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Lucifer Over London. Industrial, folk apocalittico e controculture radicali in Inghilterra (Antonello Cresti – Aereostella, 2010)

L’opera


Fiorentino, appassionato di cultura britannica, scrittore, giornalista, musicista e quant’altro: chi meglio di Antonello Cresti poteva dedicare, per la prima volta nel belpaese, un saggio brillante ed esaustivo all’industrial e al folk apocalittico?
Il vulcanico autore di “Lucifer Over London” dimostra infatti una padronanza tale da rapire il lettore sin dalle prime pagine di questo viaggio sulle controculture radicali inglesi che da John Dee ad Aleister Crowley, da Charles Sims a Louis Wain arriva ad artisti di culto contemporanei.
Sarà proprio l’ipotesi di una tradizione comune il cardine dell’opera, il filo conduttore di utopia e decadenza che lega i destini di Throbbing Gristle, Psychic Tv, Coil, Current 93, Death In June e Sol Invictus (ad ognuno di loro è riservata un’esauriente biografia) alle passate esperienze artistiche di illustri eccentrici della terra d’Albione.
Dopo appena un anno, Cresti torna dunque in libreria con il contraltare oscuro del precedente “Fairest Isle. L’epopea dell’electric folk britannico”, mettendo così in luce la complessità intellettuale di un Paese che, per dirla con l’autore, tende a operare continue sintesi culturali piuttosto che creare punti di rottura (a differenza dei cugini d’oltreoceano).
I germi dell’esoterismo, che deflagra con l’industrial e il folk apocalittico, sono infatti già presenti nella psichedelia degli anni sessanta e si insinuano in molte altre avventure rock di rilievo (da Fripp ai Led Zeppelin, dai Black Widow ai Venom).
A definire ancor meglio i contorni del sorprendente quadro concettuale delineato dall’autore ci sono poi i preziosi contributi di Vittore Baroni e Bruno Casini e tre interessanti interviste, una delle quali a Steve Sylvester, frontman dei Death SS.

L’autore

Definito “la voce mediterranea della vecchia Inghilterra” da Timothy Biles (saggista di successo e reverendo della Church Of England), il poliedrico Antonello Cresti , che ogni anno passa alcuni mesi in viaggio tra le piccole comunità britanniche realizzando progetti per la salvaguardia del territorio locale, è alla sua sesta fatica da scrittore dopo i saggi “Fish and Chips” (Jubal Editore), “UK on Acid” (Jubal Editore), “L’Immaginazione al Podere” (Stampa Alternativa), “Sangue e Acciaio” (Noctua) e “Fairest Isle - L'epopea dell'Electric Folk britannico" (Aereostella).
Ha inoltre pubblicato tre cd musicali con il progetto Nihil Project e un cd per il mercato britannico con il trio In Yonder Garden. E’ cofondatore e direttore artistico di un’etichetta discografica (Sound Records) e tra gli organizzatori del festival “Britmania”, dedicato alla cultura britannica.

Titolo: Lucifer Over London. Industrial, folk apocalittico e controculture radicali in Inghilterra
Autore: Antonello Cresti
Editore: Aereostella
ISBN: 9788896212158
Prezzo:  € 20,00

Contatti:
www.myspace.com/daysofyore
www.nihilproject.org
www.soundrecords.it
www.britmania.eu
www.myspace.com/nihilproject
www.myspace.com/inyondergarden
www.facebook.com
www.aereostella.it

L’intervista

Ricco di rimandi e argomentazioni, Lucifer Over London è un saggio molto diverso da altre biografie rock per piglio e per contenuti. L’opera ruota intorno all’idea di una connessione “nera” che legherebbe illustri personaggi britannici del passato a Throbbing Gristle, Psychic Tv, Coil, Death In June, Current 93 e Sol Invictus. Quali fattori hanno inciso maggiormente allo sviluppo di questa interessante tesi?
Sono da anni animato dall'idea che qualsiasi movimento artistico o culturale sia ben poca cosa se decontestualizzato da un suo alveo di riferimento, se analizzato senza una ricerca delle radici anche più lontane. Nel caso dell'Industrial e del Folk Apocalittico ci troviamo per fortuna di fronte ad artisti che non hanno mai avuto reticenze riguardo alle loro frequentazioni culturali, guarda caso, pur nelle differenze, rivelatorie di un universo concettuale davvero compatto e di grande interesse. Essi, pur essendo stati dei "sabotatori della civiltà" sono stati e furono figli di una tradizione prettamente inglese e sono a mio avviso particolarmente ammirabili in quanto rinnovatori di quella che nel libro chiamo "tradizione eccentrica inglese". La loro capacità di essere al contempo "dentro" e "fuori" è, a mio avviso, molto affascinante...

Prima di passare alle biografie dei protagonisti dell’industrial e del folk apocalittico c’è un capitolo/anticamera molto interessante - Dalla leggenda nera del movimento hippie alla “guerra con Satana” dei Venom - in cui troviamo una carrellata di gruppi e musicisti inglesi che sono stati più o meno influenzati dal mondo dell’occulto. In particolare attribuisci ai Black Widow “il definitivo salto di qualità, da un punto di vista scenico e concettuale”. Secondo te quanto questa band ha inciso sul carattere esoterico dell’heavy metal?
Quando pensiamo alle radici del suono oscuro inglese inevitabilmente pensiamo ai Black Sabbath, autori di un album d'esordio indiscutibilmente importante, però credo che la maggiore raffinatezza dei Black Widow sia preferibile. Questi ultimi in effetti univano ad una più consapevole
conoscenza del mondo dell'esoterismo e della stregoneria, un approccio musicale dal sound davvero inimitabile, in cui convivevano progressive rock, jazz, folk assieme ad una componente teatrale molto forte, ma non per questo caricaturale. Ritengo che l’album "Sacrifice", col quale iniziarono la loro carriera, sia un lavoro davvero importante nell'ambito del rock inglese, e non posso che condivedere le belle parole che Steve Sylvester, sul mio libro, ha speso in proposito... Le bands heavy metal, che magari inconsapevolmente, hanno cercato di seguire le orme dei Black Widow sono davvero molte; direi soprattutto quelle che hanno privilegiato una dimensione "orrorifica" ad una più "ideologicamente" satanica. Citerei poi il caso di una etichetta discografica del nostro paese che, non a caso, si chiama Black Widow, a dimostrazione di una influenza tuttora forte e decisiva anche in Italia.

Electric folk, apocalyptic folk e neofolk. Mettiamo un po’ di ordine…
Con l'espressione "electric folk" si indica un particolare momento della storia musicale anglosassone, ossia quando musicisti provenienti dal rock, dalla psichedelia etc. cominciarono ad avvicinarsi alle sonorità tradizionali realizzando un connubio "elettrico" per l'appunto e dando una
spinta decisiva alla riscoperta delle radici musicali del proprio paese. Tale movimento, che si sviluppò a partire del 1967 circa, comprende approcci diversissimi difficili da riassumere in poche battute, ma ha avuto una influenza straordinaria, spesso sottostimata.
L'espressione "folk apocalittico", creata con una certa ironia da David Tibet, a me piace perchè ben descrive certe atmosfere e tematiche, liriche e musicali, della nuova scena "esoterica" del folk nata negli anni '80.
Neofolk sembra essere invece la definizione più usata, forse per motivi di comodità, dalla stampa musicale odierna, ma a me evoca connessioni trite e inutili con certo pensiero di destra radicale... Vedremo se si inventeranno qualche altra espressione nei prossimi anni... Intanto non è male il "folk noir" tirato fuori da Wakeford e dai suoi Sol Invictus!


Quali sono gli album che preferisci dei gruppi che hai trattato?
Per quanto riguarda i Throbbing Gristle direi "20 Jazz Funk Greats", forse il loro album relativamente più accessibile, che apprezzo per il modo in cui i "nostri" seppero giocare con gli stereotipi; degli Psychic TV adoro "Dreams Less Sweet" album dalla spinta sperimentale veramente enciclopedica; l'album dei Coil che amo di più in senso assoluto è il primo volume di "Music to Play in the Dark" il lavoro di musica elettronica che all'epoca dell'uscita attendevo da tanto... Per quanto riguarda i gruppi più legati al folk apocalittico e al neofolk, dei Death in June ti segnalerei un album che stupirà molti "Take Care and Control" in cui le canzoni acustiche di Douglas P. vengono immerse in un magma di campionamenti di varia origine; per quanto riguarda i Current 93 considero il loro "Of Ruine Or Some Blazing Starre" un capolavoro del folk britannico in senso assoluto e lo stesso potrei dire di "In the Rain" dei Sol Invictus, ma si potrebbero certo citare molti altri titoli.

In quali altri paesi la lezione industrial/apocalittica dei maestri inglesi ha attecchito maggiormente? Quali sono i gruppi che hanno saputo raccogliere questa eredità?
L'universo industriale e postindustriale, come ha ricordato Vittore Baroni nella sua prefazione al mio libro, è stato molto ampio e con propaggini anche nel nostro paese. Come per la psichedelia o il rock progressivo, ogni paese ha sviluppato delle sue peculiarità. L'Europa orientale seppe partorire formazioni come i Laibach, molto apprezzati, e citerei anche gli australiani SPK o Foetus oltre ovviamente ai tedeschi Einsturzende Neubauten. Nell'universo folk apocalittico citerei i danesi Of the Wand and the Moon oppure gli "storici" Ordo Equitum Solis. Pur amando tantissimo la musica e la cultura britannica non amo chi si conforma ad essa, e dunque stimo maggiormente coloro che cercano una propria via espressiva, lontana dai, pur apprezzabili, stilemi anglosassoni. Era il caso, negli anni '70, di molte formazioni kraut rock e per fortuna è il caso di molti sperimentatori emersi in tempi più recenti.


Nell’ultimo numero di Rumore (n. 225), Douglas P. afferma che “nello scenario planetario, il neofolk e le sue variazioni sono stati importanti per la musica quanto il r’n’r, la psichedelia, il punk/postpunk ecc. Eppure, sintomaticamente, vien visto ancora come una forma musicale sotterranea. Forse è proprio questa nautura underground che alla fine gli permetterà di mantenere la propria integrità”. Sei d’accordo?
Si, ho letto anche io questa dichiarazione. Sulla influenza, evidente e sottostimata al contempo, dei musicisti di cui parlo nel libro non ho alcun dubbio. Testimonianze delle loro carriere si trovano, per così dire, "sotto la pelle" di numerose formazioni ben più note. Però paragonare il neofolk al rock e agli altri generi citati mi sembra eccessivo... Stiamo parlando di contenitori immensi, che da decenni continuano ad ispirare migliaia di artisti... Semmai sono d'accordo sul discorso dell'integrità; proprio nelle conclusioni del libro traggo delle conclusioni simili a Douglas P. e ritengo con lui che la lezione di questo manipolo di musicisti così poco attraenti per le grandi masse continuerà a farsi sentire.

Alessandro Camilletti

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