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I 100 MIGLIORI DISCHI HARD ROCK 1968-1979 - L'epoca d'oro (Gianni Della Cioppa – Tsunami Edizioni, 2016)

Torna nelle librerie e sulle nostre colonne Gianni Della Cioppa, una delle firme più prestigiose del giornalismo musicale nostrano (Metal Shock, Il Mucchio Selvaggio, Classix!, Classix Metal e Classic Rock Lifestyle), già autore, tra gli altri, della biografia di Steve Sylvester (“Il negromante del rock. Le origini dei Death SS”) e dell’enciclopedia del metal italiano (Italian Metal Legion). Questa volta l’autore veronese s’è prestato al giochino più amato da tutti i musicofili - Alta Fedeltà docet - quello della compilazione di una classifica, nella fattispecie quella dei 100 album fondamentali dell’hard rock. Va subito detto che più che una graduatoria, quello stilato da Gianni è un elenco: gli album non vengono riportati in ordine d’importanza o di gradimento, ma cronologico, in un ambito temporale che va dal 1968 di Vincebus Eruptum dei Blue Cheer al 1980 di Back In Black degli AC\DC (in realtà si sfora di qualche mese). Il risultato finale è interessante, la lettura ci fa ripercorrere la storia del genere dagli albori, permettendoci di scoprire o riscoprire le band che hanno scritto questa grande epopea, poiché, alla fine, i singoli dischi sono solo un preteso per parlare dei gruppi e per ripercorre, in un certo qual modo, anche l’evolversi dei costumi sociali di quella decade. Ci sono naturalmente i grossi calibri: Led Zeppelin, Black Sabbath, Cream, Deep Purple, Queen, Rush Steppewolf e, accanto a loro, nomi minori ma sicuramente conosciuti dagli amanti di certe sonorità come Atomic Rooster, Bloodrock, Groundhogs, Sir Lord Baltimore fino ai carneadi greci Socrates Drank The Conium. E’ sta qui il segreto di questo libro: nel saper equilibrare i nomi celebri e quelli meno noti. L’autore non cade nel tranello di compilare un inventario di band celebri per attirare l’attenzione dei lettori più superficiali e non cede neanche alle lusinghe del proprio ego tirando giù un inventario di band sconosciute per dimostrare la propria conoscenza sconfinata della materia. Altro dato interessante è il superamento della convinzione storica che l’hard rock sia una musica fatta bene esclusivamente da americani e inglesi, perché troverete accanto ai più famosi australiani Ac\Dc e ai tedeschi Scorpions, altre entità esotiche come gli svizzeri Toad, i giapponesi Blues Ceartion o gli ellenici di cui sopra. Per chi come me naviga in questi mari da un bel po’ di tempo, questa guida è diventata un motivo per riascoltare alcuni cd che non toccavo da una vita e anche il pretesto per approfondire la discografia di band colpevolmente snobbate. E poi, ovvio, il collezionista in me, evidenziatore alla mano, ha marcato gli album posseduti ed è partito alla ricerca dei nomi nuovi. Perché il rock and roll sarà anche morto, però Gianni Della Cioppa, con la solita perizia e l’inconfondibile stile pulito, ci ricorda che l’eredità che c’ha lasciato è ricca e ben lungi dall’esaurirsi. Andate e non abbiate paura di sperperarla, esperti, semplici amatori e\o neofiti che siate!

L’autore

Gianni della Cioppa si definisce un soldato del rock’n’roll, in perenne lotta in un periodo di finta pace. Approda al giornalismo musicale nel 1989, come collaboratore delle storiche riviste Metal Shock, Flash e Tuttifrutti. In seguito, contribuisce alla nascita del mensile Psycho!, fonda il magazine Andromeda (e l’etichetta discografica Andromeda Relix) e collabora con Il Mucchio Selvaggio e Il Mucchio Extra. Oggi è una delle firme principali del bimestrale Classix! e del suo gemello Classix Metal, e dal 2014 collabora con il mensile Classic Rock Lifestyle. Nel 2010 pubblica il romanzo semibiografico “Il Punto GD” e nel 2014 ha curato l’antologia “33 Racconti Rock” per i tipi di QuiEdit. La sua bibliografia vanta inoltre una decina tra libri e contributi a enciclopedie musicali, tutti apprezzati da pubblico e addetti ai lavori. Diffonde la sua passione per il rock con conferenze in scuole, comuni e circoli culturali di tutta Italia. Quando non ascolta musica, su disco o in concerto, scrive di musica. In alternativa legge di musica o guarda film (però non solo musicali).

Titolo: I 100 MIGLIORI DISCHI HARD ROCK 1968-1979 - L'epoca d'oro
Autore: Gianni Della Cioppa
Pagine: 172
Editore: Tsunami Edizioni
ISBN: 978-88-96131-88-6
Prezzo: 17,00 €

Anteprima scaricabile gratuitamente:
http://www.tsunamiedizioni.com/--00-PDF/100MDHR.pdf

Contatti:
www.tsunamiedizioni.com
info@tsunamiedizioni.it

L’intervista

Gianni bentornato su rawandwild.com. Da qualche giorno è nelle librerie il tuo ultimo libro, I 100 MIGLIORI DISCHI HARD ROCK 1968-1979 - L'epoca d'oro. Ti andrebbe di darmi la tua definizione di Hard Rock? Quale criterio hai utilizzato per compilare il tuo elenco?
Ciao Giuseppe. Ti ringrazio per questa opportunità e saluto tutti i lettori di rawandwild. L’hard rock per me è il magma creativo da cui parte tutto, dopo il blues ed il jazz, c’è l’hard rock, un suono essenziale, potente e che lascia spazio a fantasia ed improvvisazione. Potrei dirti che le band perfette sono i Cream di “Wheels Of Fire”, i Led Zeppelin dei primi due dischi ed i Black Sabbath dei primi quattro. Poi con l’avvento delle tastiere, sono partite derive classiche, epiche e progressive, ma forse il vero hard rock sta nei nomi che ti ho citato. Il criterio di scelta, come dico nell’introduzione è storico, critico e su quanto lasciato in eredità. Ma il tema lo approfondisco in alcune risposte successive.

Hai scelto un periodo ben definito per la tua lista, che va dal 1968 al 1979. Perché una scelta temporale così netta?
Ho voluto esplorare il periodo di nascita, crescita e massima espansione del genere. Che è già un periodo lungo, se pensi che spesso altri generi musicali come beat, prog, punk, new wave, grunge, hanno offerto il meglio di un lustro, un arco di tempo ben più breve degli undici anni trattato nel libro. Credo che nell’hard rock, tutto ciò che è stato prodotto e pubblicato dagli anni ’80 in poi, pur se in alcuni casi di altissimo livello, sia derivativo. E, ti regalo un’anticipazione, se questo libro funziona, l’idea è di fare un secondo volume che racconti dei migliori 100 dischi hard rock dal 1980 ad oggi. Sarebbe fantastico, penso che mi divertirei tantissimo a scriverlo. Speriamo che, al momento opportuno, il progetto si possa concretizzare.

Ricordi quale è stato il primo dei fantastici 100 che hai acquistato?
Assolutamente si: “Burn” dei Deep Purple, era il 1975, pochi mesi dopo l’uscita, ed era la cassetta, perché non avevo ancora un giradischi mio. Non il primo che ho ascoltato, per questo ti dico “Made In Japan” sempre dei Deep Purple e “Paranoid” dei Black Sabbath e credo “II” dei Led Zeppelin. Come vedi, anche per me, l’iniziazione è stata con i giganti dell’hard rock. Il corpo del libro è rappresentato da una serie di recensioni di album, alcuni considerati dei classici, altri invece chicche per amatori: è più difficile parlare di un disco di cui si scritto ormai tanto oppure di uno quasi sconosciuto?
Credo che sia più complicato parlare di dischi storici, è già stato detto e scritto di tutto ed il rischio di apparire banali e ripetitivi è dietro l’angolo. Spero di aver aggirato l’ostacolo con qualche buon stratagemma.

Quale è stato l’album numero 100, quello che hai inserito all’ultimo momento?
Dopo aver concepito una lista di titoli sicuri, su cui ho iniziato a lavorare, mi sono lasciato un elastico di una ventina di titoli che, come puoi immaginare, variavano in continuazione. Scegliere gli ultimi due o tre dischi è stata un’agonia, avrò fatto decine di cambiamenti, telefonando e scrivendo ad amici che, ovviamente, mi davano tutti risposte diverse, facendomi ancora più confusione. Poi alla fine ho scelto, sapendo che comunque avrei scontentato qualcuno, soprattutto me. Nello specifico l’ultimo disco inserito è stato “Flirtin’ With Disaster” dei Molly Hatchet, mi sembrava giusto, dopo Lynyrd Skynyrd e ZZ Top, offrire spazio ad un altro nome dal suono southern rock, un filone che tanto ha dato e continua a dare all’hard rock.

Immagino che ci sia anche il numero 101, quello che hai tagliato per ultimo…
Te ne dico alcuni: “Infinity dei Journey, escluso perché la band viene sempre, a ragione, inserita nelle selezioni AOR, ma questo disco, pur sostenuto da molte ballate, caratteristica del gruppo, ha forti retaggi hard rock. Altro titolo su cui ho pensato molto è “Sad Wings Of Destiny” (1975) dei Judas Priest, che rilegge i Black Sabbath in modo strepitoso. Ma siccome la band di Bob Halford viene a ragione considerata una cattedrale dell’heavy metal, ho preferito scegliere chi ha meno occasioni di trovare uno spazio così importante. Tra i nomi da culto esclusi segnalo sicuramente Samuel Prody, Andromeda e Granicus.

I gusti cambiano: c’è un disco che magari qualche anno fa non avresti mai e poi mai inserito nella tua top 100? E ce n’è uno invece che un tempo era per te imprescindibile e che oggi ritieni una schifezza o poco più?
Sinceramente ci sono dischi degli anni ‘70, considerati imprescindibili fino a 10/15 anni fa, a cui il tempo ha posato una patina di ruggine più di altri, ma non a tal punto da renderli delle schifezze. Altri, invece, al contrario, hanno avuto un’inattesa rivalutazione postuma, ma questo perché l’avvento di internet, li ha resi disponibili all’ascolto e così in molti hanno potuto coglierne il potenziale. Certi dischi che non conosceva quasi nessuno hanno influenzato le nuove generazioni di band hard e metal, diventando dei punti di riferimento. Ecco il senso del mio libro è anche questo: senza cambiare il corso della storia, e mantenendo le fondamenta dell’hard rock, offrire una variazione sul tema, anche con un’espansione geografica, che vada oltre Inghilterra ed America. D’altronde chi anche solo dieci anni fa avrebbe citato Jericho, Highway Robbery e Blues Creation, come band fondamentali in campo hard rock? Eppure oggi molti musicisti giovani, in giro per il mondo, affermano esattamente questo.

Quale dei 100 capita più spesso sul piatto del tuo giradischi?
Domanda difficile. Io vado ad innamoramenti, magari mi capita la settimana Sweet, la settimana Uriah Heep e così via. Quindi più che un disco, vado a band. Ma se dovessi dire il disco tra i 100 selezionati, che ho ascoltato di più, penso che se la giocano “Rainbow Rising” dei Rainbow, “Made In Japan” dei Deep Purple, “Destroyer” dei Kiss e “Physical Graffiti” dei Led Zeppelin. Nessuna sorpresa direi.

Piccola divagazione cinematografia: molti dei protagonisti del tuo libro sono stati citati nella serie TV Vinyl. L’hai vista? Credi che quella messa su dal duo Scorsese\Jagger sia una trasposizione veritiera dell’epoca d’oro del rock?
Ho visto le prime puntate di “Vinyl” ed aspetto il cofanetto in dvd per finire l’opera. Debbo dire che mi è piaciuta abbastanza. So che è stata, invece, molto criticata dagli appassionati di rock, tuttavia non credo che Scorsese volesse offrire una storia reale, ma uno spaccato di un certo momento che ha vissuto la musica rock negli anni ’70. Ci sono errori storici e tante cose discutibili, ma ci sta. D’altronde dobbiamo arrenderci, il rock da tempo non ha più nulla di rivoluzionario, è una cosa che fa guadagnare e quindi muove ingranaggi importanti, è visto come fonte di guadagno, magari non più con la vendita di dischi, ma in altri modi, cinema compreso. Posso dirti che ho una collezione di film musicali, non concerti, ma film, tipo “I Love Radio Rock”, School Of Rock” e tanti altri poco conosciuti, ma fantastici, di oltre cento pezzi. Il rock oggi è ovunque: libri, pubblicità, moda, televisione e persino prodotti alimentari e bevande. Noi dobbiamo solo sperare che almeno continui a proporre belle canzoni ed energia.

Serie TV, ristampe in vinile, gruppi con sonorità retrò: come ti spieghi questo ritorno di fiamma per la musica di quegli anni?
Come dicevo prima, il rock e nello specifico il rock duro sono oramai elementi che garantiscono certezze al business musicale e quindi ci sarà sempre fermento intorno ad esso. È però evidente che, rispetto ad altri stili, il pubblico è più fedele, tenace e sincero, e questo spiega il suo ritorno. Credimi la gente capisce quando suoni per prenderli in giro e quando ci metti il cuore, e nel rock duro, serve la tecnica, l’abilità, ma senza cuore non vai da nessuna parte. L’hard rock è un genere classico, non morirà mai, avrà nuovi interpreti, avrà stagioni più in vista di altre, ma durerà finché ci sarà una chitarra ed un amplificatore e qualcuno in una cantina che avrà voglia di unirli con un cavo jack, alzare il volume e suonare in libertà. Con lo stesso spirito metto anche il rock progressivo, ma con un minor giro di affari, anche perché è una musica più complessa e meno immediata e richiede un ascolto più attento ed interpreti all’altezza.

Grazie per la tua disponibilità, a te la chiusura…
Sono io che ti ringrazio Giuseppe. Voglio dire grazie anche ad Eugenio e Massimo della Tsunami per avermi accolto nella famiglia e fargli i complimenti per l’ottimo lavoro che svolgono, pubblicando libri e biografie musicali favolosi. Ma il vero grazie di cuore è per tutti coloro che in questi 25 anni di giornalismo musicale, mi hanno fatto sentire importante, dandomi forza nei tanti momenti difficili: grazie ragazzi, il vostro affetto è fondamentale. Spero di non deludervi con questo libro, io come sempre ci ho messo cuore, energia e passione.
LONG LIVE HARD ROCK!!!

g.f.cassatella

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