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IL MIGLIOR LANSDALE NON ESISTE

Lo avete visto, vero?
Si è guadagnato una fetta sempre più grossa degli scaffali, lì, ad altezza occhio, magari a seguire a poca distanza l’interminabile processione dei King o ad anticipare il thrilling casareccio del nostro Lucarelli.
Come chi? Lansdale!
Joe R. Lansdale, dove la R. non sta per ‘R’, come la J. di Homer, ma sta per Richard Harold, nato a Gladewater il 28 ottobre 1951, di professione… Mojo Writer, come si definisce sul suo sito ufficiale.
Oh, sì… “Mojo”, da solo, ha bisogno di qualche riga di spiegazione, ma forse, per darne un’idea calzante, tanto vale prenderle dal romanzo che lo ha per titolo:

[…] “Molta magia cattiva”, tradusse lei. “La casa dei vostri vicini era mucho mojo. Ne parlava sempre mia nonna. Mojo è un termine africano per magia”.
“Credevo significasse sesso”, dissi.
“Perché ascolti la musica blues”, disse lei. “Sì, è il sesso, o gli organi sessuali. Ma in una accezione più larga. Cioè il sesso è una specie di magia. Mojo significa magia.” […]
da Mucho Mojo, 1994

E di magia, la scrittura dell’autore texano, ne ha parecchia; così tanta che spesso, quando è un po’ meno del solito, ti pare quasi di non vederla affatto, e rimani deluso.
Ma facciamo un passo alla volta.
Cominciamo dall’inizio, come se voi, Joe Lansdale, non lo conosceste affatto. Come se foste stufi di sentirne parlare in quel tono entusiastico riservato agli autori “di culto”, ai quali, anche quando se ne rinnega la produzione attuale, si riconosce una grandezza passata – di solito ai tempi del drive-in – che voi (sfigati ed esclusi, of course) malauguratamente ignorate.
Chi è, dunque, Joe R. Lansdale?

Joe è nato in Texas e ci vive (Nacogdoches), con moglie e due figlie. Non basta: quasi tutte le sue storie sono ambientate nello Stato che, come ci ricorda, “better represents the independent spirit, the can-do attitude of America”. È il Texas, quindi – lo afferma spesso e volentieri – il primo ingrediente della sua narrativa. L’essere texano è uno “state of mind”, un modo di vederee affrontare la vita, zeppo di contrasti e fantasia.
Così come nella sua terra potete incontrare paludi e deserti, opossum e serpenti a sonagli, membri del kkk e magia nera, siccità e uragani, allo stesso modo, tra le sue pagine, passate dall’horror al western, dal noir allo humor, dal thriller alla fantascienza. Una eterogeneità di generi che gli è costata, con molta probabilità, la perdita di una comoda collocazione sugli scaffali delle nostre librerie e, visto il ragionare per etichette del lettore medio, il ritardo con cui il pubblico italiano lo ha scoperto e – più tardi – fortemente amato.
Fortemente amato, sì. Ora che Lansdale è diventato un genere, ora che si parla di stile a la Lansdale e ci sono autori che farebbero carte false per ottenere “l’effetto Lansdale”, ora che è conosciuto, insomma, Joe è amato a tal punto da aver messo sull’agenda un tour italiano a ogni nuova uscita nelle librerie. Anzi, ha fatto di più. Alcune delle sue più recenti pubblicazioni sono state addirittura pubblicate in anteprima per il nostro Paese, costandoci tra l’altro – per sua stessa ammissione – una qualità peggiore del prodotto.
Ma non ci si può fermare alla geografia, per avere un’idea del Lansdale persona. La geografia ci insegna come mai le sue ambientazioni siano così efficaci, ma non ci spiega perché, su questo sfondo, anche le scazzottate, le botte e l’azione in generale, siano così maledettamente reali.
Che il nostro scrittore si intenda anche di arti marziali?
Macchè! Quello non solo se ne intende, ma le inventa pure! Lo Shen Chuan, per la precisione: un metodo di autodifesa di cui Lansdale è maestro e che, se non anche a darle, insegna almeno come prenderle o a non prenderle affatto. Sei ore dietro la tastiera e tre in palestra, sarebbe la giornata tipo del vecchio Joe, anche se a vederlo, inutile nasconderselo, lo si immagina molto bene dietro a un barbecue, con un cappello unto da cowboy, un forchettone in mano e un salsicciotto fumante che ne riscalda il sorriso.
Eppure, questo americanaccio dall’aspetto posato, ha scritto oltre una trentina di libri, centinaia di racconti e, probabilmente, ha vinto abbastanza premi per letteratura di genere (16 Bram Stoker award, per dire) da riempirci il bagno ed essere costretto a cagare all’aperto, in testa agli scoiattoli.
Come dite? Non è elegante l’utilizzo della parola “scoiattoli”? Avete ragione!
Anche perché, agli scoiattoli, in Texas, si spara e li si mangia.
Ma tornando al nostro Joe… come fare a conoscerlo?
Da dove cominciare?

Entrare in libreria per acquistare un suo libro, in effetti, potrebbe non essere una scelta così semplice. La guerra a colpi di pubblicazioni e ristampe, tra Einaudi e Fanucci, con BD a reggere il moccolo, ha riempito gli scaffali di titoli. Difficilissimo non trovarne almeno una decina e, quasi sempre, tutti diversi.
Se è vero, poi, che anche i contenuti sono differenti, il dubbio è dietro l’angolo: quale scegliere?
Ci prendiamo il classico “La notte del drive-in”, di cui ci ha parlato anche l’alligatore da salotto di nostra cugina emigrata a Kagoshima?
Oppure uno delle serie “Hap e Leonard”, magari il primo, ché se ne ha scritti così tanti, vorrà dire che son belli, no?
Oppure uno degli ultimi, ché con quel popo’ di frasi in quarta di copertina ci fanno sentire fuori dal mondo solo a prenderli in mano, se non li abbiamo ancora letti?
Mah…

Un consiglio? Difficile.
Difficile soprattutto se lo chiedete a un ammiratore di Lansdale (che avete appositamente costretto a seguirvi in libreria), e soprattutto se ha letto un numero di suoi lavori che si avvicina alla decina.
Il dialogo in cui sarete coinvolti sarebbe più o meno il seguente:
«E se leggo questo?» (sventolando un libro X prelevato random dallo scaffale)
«Sì… carino… però… no, non è il miglior Lansdale!»
«E questo?» (sventolando il libro Y, preso accanto a X)
«Ah sì, bello quello, soprattutto la scena del [vi dirà qualcosa che non capite, con dentro le parole negro, cazzo, cadaveri, indimenticabile] però nemmeno quello è il migliore…»
«Okay, va bene, ma allora scusa, qual è il miglior Lansdale?!»
E a questa vostra domanda, prima seguirà un momento di silenzio, come se il vostro amico stesse prendendo coscienza di qualcosa (che comunque rifiuta), e poi vi arriverà “un titolo”, che però sarà accompagnato quasi subito da “altri titoli” che però «…sì, insomma… anche quelli… eh… dipende…»
E allora? Come fare?

Semplice.
Basta partire dal presupposto che il miglior Lansdale non esiste, e la risposta migliore, a chi chiede un consiglio in proposito, non è darglielo, ma è dargliene… almeno cinque!
Ed eccoli.
I cinque libri che seguono sono cinque porte per entrare nel mondo di Joe R. Lansdale.
Cinque ingressi situati in direzioni diverse, anche se introducono alla stessa stanza.
La loro scelta non le rende migliori di altre, e nemmeno significa siano aperte a tutti i lettori.
È solo un modo per mostrare dove sta la maniglia.
Se si apre, però, è fatta: siete dentro. E da lì, state tranquilli, non ne uscirete tanto facilmente.

L’ANNO DELL’URAGANO, 2006, Fanucci editore (tif)
Titolo originale “The Big Blow”, 2000

È un romanzo breve – nemmeno 160 pagine – ma contiene tutti, ma proprio tutti, gli elementi distintivi della cifra lansdaliana.
Il Texas, tanto per cominciare. L’uragano del titolo è quello che, nel 1900, investì la città di Galveston, devastandola fino a lasciarne un cumulo di macerie. Pochi giorni prima di ciò, ecco la storia di un incontro di boxe clandestina, anzi, l’incontro per eccellenza.
In un angolo un pugile nero, ‘Lil’ Arthur, forte, buono e sprovveduto, che dà fastidio, e parecchio, a tutti i benpensanti razzisti della città. E così, dall’altra parte, arriva un bianco, McBride, da Chicago, che è un pugile sì, ma soprattutto è stronzo, e anche un po’ assassino. Nel giro delle prime sette pagine ha già picchiato e/o insultato una puttana, i razzisti che l’hanno ingaggiato e una manciata di scaricatori di porto, tanto per usarli come sparring partner. E sempre nelle stesse sette pagine, non solo siamo già entrati nel particolare modo che Lansdale ha di condannare il razzismo, raccontandolo con crudezza, ma abbiamo conosciuto anche due elementi che saranno una costante della sua scrittura: il turpiloquio e l’uso della similitudine che vi abbina.
Un esempio? Be’, immaginatevi un pomeriggio più caldo di due ratti che trombano in un calzino di lana e sentite cosa pensa McBride, appena giunto a Galveston:

[…] A sentir loro, lì c’era una rossa così bella e stretta da farti cantare soprano. E se non era stretta, si sarebbe legato una palanca al culo per non cascarci dentro.

Oppure, sentite cosa dice a quattro benpensanti, accogliendoli – palle all’aria – dopo aver picchiato e utilizzato la rossa di cui sopra:

«[…] Ci è giunta notizia che nel suo ultimo incontro l’altro pugile è morto.»
«Come no» rispose McBride. «L’ho accoppato e mi sono trombato la sua vecchia signora. La sera stessa.»
Era una bugia, ma alle orecchie di McBride suonava troppo bene. Gli piacevano le facce degli altri quando la raccontava. La donna in realtà era la sorellastra dell’uomo, che era morto tre giorni dopo il pestaggio. E lei del fratellastro se ne infischiava altamente.

Da lì, il libro è già partito. È arrivato l’effetto Lansdale: quella curiosità morbosa che spinge a girare pagina dopo pagina e impedisce, a pena enormi struggimenti, di mollare il libro.
Il lettore si trova dentro i preparativi per questo incontro e vuole sapere se ci sarà o se arriverà prima l’uragano. E mentre fa il tifo, com’è ovvio, per il nero ottuso, viene coinvolto nel vortice degli altri personaggi. Figure che non sono affatto minori, ma sembrano ritagliarsi ognuna il proprio spazio, riuscendo a essere, anche se per poche pagine, al centro dell’attenzione. E tra questi charaters, molti li vedrete tornare, nell’opera lansdaliana, sempre portatori del loro particolare messaggio: la correttezza e il coraggio il padre di ‘Lil’, forte e giusto; la ragazzina ingenua, solitamente ingravidata e abbandonata da un poco di buono; la figura controversa del predicatore, ora falso, ora codardo, ora assassino, ora puttaniere, ora in crisi di coscienza.
Un piccolo gioiellino, quindi, che unisce l’inarrestabile suspense per l’incontro definitivo e l’uragano in arrivo, all’allegoria del razzismo e classismo spazzati dal tempo (atmosterico, nel romanzo; storico, nella realtà).
Finirà con un neonato con un polso inchiodato a un asse di legno.
Ora vi sembra una crudeltà, ma se leggete il libro, capirete che è pura poesia.

MUCHO MOJO, 2007, Einaudi (Stile Libero noir)
Titolo originale “Mucho Mojo”, 1994

È il secondo romanzo della serie “Hap e Leonard” e sono sufficienti pochi elementi, per comprendere quanto siano rilevanti questi due scapestrati nell’economia dell’opera di Lansdale.
Hap Collins, bianco, tra i quaranta e i cinquanta, idealista, antimilitarista, sempre innamorato della donna sbagliata, non è nient’altro che un alter ego dell’autore (tant’è che sono tutti romanzi narrati da lui, in prima persona). Hap e Joe hanno in comune diversi aspetti, compresi l’essere restii a risolvere le ingiustizie con la violenza, ma essere molto bravi a farlo, se proprio serve.
La serie, inoltre, se si eccettua una pausa dal 2001 al 2009, ha accompagnato Lansdale durante tutta la sua carriera, dai tempi bui a quelli attuali, dove non solo “Devil Red”, L’ultimo libro sugli scaffali, appartiene a questa serie, ma ne è già previsto un altro (Blue to the Bone) che si prevede non esca “until some time into the next decade” e che porterà la serie – spin-off in più o in meno – in doppia cifra.
E poi – valore aggiunto – c’è Leonard Pine (leggete ‘Lionard’, mi raccomando), il compagno di merende di Hap, per il quale bastano poche parole: nero, gay, repubblicano, amante dei biscotti alla vaniglia e pronto a difendere a cazzotti i suoi diritti. Come non amarlo?
Cominciare dal secondo romanzo, dunque? Perché non dal primo?
Semplice, il primo è più brutto. Se “Mucho Mojo” vi piace, invece, potete andare tranquillamente in libreria e uscire con “Il mambo degli orsi”, “Bad Chili”, “Rumble Tumble”, ovvero i tre episodi successivi.
Ma cosa vi dovete aspettare, dalle avventure di questi due uomini di (quasi) mezza età che non sono poliziotti, non sono detective, eppure finiscono sempre in mezzo di qualche casino, con intorno morti, drogati, soldi, scazzottate, razzisti, pistole e un cattivo di turno su cui indagare?
Dovete aspettarvi un thriller?
Non sempre. Anzi, proprio in questo “Mucho mojo”, in cui Hap e Leonard, trasferiti nella casa dello zio di Leo, scoprono sotto al pavimento lo scheletro di un bambino di una decina d’anni e un po’ di foto pedopornografiche, il colpevole, dalla metà libro in poi, non è poi così misterioso.
Il lettore lansdaliano, oramai, sa che quando Joe infila tra le pagine la parte ricca e razzista della città e un reverendo, è in quella cerchia che deve cercare il marcio. Ma il lettore per cui Hap e Leonard sono vecchi amici sa anche che non è la scoperta del colpevole, quello che brama, bensì il come, ne verranno a capo i suoi due beniamini.
Sì, perché qui non siamo di fronte a due supereroi, ma a due che, se gira male, le prendono di santa ragione, salvo poi stringere i denti e cercare di cavarne la pellaccia, con l’intenzione di rifarsi, testardi come muli, alla prima occasione. Intrattenimento, quindi, e del migliore, perché c’è un aspetto – che emerge fortemente in questi romanzi – in cui Lansdale è maestro: i dialoghi.
I dialoghi portano a spasso per le pagine.
Provate un po’ questo stralcio, con Hap che tenta di corteggiare l’avvocatessa (nera e gnocca) Florida Grange:

“- […] Se preferisce, me ne sto seduto qui buono buono… A lei interessa Leonard?
Lei mi sorrise. - Leonard è gay.
- Lo sa? Speravo di darle io la notizia, e se fosse rimasta delusa, sarebbe toccato a me rimediare. Io non sono gay, fra l’altro.
- Cavoli. Non lo avrei mai immaginato. […] Senta signor Collins… Hap. Le devo le mie scuse.
- Lei deve le scuse a me? Dopo tutte le mie sbirciate? Deve perdonarmi, Florida. Ho passato troppo tempo fuori dal mondo. Niente compagnie femminili. Al momento, sono alimentato quasi completamente a ormoni adolescenziali.
- L’altro giorno. Quando mi ha chiesto di portarmi fuori, le ho risposto di no…
- Ehi, tutto a posto, è un suo diritto…
- Vuole chiudere il becco un minuto?
- Ma certo.
- Devo confessarle una cosa. Non sono uscita con lei perché è bianco. Tutto qui.
- Non le piacciono i bianchi?
- Non è questo. È che io sono un prodotto del razzismo. […] Sento di dover scarpinare in salita per tutto quello che riesco a ottenere, da nera. E quanto arrivo al punto di essere pronta ad avanzare, pare ci sia sempre un ostacolo bianco.
- Probabilmente c’è.
- A volte sì. A volte no. Però io ho lo stesso una scimmietta sulla spalla, e così, quando un bianco mi chiede di uscire, io mi metto a pensare che lui pensi Questa puttana nera sarà contenta di uscire con me. Io sono bianco. E siccome sono bianco, posso regalarmi una porzione del suo culo nero, dopo di che Buana può continuare per la sua strada e mettersi con una donna bianca, una donna rispettabile.
- Be’, per essere onesto, alla storia della porzione di culo nero ci ho pensato sul serio.
- Lo so. L’ho capito. Lei trasuda umori maschili. Ma il punto è l’altra parte, la parte razzista. […] volevo farle sapere che mi spiace di essere stata razzista. Porcaccia, sto facendo una grandissima confusione.
- Tutto a posto. Ho afferrato. È molto onesto da parte sua. Mi fa sentire di merda, ma è onesto.
- Sì, certo. E continuo a non volere uscire con lei.
- Capisco.
- Sa perché?
- Sono brutto?
- No. A dire il vero la trovo attraente, in un modo un po’ grinzoso e demodé.
Grinzoso?
- ma il problema è che a me piace ballare, e i bianchi non hanno ritmo. E lo sa che altro dicono di voi bianchi?
Guardai un sorriso splendido illuminarle il viso.
- Cosa dicono – chiesi.
- Che avete degli uccelli piccoli così.”

Ecco. E questo è un dialogo dove, in pratica, non succede niente. Eppure ottiene risultati immediati: avete letto due pagine, non ve ne siete accorti, conoscete già Florida e Hap e vi stanno anche simpatici. Non vi resta che immaginarvi i dialoghi in cui comparirà Leonard…

MANEGGIARE CON CURA, 2004, Fanucci (tif)
Raccolta di racconti (1982-1994) edita solo in Italia

Ce l’abbiamo solo noi, questa raccolta. L’ovvio frutto del successo, si potrebbe dire, ma quel che ne è uscito è, a tutt’oggi, il miglior modo per conoscere il Lansdale compositore di short stories, in quasi tutte le sue sfaccettature, comprese le caratteristiche di cui abbiamo parlato finora.
Bastano pochi, pochissimi racconti, per capire se Lansdale fa per voi, e soprattutto cosa, di questo autore, potreste veramente apprezzare.
Ma non era sufficiente quanto detto fino a poco fa? No.
In queste pagine c’è un tasso di violenza e di violenza e di “politicamente scorretto” che raggiunge picchi inimmaginabili, e inoltre ci sono almeno un paio aspetti che non abbiamo ancora citato: il Lansdale grottesco e surreale e quello appassionato di drive-in e B-movie.
Come effetto collaterale, inoltre, c’è l’idea di racconto come germe, nucleo narrativo con idee e suggestioni che, in un romanzo potrebbero renderlo “buono”, ma condensate in un racconto… esplodono.
Bastano un paio di esempi.
Anzi, per dare un’idea del senso lansdaliano del grottesco sarebbe sufficiente il racconto di apertura: “L’arena” (“The Pit”, 1987), in cui troviamo di nuovo un bianco e un nero che si scontrano in un ring clandestino. Chi perde vedrà la propria testa su un bastone. Il vincitore si allenerà per sei mesi con il prossimo sfidante. Il protagonista, però, diventa ben presto la folla che assiste all’incontro, sublimata dall’arbitro: un biblico predicatore con un serpente a sonagli al collo. Dire che il predicatore finirà per fare la respirazione bocca a bocca al suo serpente, e che sarà una scena assolutamente credibile, dovrebbe bastarvi.
Come questo racconto, però, ce n’è anche altri. Potrebbe bastarvi, per esempio, l’idea che origina “Un signor giardiniere” (“Mister Weed-Eater”, 1993) dove la figura del borghese predicatore ammogliato e conservatore si vede arrivare a casa, al posto di uno storpio, un nuovo giardiniere. Nulla di strano, se non il fatto che è nero ed è, addirittura, cieco!
Cecità che di per sé sarebbe già problematica, ma che diventa un cocktail perfetto di “humorror” se vi aggiungete un esercito di talpe che tirano fuori la testa sempre nel momento meno opportuno…
Per quel che riguarda l’amore spassionato per i cinema per auto e i B-movie che vi si proiettano, emblematico è il racconto surreale “Godzilla in riabilitazione” (“Godzilla's Twelve Step Program”, 1994) dove il povero mostro, zeppo di problemi esistenziali, viene ingaggiato dal Governo, assieme a un King Kong bisessuale, per devastare e bruciare i quartieri delle minoranze di ogni genere e natura. In una parola: “straniante”.
In tutte le raccolte di racconti successive, non si raggiunge mai il risultato ottenuto con “Maneggiare con cura”, anche se si incontrano alcuni brani che potrebbero aspirare a entrarci.
L’ingrediente “cattiveria”, però, da solo o mescolato a spruzzate di fantastico/fantascienza, è il principale di diversi altri romanzi, più o meno riusciti.
L’impatto di questo libro, sul lettore che, in potenziale, è un Lansdale-dipendente, è in ogni caso devastante. Provate a citarlo a un fan… la luce negli occhi parlerà per lui.

IN FONDO ALLA PALUDE, 2005, Fanucci (tif)
Titolo originale “The bottoms”, 2000

Questo è il Lansdale dei romanzi di formazione, quello che ha raccolto l’eredità di Twain – autore che cita sempre tra le sue influenze – e l’ha filtrata con il suo modo di scrivere.
Dovete leggere questo libro con l’idea di sedervi lì, su un tappeto morbido, latte, una scatola di biscotti, e vostro nonno che racconta di quando era un adolescente, negli anni ’30 della Grande Depressione.
E vostro nonno Harry, tra l’altro, era lo sceriffo, e vi racconta dell’estate che ricorderà per sempre, dove assieme a sua sorella, più piccolina, si era perso per i boschi. Avrebbero dovuto uccidere e seppellire il moribondo cane Toby, perché come è giusto che sia, era il loro cane e a loro spettava quel compito. Invece si ritrovano a caccia di scoiattoli, ché di quei tempi erano carne buona da mettere in pentola, e soprattutto, si trovano davanti il cadavere di una donna.
Violentata, massacrata, appesa a un albero come un salame marcio e, più di ogni altra cosa, di colore.
Certo, non è proprio il modo classico di cominciare un romanzo di formazione.
Ma è meglio che una scena simile, un adolescente, la legga qui, inserita in una narrazione pedagogica, che offre sani e buoni principi, pur raccontando il marcio e la violenza umana.
La narrazione, tutta in prima persona, scorre veloce, tessendo i fili di un’indagine che, come in altri casi, non è certo il cardine del libro. Si può facilmente indovinare chi potrebbe essere l’assassino seriale di donne di colore, ma quando si scoprirà, la parte migliore del libro deve ancora cominciare.
Altre sono le strade che vi faranno volare verso l’epilogo.
Chi sarà il misterioso e leggendario Uomo capra, che vive nei boschi? E il vecchio Mose, il nero incartapecorito che sembra saperla molto lunga, che fine farà? E poi, nella rocambolesca parte finale, quando dal giallo si passa al thriller, riuscirà il papà di Harry a salvare l’ultima vittima? L’effetto Lansdale è magnetico.
Dovete. Finire. Il libro.
E quando l’avrete finito, quando avrete girato l’ultima pagina, quando il nonno avrà chiuso gli occhi dopo avervi raccontato una storia bellissima, quando tutti i tasselli saranno al loro posto, in quel momento sarete a un passo dal magone.
E non serve che abbiate sedici anni, perché tutto questo accada.

LA NOTTE DEL DRIVE-IN, 2004, Einaudi (Stile Libero noir)
Titolo originale: “Drive-in 1988”, “Drive-in 2 (Not just one of Them Sequels)”, 1989

Joe Lansdale è quello del drive-in.
È questa, probabilmente, la porta più usata per entrare nella sua produzione.
Il drive-in è il suo libro più famoso, venduto, conosciuto, amato, imitato.
Il drive-in è un po’ come Nevermind dei Nirvana, con la differenza che prima non c’è niente e dopo c’è ben poco.
È paragonabile a un fuoco d’artificio che accontenta tutti. Un fuoco d’artificio con i colori, i botti, le girandole, le fontanelle, le scintille… tutto.
Certo, devi aver lo stomaco forte, ma se ce l’hai, non ti serve altro.
Ci si siede all’Orbit, un vecchio drive-in dove proiettano B-movie horror per l’intera notte. Poi succede qualcosa. Arriva una cometa e si ferma sopra le teste del pubblico, poi se ne va e arriva il buio-carnivoro, che isola l’Orbit dal resto del mondo.
E da lì succede di tutto!
Zombi, cannibalismo, assassinii, mostri, violenze di ogni tipo, ovvero… l’umanità. O meglio: il suo lato peggiore.
In questa edizione Einaudi, sono raccolti i primi due episodi del drive-in, scritti a distanza di un anno, con il secondo, come ogni seguito che si rispetti, un po’ meno riuscito del primo, ma non per questo meno straniante, visto il mondo riempito di una valanga di cose folli, tra cui, non ultimi, i dinosauri.
Il drive-in è un frullato di idee e di generi. Alcune immagini, alcune scene, si attaccano al cervello con le unghie, e a nessuno verrebbe in mente di provare a staccarsele.
Una dimostrazione?
Prendete uno che ha letto questi primi due episodi e chiedetegli: «Che mi dici di Popalong Cassidy?»
Come già detto in precedenza, la luce negli occhi parlerà per lui.
E se invece, adesso, siete davanti a un monitor, vi sarà già venuta voglia di riprendere in mano il libro.
Se però il libro non l’avete (letto o fisicamente) nulla di meglio che chiudere questa cinquina lasciandovi (ri)leggere la genesi di Popalong Cassidy, ovvero il Re del Popcorn:

“Il boss voltò di nuovo la testa verso il chiosco, ed ecco lì R. e W. Erano usciti, e R. era ancora sulle spalle di W. e aveva ancora in testa la scatola di popcorn. Però i lampi avevano fuso una parte della scatola, gliel’avevano fatta colare sulla faccia. E il disastro non si fermava lì: uno dei suoi occhi era scomparso, e l’altro si era spostato al centro della fronte. Le gambe si erano fuse con le spalle di W.; le ginocchia sporgevano in fuori come patetici nodi di un ramo d’albero arrostito alla graticola.
I tatuaggi strisciavano su e giù per l’intero corpo di W. Entravano e uscivano dalle orbite vuote, annerite. Le narici erano diventate due grandi fori rotondi nel viso, e le labbra si erano vaporizzate; restava solo la massiccia apertura della bocca, dalla quale sporgevano denti fumanti. W. impugnava ancora la pistola, ma alla luce blu dei lampi si vedeva benissimo che si era fusa con la mano, era diventata tutt’uno con carne e ossa. La tigre, che R. aveva tatuato con tanto amore sullo stomaco di W. proiettava in fuori una testa tridimensionale, e ruggiva. Baffi che avevano il colore della carne si contorcevano attorno al muso scuro.”

Certo, ora che l’avrete letta, probabilmente, c’è il rischio che il problema si sia acuito, piuttosto che risolversi: volete ancora, fortemente, avere tra le mani il libro.

E adesso?
Cosa ve ne potete fare di questi cinque consigli?

Si potrebbe fare, per esempio, un riassunto. Un riassunto della bibliografia di Joe R. Lansdale.

Se vi ha affascinato “L’anno dell’uragano”, è probabile che vi interessino anche: Il carro magico; La morte ci sfida, Freddo nell’anima.

Se vi incuriosito “Mucho mojo”, la serie degli Hap e Leonard è, in ordine cronologico, la seguente: Una stagione selvaggia; Mucho mojo; Il mambo degli orsi; Bad Chili; Rumble Tumble; Capitani oltraggiosi, Sotto un cielo cremisi; Devil Red; e gli altri che devono ancora uscire.

Se invece vi hanno appassionato la cattiveria e le tinte noir di “Maneggiare con cura”, vi possono piacere anche raccolte di racconti come: Altamente esplosivo; In un tempo freddo e oscuro; oppure romanzi come: Atto d’amore; Il valzer dell’orrore; Il lato oscuro dell’anima; La lunga strada della vendetta.

Se vi siete invaghiti di “In fondo alla palude”, vi piacernno anche: La sottile linea scura; L’ultima caccia; Tramonto e polvere; Echi perduti; La ragazza dal cuore d’acciaio.

Se siete stati folgorati da “La notte del drive-in”, quasi sicuramente vi intrigheranno anche: La notte del drive-in 3; Fuoco nella polvere; Londra tra le fiamme; Bubba Oh-tep, Assassini nella giungla.

Queste non sono, però, cinque categorie.
È solo un modo di vedere la bibliografia lansdeliana, suddivisibile in molte altre categorie.
Questo è solo un modo come tanti, quindi, per cominciare o non cominciare e, se volete cominciare, per orientarsi in una produzione che sta diventando sempre più ampia e variegata.

Per dare un senso a quanto avete appena letto, tenete presente che chi vi ha scritto ha già affrontato:
L’anno dell’uragano, Il carro magico; La morte ci sfida, Freddo nell’anima; Una stagione selvaggia; Mucho mojo; Il mambo degli orsi; Bad chili; Rumble Tumble; Capitani oltraggiosi, Sotto un cielo cremisi; Maneggiare con cura; Altamente esplosivo; In un tempo freddo e oscuro; Atto d’amore; Il valzer dell’orrore; Il lato oscuro dell’anima; La lunga strada della vendetta; In fondo alla palude; La sottile linea scura; L’ultima caccia; Tramonto e polvere; Echi perduti; La ragazza dal cuore d’acciaio; La notte del drive-in 1-2-3; Fuoco nella polvere; Bubba Oh-tep.

Mentre deve ancora leggere:
Freddo a luglio; Atto d’amore; Londra tra le fiamme; Assassini nella giungla; Devil Red, gli altri libri che Lansdale pubblicherà.
Raffaele Serafini

La bibliografia web consultata per il presente articolo è la seguente:

Joe R. Lansdale – sito ufficiale
http://www.joerlansdale.com/

Lansdale (blog personale)
http://joelansdale.blogspot.com/

Lansdale su wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Joe_R._Lansdale

gelostellato (blog)
http://ilblogdigelo.blogspot.com/search/label/LansdaleJ.R.

Intervista su Thrillercafé
http://www.thrillercafe.it/joe-lansdale-biografia/

Chiacchierata con Joe R. Lansdale (booksblog)
http://www.booksblog.it/post/945/chiacchierata-con-joe-r-lansdale

100 domande a Joe Lansdale (GQ)
http://www.menstyle.it/cont/lifestyle/lifestyle/1010/2901/100-domande-a-joe-lansdale.asp

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