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A sud del Paradiso - Canzoni, testi e musiche degli Slayer (Stefano Cerati, Tsunami 2014)

Tra le righe a sud del Paradiso si muove da un quarto di secolo Stefano Cerati, ai più noto per la sua lunga militanza nel mondo del giornalismo musicale italiano (Flash, Metal Shock, Metal Force, Inferno, Rumore e Rock Hard). Le righe sono quelle dei testi maledetti degli Slayer -amore adolescenziale che l’autore ha mantenuto intatto in questi anni. E tra quei versi ci si sta tanto bene da analizzarne anche i risvolti più oscuri, criptici molte volte più per colpa di chi legge che di chi scrive (anche se Slayer di responsabilità in tal senso non ne hanno poche, in verità). Così alcune delle accuse storiche che accompagno i testi di Araya e compagni cadono -mi riferisco a quelle sulle presunte simpatie naziste e\o sataniste. Si passa così dai testi orrorifici a base di sevizie e zolfo degli inizi, a una disamina più cinica (e forse bigotta) dei guai della società attuale: il male ingenuo e romanzato dei primi lavori oggi è più realista e, forse per questo, più spaventoso.
Paradossalmente lo studio capillare delle parole contenute dei brani apre scorci inaspettati sul resto degli aspetti che contraddistinguono la carriera degli americani, soprattutto quelli musicali. Alla lente d’ingrandimento di Stefano non sfugge la mutazione del sound: dallo speed di matrice Venom\Mercyfull Fate di Show No Mercy, al thrash violento di Reign In Blood, sino ad arrivare all’ammodernamento di Diabolus In Musica.
Dallo studio non vengono escluse le gerarchie interne della band che in parte cambiano negli anni, con Araya pian piano sempre più importante in fase di composizione. Non mancano neppure stralci sulle beghe con Dave Lombardo, batterista da un bel po’ tormentato tra essere e avere. Quindi gli immutabili Slayer, visti come una delle certezze dell’integrità del metal (non come quei voltagabbana borghesi dei Metallica), nel corso dei decenni sono mutati e con loro la sensibilità lirica.
La disamina è per lo più fatta in modo cronologico di uscita dei singoli lp, restano fuori per ovvie ragioni i live, mentre un capitolo a parte meritano le cover (compreso il tribute album Undisputed Attitude) e i pezzi apparsi sulle compilation e colonne sonore. Quindi nulla, ma proprio nulla, sfugge al setaccio di Stefano!
L’opera di Cerati non è un semplice libro, ma una vera e propria guida turistica indispensabile per chi pensa di partire per le desolate terre che si trovano a Sud Del Paradiso.

L'autore

Stefano Cerati, giornalista e scrittore milanese, è da vent’anni nel campo dell’editoria metal. Ha scritto per Flash, Metal Shock, Metal Force, Inferno e Rumore e, attualmente, è editore nonché scrittore per RockHard.
È un grande appassionato e conoscitore degli Slayer fin dai primissimi anni di carriera. Li ha intervistati moltissime volte di persona, ma li ha visti anche molte più volte dal vivo, ben 31, nel corso degli ultimi 26 anni.

Titolo: A sud del Paradiso - Canzoni, testi e musiche degli Slayer
Autore: Stefano Cerati
Pagine: 256
Editore: Tsunami Edizioni
ISBN: ISBN 978-88-96131-60-2
Prezzo: 16,00 €

Anteprima scaricabile gratuitamente:
http://www.tsunamiedizioni.com/--00-PDF/SudParadiso.pdf
Contatti:
www.tsunamiedizioni.com
info@tsunamiedizioni.it

L'intervista

Ciao Stefano, come è stato muoversi tra le righe dei testi maledetti degli Slayer?

E’ stato come muoversi tra le pagine maledette di un libro horror. Non so se conosci i Libri di Sangue di Clive Barker, un grande scrittore di genere. Quando mi sono messo a leggere attentamente tutti i testi mi sono ritrovato in mezzo ad un sacco di caratteri fantastici ma anche a storie reali che avrebbero potuto fare parte di un’antologia di racconti horror, sviluppati in uno stile sanguinario. In realtà la scelta che propongono gli Slayer è parecchio varia, abbiamo la fantasy pure, certe immagini fumettistiche, abbiamo l’horror metafisico e sovrannaturale, le guerre, la storia, le pestilenze e le malattie ed i serial killer. Insomma ce n’è per tutti i gusti per quanto riguarda i modi in cui può manifestarsi il male nel mondo.

Ciò che appare subito evidente è come certi preconcetti sulla band, satanismo e nazismo, risultino privi di fondamento a chi ha un approccio più serio ai testi. Questa errata visione, secondo te, nell’arco della carriera ha più nociuto o giovato alla band?
Bisogna fare un distinguo. Se parliamo dei fan del metal, quelli che potenzialmente potevano essere interessati a comprare un disco degli Slayer, queste cose hanno giovato moltissimo perché i metallari sono degli outsider e quindi a loro piace tutto ciò che è anticonformista, estremo e va contro la morale comune. La provocazione e la non accettazione del metal e del rock da parte della “gente della strada” è l’essenza stessa del vero buon metal. Gli Slayer l’hanno capito ed hanno sfruttato queste cose a loro vantaggio. Chiaramente invece da un punto di vista commerciale questo ha nuociuto agli Slayer perché quando sono usciti dall’underground le grosse catene di dischi rifiutavano di distribuirli, venivano ostracizzati dal PMRC ed all’inizio anche la Universal si rifiutò di averci a che fare. Gli Slayer non si sono mai piegati a certi ammorbidimenti di testi, di musica e di immagine, che il mercato maggiore richiedeva e se questo va a vanto della loro integrità artistica, questo ha anche precluso loro le porte alle vendite milionarie di Metallica e Megadeth che invece hanno accettato di diluire la loro proposta.

Un elemento che evidenzi nella tua analisi è l’ironia, a tuo avviso gli Slayer hanno una sorta di humor nero. Ti va di parlarne?
Jeff Hanneman soprattutto aveva lo spirito del fan hardcore, quello che vuole buttare il sasso, provocare una reazione e vedere che effetto fa. Gli Slayer non erano nazisti eppure usavano simboli e stendardi dai colori nazisti (nel tour del 1986 poi replicato nel 2003) e chiamavano il loro fan club Slatanic Wehrmacht. Questo perché sapevano che qualsiasi riferimento nazista avrebbe fatto arrabbiare i loro detrattori. Ci sono molti esempi dello humor nerissimo degli Slayer, il paragone della guerra come uno sport in War Ensemble, la domanda Do You Wanna Die? In Postrmotem, la canzone goliardica DDAMM (Drunk Drivers Against Mad Mothers). Cito solo i primi che mi vengono in mente. Le gente spesso non capiva che gli Slayer si divertivano da matti a scrivere queste storie dove le anime venivano strappare, la carne lacerata e seviziata nel modo più cruento e crudele possibile. Gli americani lo chiamano overkill, ovvero non solo uccidere, ma infierire in modo tremendo sul corpo. E per creare questi quadretti agghiaccianti usavano anche un frasario ad hoc, pauroso ed impressionante. Ma il tutto, almeno dal mio punto di vista, era così esagerato, così sopra le righe che non si poteva fare a meno di accoglierlo con un sorriso. Certo bisogna avere un senso dell’umorismo adatto a calarsi in questo contesto e non tutti ce l’hanno, soprattutto gli europei che prendono le cose troppo seriamente.

Altro mito che sfati è quello dell’immutabilità degli Slayer, da sempre accusa classica per i detrattori e vanto per i fan. Tu evidenzi almeno tre fasi, quella iniziale più vicina al metal classico, quella più propriamente thrash dei primi anni con Rubin e l’ultima, con piglio più “moderno”, da Diabolus in poi. Quale periodo preferisci dal punto di vista musicale e lirico?
Dal punto di vista musicale è facile perché niente è riuscito a superare i primi cinque album che restano le cose migliori mai realizzate dalla band. Sul piano lirico invece la faccenda è molto diversa perché i primi due album, in particolare il primo, erano molto grezzi ed istintivi. Si avvertiva chiaramente che erano stati scritti da ragazzini di 18 anni. Sul lato dei testi gli Slayer hanno continuato a progredire moltissimo perché, ad esempio ritengo che in Christ Illusion (anche se questo è un disco debole dal punto di vista musicale) e World Painted Blood abbiano scritto fra i loro migliori testi di sempre. Basti pensare ad Eyes Of The Insane, Flesh Storm e Jihad sull’uno e Unit 731, che è il seguito di Angel Of Death, Snuff e Psychopathy Red sull’altro. Gli Slayer hanno continuato a maturare come compositori, mentre musicalmente non sono riusciti a superare l’eccellenza degli anni 80, per quanto riguarda i testi l’hanno fatto alla grande passando ad una visione del male più reale ed aggiungendo il prezioso contributo di Tom Araya.

Passando dallo specifico (Slayer) al generale, quanto è importante un testo per la buona riuscita di una canzone? E quanto lo è per l’ascoltatore medio italiano, non sempre a proprio agio con l’inglese?
E’ importante nel momento in cui magari c’è una strofa o un ritornello che rimane impresso e fa sì che tu ti ricordi di quella canzone. E gli Slayer, pur nel loro estremismo sonoro, non hanno mai perso di vista la musicalità e la melodia. Certo per il fan medio italiano è più difficile lasciarsi attrarre da una canzone perché gli piace il testo, ma ci sono dei pezzi particolari che possono attirare la sua attenzione e quindi indurlo a tradurli ed a volerne sapere di più. A me è capitato per Angel Of Death o Postmortem perché mi piacevano i titoli ed allora volevo godermi la canzone fino in fondo sapendo di quello che parlava. Diciamo che il fan che si dedica anche ai testi è un fan di secondo livello, un fan più evoluto, che non si limita a godere solo della musica, ma anche del significato delle parole. Devo dire che capendo le parole, si apprezzano meglio anche le sfumature musicali, il perché i musicisti cercano o interpretano un’atmosfera di un certo tipo.

Nell’introduzione tracci un’ideale percorso evolutivo che vede come primo tassello i Black Sabbath, come secondo i Venom e in coda gli Slayer. Ad oggi, se c’è (stata), a quale band va attributo il quarto step evolutivo?
In realtà gli step evolutivi del metal per me sono già quattro: 1) 1970 Black Sabbath: musica scura, immagine cupa ed horror, testi satanici e sovrannaturali, riff ribassati 2) 1975 Judas Priest: uso della doppia chitarra, cantato acuto, immagine denim & leather coperta di borchie, 3) 1980: Venom, voce ringhiante e sporca, testi satanici ed estremi, velocità aumentata grazie al retaggio hardcore, 4) 1985: Slayer: velocità assassina, fusione tra heavy metal ed hardcore, estremizzazione di tutto il linguaggio delle band precedente, uso della doppia chitarra, testi sempre più crudi e brutali, immagine ancora più minacciosa con spade e pentacoli, bracciali con gli spuntoni. Non si può andare oltre gli Slayer se si parla di metal classico, intendo con canzoni strutturate, melodie, ritornelli e così via. Il death, il black ed il grind hanno innalzato la velocità e la brutalità ma per farlo hanno dovuto rinunciare alla melodia ed alla struttura. Quelle band non erano oltre l’heavy metal, erano fuori dall’heavy metal, se capisci la differenza. Era una questione di filosofia diversa.

Quando preparo un’intervista la domanda stupida mi capita sempre (una sola, se va bene) direi che ora è arrivato il momento di farla: negli anni il fulcro compositivo della band è stata la coppia King\Hanneman, anche se l’apporto di Araya è sensibilmente cresciuto, ognuno dei due chitarristi aveva un proprio stile facilmente identificabile. So che non possiedi la sfera di cristallo e mi rendo conto che stiamo entrando nell’ambito del fantametal, ma secondo te il sound del prossimo Slayer manterrà le peculiarità del chitarrismo di Hanneman o King non ne lascerà traccia?
Per tua fortuna ho una palla di cristallo ed ho appena bevuto una pozione magica a base di code di rospo, fegato marcio di vitello ed assa fetida che mi ha rivelato come sarà il nuovo album degli Slayer. L’album sarà scritto tutto da Kerry King che userà all’80% riff suoi e per il 20% quelli migliori lasciati in eredità da Hanneman. Ma questo lo farà solo per convenienza perché sa benissimo che usare i riff di Hanneman (e pubblicizzare la cosa) gli porterà degli enormi vantaggi promozionali e gli guadagnerà il rispetto dei fan. I pezzi che scriverà King temo invece che saranno prevedibili (ne è un esempio Implode che già si è potuto ascoltare) con sezioni veloci che si rincorrono, Araya che urla dall’inizio alla fine e lui che piazza i suoi assoli atonali nel mezzo della canzone. Kerry King è un buon esecutore, ma non brilla per fantasia e non sa scrivere i pezzi come Hanneman. Gli manca il suo genio, la sua follia perversa se vogliamo, la sua formazione hardcore. Spero solo che non continui con i suoi testi anti-cristiani. Ormai sull’argomento ha detto quello che doveva, ed anche di più. Ha cominciato drammaticamente a ripetersi ed è ora che passi ad altro, se ne è capace.

Torniamo al libro, quando parli dei singoli album, ti soffermi volentieri anche sulle copertine: la musica la conosciamo tutti, l’aspetto lirico l’hai sviscerato in modo perfetto nel tuo saggio. Cosa mi dici, invece, dell’immaginifico grafico che accompagna da sempre gli Slayer?
Bella domanda. L’immagine di copertina è il biglietto da visita di una band. E’ importantissima perché ti può già dare un’idea di quello che potrai aspettarti anche senza sentire una nota. Io sono cresciuto con il vinile ed a volte ho comprato un album anche solo perché mi piaceva la copertina. A differenza dei Metallica che hanno quasi sempre avuto copertine orribili, gli Slayer si sono distinti subito anche per la scelta delle immagini infernali e sovrannaturali. Avere scelto Larry Carroll è stato un colpo di genio o di fortuna. Il suo stile è veramente impressionante. Mi ricorda, facendo le debite proporzioni, un misto tra l’astrattismo cubista di Picasso e i tratti sovrannaturali di Hyeronimus Bosch. In questo modo anche la famosa trilogia di Reign In Blood, South Of Heaven e Seasons In The Abyss ha avuto una cornice grafica che l’ha legata. Devo dire che apprezzo molto anche la copertina di Hell Awaits mentre quella di Show No Mercy ha dato modo di presentare il logo, il pentacolo fatto di spade e la scritta “fatta a fette” che diventerà poi un marchio presente durante tutta la loro carriera. Molto bravo, anche se con uno stile più nero ed angosciante, il successivo artista grafico Wes Benscoter che è più arcano nelle tre copertine disegnate, Divine Intervention, Undisputed Attitude e Live Intrusion. Il suo stile mi sembra vicino a quello di HR Giger in qualche modo. L’unica copertina veramente orribile è quella dell’ultimo World Painted Blood. Tutti gli artisti sono stati in grado di trasmettere in forma d’immagini l’angoscia, l’abisso del male, quel senso di terribile pericolo incombente, tra l’esoterico, il mistico e la fantasy.

Rimanendo nell’ambito delle copertine, trovo splendida quella del tuo libro. La Tsunami ha messo in commercio anche un’edizione limitata di A Sud del Paradiso contente anche una t-shirt. Cosa mi dici del disegno e di questa particolare offerta?
Proprio perché gli Slayer hanno avuto quasi sempre copertine bellissime, molto intense e impressionanti ho voluto scegliere anch’io per il libro qualcosa che fosse degno di accompagnarsi alla loro tradizione grafica. Un giorno ho recensito il disco d’esordio dei Varego che mi ha colpito molto per la copertina. Così mi sono fatto dare il contatto del grafico l’ho contattato e gli spiegato che cosa avrei voluto per rappresentare il libro: qualcosa di satanico, pauroso, ma potente e con molto sangue. Direi che ha centrato l’obiettivo perché sento in giro molti pareri positivi sulla copertina. La grafica è piaciuta a tal punto alla Tsunami che ha fatto una tiratura limitata di cento t-shirt per accompagnare la vendita dei primi libri. Però per l’offerta devi chiedere a loro.

Ti ringrazio della chiacchierata. A te la conclusione…
Prima di tutto grazie per le domande e per avere posto attenzione al mio libro. Credo che gli Slayer siano una band sottovalutata mediaticamente. Non hanno venduto come i Metallica, ma sono una band integra che non si è mai venduta al mercato e sono una realtà meno monolitica e banale di quello che si può pensare avvicinandosi superficialmente a loro. Spero con questo libro di avere reso giustizia al loro contributo alla musica rock ed al metal in particolare. Era giusto che qualcuno dedicasse un libro del genere a loro. E senza falsa modestia credo di essere la persona adatta a farlo perché gli Slayer li seguo da trent’anni, li ho visti 31 volte in concerto (che entro l’estate diventeranno 34), li ho intervistati tantissime volte ed ho posto una cura certosina nell’analisi e nell’esegesi dei loro testi. Invito tutti a leggerlo come fosse una collezione di racconti horror. Vi divertirete nel farlo. Parola di zio Tibia!

g.f.cassatella

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