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Swedish Death Metal – La vera storia del Death Metal svedese (Daniel Ekeroth, Tsunami Edizioni 2012)

Ci sono fenomeni musicali di indiscusso successo, fenomeni un po' più sfortunati, e correnti che si distinguono per l'importanza rivestita nella storia di un certo filone. Tante sono le distinzioni tra generi, eppure alcuni di essi assumono una peculiarità rispetto ad altri per il carattere leggendario della propria genesi. In questo contesto, è possibile annoverare la nascita del thrash nella Bay Area californiana, l'ascesa dell'hardcore italiano sull'asse Milano/Torino, e le origini del death metal svedese. Su quest'ultima fase storica si concentra il presente testo di Daniel Ekeroth, poderosa opera enciclopedica sulle varie fasi che hanno guidato questo stile musicale in un Paese apparentemente confinato ai margini del Grande Rumore, ma in grado di imporre dei nomi di peso indiscusso, e non solo nel genere in oggetto. "Swedish Death Metal" è un libro che ci accompagna nei meandri primordiali di una scena nata in un terreno, diciamolo, fertile e pronto ad accogliere la brutalizzazione e l'estremizzazione di concetti già di per sé indigesti al cosiddetto "ascoltatore medio". Non è infatti un caso se, a partire dalle vicende narrate, la Scandinavia in generale sia divenuta punto di riferimento per più di una declinazione del concetto di metal all'interno del variegato panorama europeo. Un sostrato ricettivo di sicuro spessore dunque, ma anche l'impegno di chi, pacchetti, cassettine e fanzines alla mano, ha diffuso i primi vagiti provenienti dalle fumose sale prova della nazione nel resto del mondo.

Forte dell'esperienza diretta vissuta in quegli anni, Ekeroth narra di come, a partire da alcune imprescindibili basi come il violento hardcore degli Anti-Cimex e l'oscuro sound dei supremi Candlemass, la Svezia abbia trovato man mano una personalissima via all'estremizzazione di quello che una volta si chiamava thrash metal e che stava progressivamente virando verso lidi ancora sconosciuti ai principali attori in campo. Scopriamo dunque come dietro la nascita del death di declinazione nordica ci sia la combinazione di più elementi preesistenti e rappresentati dai generi succitati, senza dimenticare la passione per il tape-trading e il sudore e le lacrime di chi, pur non riuscendo ad affiorare dal più profondo underground, ha forgiato nelle sale prova i primi rudimenti di quello che diventerà un marchio di fabbrica universalmente riconoscibile e ben distinto dal resto dei fenomeni musicali. L'ossatura di "Swedish Death Metal" è dunque costituita da queste "storie dimenticate" e riportate alla luce dal certosino lavoro dell'autore, per poi passare alle varie fasi di evoluzione del genere stesso, alla nascita di nuove etichette e al progressivo interesse di label storiche nei confronti delle nuove band. Un'ampia sezione è poi dedicata a colui dal quale tutto ebbe inizio, quel Tomas Forsberg universalmente noto come Quorthon, la mente dietro uno dei progetti musicali di maggiore impatto a livello estremo: i Bathory. Circondata da un'aura di mistero al limite della mitologia, la storia del gruppo che è essenzialmente espressione di Quorthon stesso viene narrata a partire dalle origini e funge da cartina di tornasole per mostrare come l'operato spesso povero di mezzi nonché una serie di fortuite circostanze abbiano trasformato una storia di sfida ai compromessi nel più importante punto di riferimento sia per il death che per il successivo fenomeno black metal, nell'incarnazione in cui tutti lo conosciamo oggi. È proprio al confronto tra death e black che Ekeroth dedica più di un'osservazione, mettendo in evidenza come i caratteri positivi del primo, anche a livello di valori quali l'aggregazione e la condivisione, siano stati spesso dispersi nel secondo, con una prevalenza di attenzione all'immagine e agli orpelli di contorno che con la musica in sé per sé avevano (e hanno) ben poco da spartire.

La paziente opera di collezionismo che l'autore ha portato avanti per anni, nonché la fattiva collaborazione di vari attori della scena di volta in volta intervistati, fanno di "Swedish Death Metal" un libro denso di vere e proprie chicche, tra cui spicca il provino di Nicke Andersson per i Morbid (prima incarnazione di quelli che, passando per i Nihilist, diventeranno gli Entombed), fallito, secondo la leggenda, a causa della maglietta dei Wehrmacht indossata dal talentuoso batterista, evidentemente giudicata non abbastanza cattiva e "true" dal resto della band. Lo stesso Andersson è protagonista di altri episodi di rilievo, come l'arcinota partecipazione alle lead vocals dell'album "Clandestine" (per le quali fu poi accreditato Johnny Dordevic) o la messa in piedi della finta fanzine Chickenshit, creata allo scopo di recuperare i demo delle sue band preferite. Ciò lo rende sicuramente uno dei referenti naturali della scena in oggetto, e spiega il fatto che l'eclettico personaggio che ha reso grandi Entombed ed Hellacopters sia anche l'autore dell'orrifico disegno di copertina. A completare l'opera, interviene un archivio di schede dalla A alla Z sulle band protagoniste, i flyers e le fanzines più importanti, e infine un indice dei "personaggi principali".

Ekeroth ha condotto questo lavoro con la passione propria di chi è stato partecipe di avvenimenti in prima persona, e soprattutto è stato personalmente "contagiato" dalla passione per la musica: non è un caso che io sia riuscito ad intervistarlo nella cornice della seconda edizione dell'Into The Void Festival, nella cui scaletta era inserita la sua band, gli Usurpress. Una di quelle occasioni di incontro e condivisione nell'underground che somigliano tanto alle situazioni descritte nel libro, e che mi hanno permesso di incontrare un personaggio affabile, puntuale e preciso nel rispondere sia alle domande relative agli Usurpress che a quelle relative a "Swedish Death Metal".

L'autore
Daniel Ekeroth è un musicista death metal. Ha suonato negli Insision, senza disdegnare incursioni sul versante punk con i suoi Diskonto. Attualmente è il bassista degli Usurpress, band che fonde il più puro death di scuola scandinava al crust-core. È anche autore di alcuni libri dedicati al cinema exploitation europeo, di cui è grande appassionato.

Titolo: Swedish Death Metal – La vera storia del Death Metal svedese
Autore: Daniel Ekeroth
Pagine: 462
Editore: Tsunami Edizioni
ISBN: 978-88-96131-45-9
Prezzo: 22,00 €
Contatti: www.tsunamiedizioni.com - info@tsunamiedizioni.it

L'intervista

Ciao Daniel, questa sarà un'intervista in due parti, dato che ho personalmente recensito il disco dei tuoi Usurpress, uscito in vinile nel 2012 per la nostrana Iconoclast Records. Iniziando dalla band… la vostra musica sembra influenzata sia dal crust/hardcore che dal death metal. Qual è l'importanza della componente hardcore nel vostro sound?
Sia io che Stefan, il cantante degli Usurpress, abbiamo sempre ascoltato sia punk rock che metal. Abbiamo suonato per sei anni in una band punk rock, i Diskonto. Ci piace la musica estrema, sia punk che metal. In particolare, il punk dispone di quelle strutture semplici e dirette che colpiscono come un martello! Ecco perché il death metal mi ha colpito così tanto quando è venuto fuori: per me, si tratta della definitiva unione tra metal e punk, tra l'aggressività del punk e la precisione del metal. Dal punk traiamo molta energia… negli anni '80 ai concerti c'erano sia gruppi punk che metal: nei primi anni '90, con l'arrivo del black metal dalla Norvegia, tutto è diventato più settario. Credo che oggi si sia tornati a tenere insieme punk e metal, poiché si tratta di generi sostanzialmente simili.

Anche perché, ora come ora, state suonando in posti piccoli come questo, in tipico stile punk… che mi dici del vostro tour?
Beh, ora come ora sono solo tre concerti… è bello venire in Italia, anche perché qui siamo quasi in estate, e in Svezia nevica ancora! Ecco perché abbiamo deciso di partire; ieri abbiamo suonato in uno squat fuori Roma: una bella storia, un sacco di gente e una bella atmosfera in generale. Quando ero un ragazzo, i concerti death metal, come quelli di Morbid ed Entombed, si tenevano tutti in piccoli posti, nel puro spirito del punk rock… quando la gente pensa al metal lo associa spesso ai grandi spazi, ma ciò non vale per il metal estremo, almeno nella mia ottica. Io ho sempre tutto associato ciò ai posti piccoli, ad una bella atmosfera e al valore dell'amicizia, prima di tutto. In più, non credo affatto che mi piacerebbe suonare in posti enormi, dormire in hotel di lusso e tutto il resto: mi piace intrattenermi con la gente, bere birra… è davvero tutto ciò di cui ho bisogno per sopravvivere!

Che mi dici dei testi? Sei tu che li scrivi?
No, è lui (indica il cantante, nda)… Stefan vuoi dire qualcosa? (Stefan fa un grosso cenno di diniego con il capo, ridono… nda). È lui che scrive tutti i testi, e lo fa in modo che possano essere interpretati in molti modi. Anche se apparentemente girano intorno ad argomenti oscuri e occulti, parlano essenzialmente di storie di vita quotidiana, tipo sul far tardi al lavoro e su come si vive questa cosa: ognuno dei testi parla in realtà di esperienze di vita vissuta. È un po' come uno specchio distorto attraverso cui guardare il mondo, per cui ciò che provi quando perdi l'autobus può spingerti ad una riflessione sull'assenza di Dio, e così via.

Direi che nel bagaglio degli Usurpress ci sono molte influenze, tra cui sicuramente i Celtic Frost; in più, ascoltando "I Stand Above Time" ho colto un accenno a quanto proposto dagli Unleashed. In sostanza, un po' di quello che oggi chiamiamo "folk/viking"…
Beh, credo che ogni riferimento sia del tutto casuale (ride, nda). Conosco i ragazzi degli Unleashed, sono miei ottimi amici, ma come band non abbiamo mai pensato di fare qualcosa del genere. In particolare, l'idea alla base di quel brano è cambiata così tante volte che oggi come oggi suona diversissima da come era stata originariamente concepita. È possibile che la tradizione folk svedese, che fa comunque parte del nostro bagaglio culturale, abbia giocato un ruolo a livello inconscio in fase compositiva. E ciò vale per qualunque passaggio dal sapore "epico" ravvisabile nei brani di "Trenches of the Netherworld".

Passiamo ai contenuti di "Swedish Death Metal": personalmente, ho sempre identificato la Svezia con la tipica distorsione a grattugia, la stessa che compare in "Left Hand Path" degli Entombed e che si trova anche nei vostri dischi. Come si ottiene?
Quando ho iniziato a suonare la chitarra, nei primi anni '80, c'era solo un pedale di distorsione reperibile in Svezia: l'Heavy Metal 2 della BOSS, quello nero e arancione. Quindi, tutti ce l'avevano ma nessuno aveva avuto l'idea, prima di Leif Cuzner – il chitarrista dei Nihilist, recentemente scomparso – di settare tutti i potenziometri al massimo. Il secondo demo dei Nihilist è stato il primo lavoro ad avere quel tipico sound, così grosso e "crunchy". Quando Leif lasciò la band per trasferirsi in Canada con i suoi genitori, gli Entombed (che erano nati proprio dalle ceneri dei Nihilist, nda) tentarono di ottenere quel particolare suono: all'inizio comprarono la sua chitarra, perché credevano fosse la chitarra a produrlo, e poi realizzarono che tutto derivava dal pedale. Quindi si sparse la voce, e tutti i gruppi iniziarono ad avere quel suono. Noi ad esempio ce l'abbiamo ancora.

Quindi anche il famoso intro di "Stranger Aeons"…
Sì, deriva tutto da quel pedale!

Ora che tutto si può ottenere per mezzo di un click, non ti manca il periodo del tape trading, tipico di quegli anni?ù
È difficile dire di no, perché ora come ora ho 41 anni e allora ero un adolescente, mi divertivo, come tutti. Credo in effetti che con le nuove tecnologie qualcosa sia andato perso, perché all'epoca si doveva davvero faticare per procurarsi il materiale: non c'erano fanzines o ce n'erano poche, ed era molto difficile informarsi sui gruppi. Quindi si dovevano scrivere lunghe lettere in inglese a gente che viveva in altri Paesi, chiedendo ad esempio di spedire dei demo. Come è evidente, c'era un sacco di lavoro dietro, e dell'interesse reale nei confronti dei gruppi, perché con gli stessi si entrava in contatto diretto. Non come oggi: accendi Internet e puoi ascoltare un milione di gruppi, quando all'epoca ce n'erano quaranta, forse. Ma come dicevo, ora sono vecchio, e forse i giovani di oggi hanno una mentalità diversa.

Cosa puoi dire della genesi del libro? Quando e perché hai deciso di iniziare a scrivere?
Ero con un amico, una quindicina di anni fa, e ci siamo detti: "scriviamo un libro"! Il primo trattava sul cinema italiano d'exploitation, un piccolo libro che abbiamo realizzato in circa due mesi; l'abbiamo pubblicato ed è andato sold out molto velocemente, quindi ci siamo detti, "scriviamo altri libri!". Quindi ne ho realizzato uno sul cinema svedese, uno sul prog svedese, per poi decidere di scrivere di ciò che mi interessava davvero, il death metal svedese. Tutto è cominciato in piccolo, con una lista di demo che tra l'altro ho anche perso perché nel trasloco da casa dei miei ho lasciato lì un mucchio di roba, che loro hanno prontamente buttato via! Successivamente ho iniziato a sviluppare una piccola scheda per ogni gruppo, e mi sono chiesto se non fosse il caso di realizzare un libro su tutto ciò. Ho pensato che a tanta gente avrebbe fatto piacere leggere una pubblicazione simile, perché questo genere ha conosciuto una discreta diffusione, mentre all'inizio, quando ne ho vissuto i primi passi, era molto piccolo. Quindi, volevo scrivere soprattutto di quei primi anni, in modo che la gente potesse capire da dove vengono gli In Flames oppure gli At The Gates. Quindi ho iniziato a scrivere, e ho scritto un sacco, e la cosa è durata anni, ma alla fine sono soddisfatto del risultato.

Immagino che il lavoro di raccolta e selezione di materiale, tra foto, fanzines e demotapes, sia stato duro. A livello generale, nella tua ricerca hai trovato porte aperte o anche gente che volesse dimenticare, per così dire, quel particolare periodo? Parlo ovviamente sia dei musicisti che dei collezionisti di fanzines…
Avevo un sacco di materiale, e pensa che non ho avuto bisogno di cercare fanzines: ho conservato ogni singola fanzine, e ne ho ancora un centinaio dell'epoca. Quelle le ho portate con me, nel trasloco… per quanto riguarda i demo, la musica, sono cresciuto con questa roba e conosco tutti i collezionisti, quindi sono bastate due o tre telefonate e ho recuperato tutto. Da questo punto di vista non ho avuto problemi: tutti volevano parlare con me, ognuno ha fatto ciò che ha potuto. Il problema reale è che durante gli anni '80, quando questa storia è iniziata, nessuno aveva mai pensato all'importanza di questa cosa, o che qualcuno si sarebbe interessato a questa cosa in futuro. Nessuna delle band coinvolte pensava che sarebbe mai arrivata a fare un disco, e quindi la gente non ricordava molte cose dell'epoca: erano tutti molto giovani, nessuno aveva una videocamera quindi è stata dura trovare tutti gli episodi del tempo.

Pensa come sarebbe stato avere la videoregistrazione del primo concerto dei Bathory…
Infatti, non c'è, non esiste!

Ecco il perché della citazione dei Thin Lizzy posta in apertura della prefazione ("Non credere a ciò che ti dico, non è vera neppure una parola")!
Sì, proprio perché si tratta di ricordi non è esattamente la completa verità, ma è tutto ciò che sono riuscito a fare. La cosa curiosa è che dopo che il libro è uscito ho incontrato un po' di gente che mi ha detto cose tipo "ah, ora ricordo esattamente com'è andata" e roba simile, quindi penso che se riscrivessi il libro oggi avrei molte più storie da raccontare.

Stai pensando ad una ristampa aggiornata?
No, non credo… non so, ora come ora avrei altre idee per altri libri…

Ma l'originale è scritto in inglese? Non male, dal punto di vista della stesura e della scorrevolezza linguistica… (prima di ricevere dalla casa editrice il testo in italiano ne avevo letto una parte in inglese, per gentile concessione della Iconoclast crew, nda)
Sì, è scritto in inglese… e forse non è poi del tutto scorrevole, ma è venuto fuori così!

Tornando ai contenuti del libro, parliamo della sezione sui Bathory, molto ben sviluppata. Mi viene in mente una domanda: quanto è importante l'iconografia nel death metal, sia allora che oggi?
Credo davvero che i Bathory siano la band più importante degli anni '80. Forse i Metallica sono un gradino più su, ma non ne sarei certo. Di sicuro lo sono per l'influenza che hanno avuto sull'immaginario collettivo, per via di come la band si presentava, poiché non c'erano foto, ogni cosa che ruotasse intorno alla band era oscura e tutti si chiedevano "chi è questo tipo? Chi fa questa musica?". Inoltre, erano il gruppo più estremo: un po' come i Venom, ma dieci volte più estremi. E poi le copertine: la luna, l'oscurità e roba simile. Erano speciali, e incutevano anche un po' di timore per via dell'aura di mistero che li circondava. Si era anche pensato di fare un libro tutto sui Bathory, e ci sarebbero sicuramente tante altre storie da raccontare. Dal punto di vista musicale, quanto era contenuto su "Under The Sign Of The Black Mark" (il loro terzo album, nda) è esattamente ciò a cui la prima ondata di black metallers sarebbe approdata cinque anni più tardi. E ciò rende i Bathory il gruppo black metal più importante di sempre, poiché hanno materialmente inventato il genere che oggi chiamiamo black metal: se riascolti gli Hellhammer, i Sodom o i Venom, sono invece diversissimi dai Burzum, dai Mayhem o dagli Emperor. I Bathory hanno portato tutto ad un livello più estremo, quasi rappresentando l'anello mancante tra Venom e Mayhem.

Cosa puoi dirci dell'evoluzione del cosiddetto Gothenburg sound?
In origine, la scena death metal nacque a Stoccolma, e c'erano solo tre band: Nihilist, Dismember e Treblinka. Stiamo parlando del 1988: c'erano altre band prima, come i Morbid, i i Mefisto, gli Obscurity di Malmö e i Merciless di Strängnäs, ma nessuno li conosceva… erano estremamente underground. Dopo che la triade prima citata diede inizio a tutto il movimento, a Gothenburg nacquero i Grotesque, una band dal suono darkeggiante ma tecnicamente complessa, specie se messa a confronto con le band di Stoccolma, più veloci e dall'attitudine quasi punk. Quindi, sin dai tempi dei Grotesque la scena di Gothenburg era più legata alla melodia, al metal classico e a qualche influenza di folk svedese. Lo split dei Grotesque dette vita a due band distinte, i Liers In Wait e gli At The Gates; entrambe ampliarono le loro influenze melodiche, sviluppando questa combinazione di metal estremo e folk locale. Successivamente nacque un'altra band nella stessa zona, i Dissection. Sia i Dissection che At The Gates portarono avanti la bandiera del death melodico quasi in competizione tra loro, e comunque in netto contrasto con la scena di Stoccolma, come già detto. Comunque sia, entrambe le band avevano un'attitudine aggressiva, diretta figlia del death e del thrash per quanto fosse rifinita e melodica, finché ad un certo punto Jon (Nödtveidt, leader dei Dissection, nda) andò in galera (accusato di concorso in omicidio, nda), e contemporaneamente gli At The Gates si sciolsero; altre band di Gothenburg presero il loro posto, come i Dark Tranquillity e gli In Flames, che svilupparono questa frangia verso direzioni più commerciali: per intenderci, meno death ma con gli stessi intenti melodici dei loro predecessori.

A proposito di melodia e Gothenburg sound, ora come ora gli Arch Enemy sembrano la band più trendy in circolazione in Svezia… una tua opinione?
Beh, mi piaceva molto la band da cui tutto ha avuto origine, i Carnage, proprio perché il loro sound era più vicino a quello della scena di Stoccolma. Tra l'altro, gli Arch Enemy non sono neanche di Gothenburg. In effetti, quando il loro cantante era Johan Liiva, nei primi album, il suono era assimilabile al death metal. Poi con l'entrata di Angela Gossow hanno cambiato completamente direzione, virando verso una sorta di thrash/death molto commerciale. Una proposta accessibile a tutti, direi. Che dire… gli auguro ogni bene (ride, nda)! Non fanno esattamente per me, anche perché credo sempre che il gruppo migliore in cui Michael Amott abbia suonato siano stati i Carcass. Insomma, gli Arch Enemy sono ok, ma non sono il mio genere.

Ok! In conclusione, quali sono per te tre degli album di maggior peso nella scena death metal svedese?
È difficile a dirsi… credo che l'album migliore resti "Left Hand Path" degli Entombed, ma non è esattamente un disco che definirei "seminale": il boom di gruppi che hanno copiato gli Entombed è durato solo pochi anni, ma oggi come oggi non c'è nessuno che suoni come loro. A parte alcuni gruppi crust-core, nella scena metal non è rimasto nessuno ad utilizzare quel particolare sound. Ecco, se devo nominare dei dischi seminali, direi "Slaughter of the Soul" degli At The Gates: un disco che ha davvero influenzato tutte le band hardcore e metal nate negli Stati Uniti successivamente alla sua uscita. Ogni gruppo hc/metal degli USA suona come gli At The Gates! Il primo album dei Dissection, "The Somberlain" ha cambiato per sempre la scena black metal perché dopo la sua uscita tutti hanno iniziato a suonare in modo più "melodico", e tuttavia nessuno poteva essere neanche lontanamente paragonato ai Dissection: erano i migliori, punto. Tuttavia, l'album più importante in assoluto della scena svedese è "Under the Sign of the Black Mark" dei Bathory, un disco che ha praticamente inventato il black metal moderno. Per me questo è un fatto assodato, e si tratta di un disco che meriterebbe di ricevere molta più considerazione di quanta ne abbia avuta sinora, proprio in quanto rappresenta la nascita del black così come lo intendiamo oggi. Spesso i gruppi che ascoltiamo non inventano nulla di nuovo, ma magari lo fanno con un nuovo tiro e con un'attitudine diversa, ed ecco perché i Bathory erano il massimo. Ecco perché questo disco è l'album più influente della scena svedese, senza alcun dubbio!

Non mi resta che augurare a Daniel e agli Usurpress un buon concerto, come in effetti è stata la loro esibizione all'Into The Void del 2013…

Francesco Faniello

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