica di Vasco Rossi, o se preferisci l’Eddie Vedder di Into The Wild, il paesaggio si fa strada, tutto è più vero e chiaro. Ci sono Ghirri e Celati, insomma la Pianura Padana si fa ancora una volta spazio pionieristico per i suoi strampalati protagonisti.

Tra i capitoli che mi hanno colpito di più c’è quello su Sant’Antonio in Polesine, in cui la narrazione sembra procedere per fotogrammi indipendenti eppure molto concreti, alla maniera di Antonioni, dal pesce siluro arenatosi in una via del centro alle suore in slow motion, partendo dall’impulso quasi infantile a toccare la tacca alluvionaria presente sul padimetro. Quanto è importante la dimensione onirica in CasaperCasa?
Certo, l’altra faccia di CasaperCasa, la protagonista occulta è la città, il suo corpo. Ferrara e il rapporto difficile ma sempre presente con l’acqua e il Grande Fiume. Non potevo non pensare a Bassani, ad Antonioni. La città viene quindi descritta e fotografata, viene narrata per l’immensa capacità che i suoi luoghi hanno di evocare altro, le mura richiamano una continua evasione, le piazze sono veri teatri, fondali dove ci si sente sempre dentro a una certa costruzione particolare, umanissima e del tutto artificiale, ma pure onirica e metafisica, come ben aveva intuito De Chirico quando vi fu ospite ne rimase ammaliato.

Il disclaimer collocato in chiusura ovviamente impone la quasi totale assenza di nomi dei protagonisti “storici”, sostituiti da riconoscibilissimi tratteggi a volte caricaturali, ma quello che mi ha colpito è il fatto che la città non viene mai nominata (a dispetto della minuziosa precisione nell’indicarne hinterland, zone limitrofe e quartieri), e il fiume diviene il Grande Fiume, proprio come nell’immaginario popolare. Artifizio letterario o volontà di universalità?
È l’eterno ritorno di Calvino?
Hai visto giusto. Universalità certo. O meglio ambivalenza, che è la cifra della condizione moderna. E pure volontà di inseguire il Calvino delle Città Invisibili, aggiungendone una tutta mia di città. O il tentativo di descrivere una media città europea, un’epoca: è la città che si fa simbolo e simulacro. È Ferrara e per molti aspetti non potrebbe essere che lei, ma è anche il terribile omicidio di Federico Aldrovandi, la xenofobia latente, il leghismo imperante, l’egoismo e lo sfaldamento di intere comunità che magari porterà un giorno a qualcosa che sarà nuovo e forse, perché no, migliore di adesso e del recente passato. Fotografare il cambiamento vale sempre la pena, anche se a volte ci si sente come in Crossroads, è una sfida col diavolo per cui si rischia di vendere l’anima o perdersi nel tutto.

Volendo soffermarsi su una nota stilistica, ritengo che il romanzo cresca decisamente nella seconda parte. Quanto è ascrivibile ogni singolo capitolo alla dimensione del racconto, anche indipendente dal resto? E in questo senso, che legame è possibile individuare con la tua opera prima, “Mezzogiorno padano”?
Il romanzo si distende nella seconda parte, ho immaginato sia linguisticamente che come struttura una raccolta di schegge, di cocci, che pian piano prendono e danno forma a ciò che si tenta di ricostruire. Il legame con Mezzogiorno padano è nitido, lì c’era la partenza, qui l’appaesamento, la ricostruzione di ciò che è stato reciso con la migrazione. Lì c’erano le lande e i paesaggi della Lucania o del Cilento, qui i vicoli della città e la sua meravigliosa pianura. I due libri dialogano costantemente sul filo del doppio della condizione di estraneità-alienazione, e dell’intimità dei luoghi e delle relazioni.

Domanda di rito: come sta andando la promozione del romanzo?
Il libro è stato accolto con molto affetto, soprattutto dalla critica, dalla Lettura del Corriere della Sera al Manifesto, dal Fatto quotidiano a Left. C’è una lunga lista. Ne hanno scritto con convinzione finalisti allo Strega e scrittori che stimo come Paolin, Ferracuti, Fierro, Speranza e tanti altri.

Voci piuttosto fondate ti descrivono come ottimo chitarrista rock. Vuoi parlarci dei tuoi trascorsi?
La chitarra invece è sempre lì, dietro la scrivania, riprovo a strimpellare i pezzi del live al Trocadero dei Tesla, l’indimenticabile Love song, o la Dream on degli Aerosmith, i riff dei Red Hot Chili Peppers, ma sono sempre la solita schiappa arrugginita. I polpastrelli rispondono, e solo per orgoglio e una velata dose di alchimia, ai pezzi di Springsteen, di Capossela, ma lì non credo siano le mani, piuttosto è lo spirito affine, sono le storie che raccontano a guidare la memoria.

Siamo giunti alla conclusione e mi sembra doveroso parlare dei progetti futuri...
Il futuro? Il futuro ha un cuore antico, scriveva Carlo Levi. Nel mio immediato c’è il Delta, i suoi spazi sconfinati riportano alla Thunder Road del Boss, occorrerà dargli forma, sarà un altro viaggio in qualcosa che c’è ma non si vede del tutto, la pianura è reticente, mostra la sua superficie e inganna la vista. Per vedere la pianura occorre guardare e riguardare, tornare e ritornare. La strada è quella, metto su Born To Run e parto per il nostro Jersey Shore: l’estremo limite della pianura, ancora una volta, senza alcun piano programmato, verso la foce…

Francesco Faniello

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