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Bassa Fedeltà (Giovanni Verini Supplizi – SGEdizioni, 2014)

Avere un negozio di dischi nel 2014 si può? Sì, se si è armati di passione, determinazione e, soprattutto, tanta pazienza. Perché un esercizio commerciale del genere è l’habitat ideale per gli strambi più strambi che ci siano. Perché se i negozi di dischi son pochi, lo si deve soprattutto al fatto che sono ancor meno quelli che continuano a comprare i cd in quest’epoca di download sfrenato. Perché il motto di molti è “la musica è la mia vita”, salvo aggiungere che loro non spenderebbero un solo centesimo per la loro “vita”. Così il buon Giovanni, esercente in Bari, si ritrova ad avere a che fare ogni giorno, da ben tredici anni, con strane creature come il sottoscritto (sebbene credo che di me non si parli in questo libro, o almeno lo spero, visto che non ho trovato dei riferimenti palesi alla mia persona), il mastrocazzaro, l’audiofilo, il tuttologo, il santone e via dicendo. Ogni pantheon necessita di un libro sacro che decanti le gesta. Bassa Fedeltà è questo, un diario che parla sì dell’attività ultradecennale di Giovanni, ma soprattutto una fotografia degli scleri quotidiani della gente normale, che poi tale non è, che segue la chimera dello “sconto”. Bassa Fedeltà è uno zibaldone certosino, quasi maniacale (soprattutto nei dialoghi) di ciò che accade all’interno di un’attività dai più ritenuta anacronistica, ma che vive della passione morbosa di pochi. L’autore, con uno sguardo cinicamente discantato, fonde stralci di autobiografia (le fantasie di un bambino patito di musica, le follie fatte da fan per Miguel Bosé, la soddisfazione di portare nel proprio negozio alcuni idoli della propria infanzia) a scene degne del miglior circo dei Monty Python. Alla fine Bassa Fedeltà sarà pure un Alta Fedeltà de’ noialtri, ma fa ridere, riflettere e ci sbatte una dura realtà in faccia: che sia Londra o Bari, chi come noi ascolta musica (se state leggendo queste colonne, lo fate, no?) vive di piccole manie, il cui catalizzatore è quell’omino che siede dietro il bancone. Il negozio di dischi diventa un luogo d’incontro, di chiacchiere, di battute, Giovanni è sempre lì pronto a scambiare una parola con tutti e a raccogliere anche le confessioni più intime (accattatevi il libro e capirete), assorbirsi i vari pipponi su quale sia il miglior gruppo della storia (i Grand Funk), il miglior album di sempre, di come sia bello il video di quel chitarrista sconosciuto col tatuaggio e i capelli lunghi. Potrete leggere le avventure di ladri più o meno scaltri, le vicissitudini di giovani incontinenti, le esaltazioni mistiche di santoni in aroma di succo di frutta, le tristi storie di malpagatori dalle malattie più improbabili, le lunghe attese di fan votati a tutto pur di ricevere il giorno della pubblicazione una copia dell’ultimo album dei propri miti. Il tutto scritto in modo leggero dal (quasi sempre) placido Giovanni. Bassa Fedeltà è un libro che parla di lui, anzi no del suo negozio, ma che in definitiva parla di noi musicomani (sottospecie della famiglia degli erotomani) capaci di trasformarci in altro quando ci sono di mezzo le sette note. Forse perché la musica è la nostra vita, non la loro.

L’autore

Voleva nascere a Londra o a Madrid, invece è nato a Bari.
Voleva diventare una rockstar, invece le insegue ai concerti come un adolescente impazzito, nonostante abbia compito 40 anni.
Non voleva diventare ricco, ma neanche povero, e ha aperto un negozio di dischi in piena crisi post internet.

Titolo: Bassa Fedeltà
Autore: Giovanni Verini Supplizi
Pagine: 276
Editore: SGEdizioni
ISBN: 978-88-99071-00-4
Prezzo: 14,00 €

L’intervista

Ciao Giovanni, iniziamo con la domanda più ovvia: ma chi te l’ha fatto fare ad aprire un negozio nel bel pieno della crisi del mercato discografico?
Ciao Giuseppe, questo poteva essere un altro eventuale titolo del libro in effetti. Comunque tutto deriva solo dalla passione per la musica e per il “concetto di negozio di dischi” che ho sin da piccolo, come del resto si evince dal racconto stesso. Senza passione oggi non sarebbe facile portare avanti un’attività del genere. Immediatamente faresti altro.

Come è nata, invece, l’idea di trascrivere le tue vicissitudini in un libro?
E’ nata dai primi episodi bizzarri che mi capitavano. All’inizio li raccontavo davanti ad una birra a degli amici e dicevo per scherzo ”un giorno scriverò un libro”. Poi dopo tanti anni mi son detto “proviamo”, ho iniziato per gioco in verità ed eccolo qua.

Come sei entrato in contatto con la SGEdizioni? Se non erro il tuo è il primo libro che esce per questa casa.
Sì, è il primo, anche se da poco credo abbiano pubblicato già un altro. La SGEdizioni è una casa editrice di Ancona, parallela alla Crac Edizioni molto più nota. In questo loro nuovo progetto danno spazio a realtà più piccole come la mia. Ho inviato il manoscritto alla Crac appunto e Marco Refe mi ha risposto dopo pochi giorni entusiasta e siamo andati avanti.

Nel libro ne racconti tante di storie strane, ti andrebbe di darne un esempio ai nostri lettori?
Ce ne sono tantissimi, dagli strafalcioni nel nominare band o titoli di disco, ad esempio i BEE JEANS anziché i BEE GEES, o NATALIE IMBROGLIO, alle richieste più strane come quella se vendessi striscette per il diabete o se facessi buchi alle cinture, fino ad arrivare a casi più disperati come quelli che s’inventano di tutto pur di non pagare dei dischi, a volte malattie anche gravi. Pazzesco, ne ho vissute di ogni genere, come credo tutti quelli che lavorano al pubblico.

Nei tuoi racconti appaiono spesse delle figure mitologiche come il cazzaro, il tuttologo, l’audiofilo e lo stalker: qual è lo zucchero che attira sta fauna variopinta nel tuo negozio?
A volte penso e temo di essere io, ahhahahahhaha. Come dicevo prima, chi lavora al pubblico è abbastanza esposto a certe situazioni, ma io credo che il negoziante di dischi sia ancora più rischio: i collezionisti e gli amanti della musica a volte sono davvero “singolari”, fino a diventare troppo maniacali, in parte mi ci metto anche io in questo calderone.

Particolare la copertina, che cita – così come il titolo – quella di Alta Fedeltà di Nick Hornby. Chi è l’autore? Immagino che sia lo stesso dei divertenti disegni che compaiono all’interno.
Si, il titolo e la copertina stessa sono molto autoironici ovviamente. L’autore di tutti i disegni è Roberto Cavone, c’è un sito anche suo (www.robertocavone.it), davvero molto bravo, sono davvero soddisfatto della copertina.

Qualche anno fa in occasione del Record Store Day hai patrocinato la proiezione di Alta Fedeltà in una nota multisala barese: il negozio di prodotti fonografici deve uscire fuori dalle proprie quattro mura per sopravvivere?
Oggi sì. Un tempo poteva permettersi di starsene “fermo nel suo negozio”, oggi credo che attività correlate, eventi, possano catturare l’attenzione troppo pigra della gente oggi e di come consuma musica.

Più bella la vita da commerciante di musica o da scrittore?
Il termine scrittore forse è persino esagerato. Mi son divertito a scrivere un libro, tutto qua. Gli scrittori sono altri. Però come esperienza è molto bella, anche se il libro è uscito solo un paio di mesi fa, quindi non so dirti ancora di preciso, però fino ad ora molto spassoso e devo dire che quando ti dicono “mi ha divertito molto il tuo libro” o cose del genere, fa un immenso piacere, proprio per il fatto che non sono uno scrittore, appunto. La vita da commerciante in questo periodo storico è davvero dura ma vendo dischi, me la “faccio passare”.

Come è cambiato il tuo negozio negli anni? Da frequentatore e amico ho visto diminuire, per esempio, il numero di cd a favore di quello dei vinili.
Sì, vero. Il cd non sta attraversando il suo momento migliore, mentre il vinile sta rivivendo una seconda vita, spero che duri e non sia una moda passeggera. Devo dirti una cosa, che forse non farà piacere a chi ci legge, dato che è un pubblico abbastanza metallaro, no? Ho notato un calo notevole anche nelle vendite del metal, che fino a dieci/quindici anni fa erano tra i collezionisti più incalliti. Infatti non ti nego che molti anni fa stavo pensando persino di eliminare il “commerciale” e gli altri generi e dedicare il negozio solo al metal ed affini, proprio perché essendo specializzato, venivano (vengono ancora, ma meno di prima) da ogni dove, Matera, Taranto, Foggia, Calabria. Oggi non potrei farlo, questo un po’ mi dispiace, anche perché è un genere a cui tengo e vedo meno “la fede” che a volte tanto si decanta, ma questo è un altro argomento, delicato da affrontare qui.

Qual è il disco più particolare che hai venduto e quale quello uscito dal tuo negozio di cui ti vergogni?
Mmm. Domanda difficile. Di particolare ne ho avuti tanti, specie di rarità dei Maiden soprattutto o di altre band come Queen, Madonna, etc…Vergogna? Non saprei, i generi sono tutti rispettabili (quasi tutti, và), forse qualche disco storico sulla guerra o “troppo politicizzato”… o cose veramente assurde ad esempio qualche vecchio 45 giri che ti chiedi da dove sia spuntato fuori: negli anni 70/80 producevano davvero di tutto.

g.f.cassatella

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