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:: AC/DC: STIFF UPPER
LIP - (2000) - CGD
Sarò breve nel recensire l’ ennesima fatica (in tutti
i sensi) degli AC/DC. Con “Stiff upper lip”, che segna
forse la fine (?) di una onoratissima carriera, i nostri cinque canguri
australiani ci propongono il solito disco di sano rock “energico”,
con i soliti riff, che da oltre 20 anni ci ripetono e non vedo perché
dovrebbero cambiarli; in effetti se la ripetitività è
un male (o difetto) per molte bands, qui forse ci troviamo ad un caso
più unico che raro, poiché il punto di forza degli AC/DC,
sta proprio nella completa fedeltà di “riciclare”
il loro personale sound. A dire la verità non è tutto
oro ciò che luccica, infatti secondo il mio modestissimo parere
(e chi scrive è letteralmente cresciuto con dischi come “Black
in black” e “For those about to rock”), questo “Stiff…….”
Stenta un pò a decollare fin dai primi brani, per poi scorrere
più che altro sulla media lungo l’arco di poco più
di 45 min. Le sonorità sono più bluesy del solito e
diverse canzoni risultano un po’ “spompate”; con
questo non voglio dire che sia un brutto album, anzi, ma che il tutto
scorre liscio come l’olio senza particolari sussulti, insomma
se prima andavo scorazzando per tutta la casa, adesso posso tranquillamente
star seduto in poltrona e battere il piede a ritmo. Tra i brani migliori
“House of jazz”, “Can’t stop Rock’n’Roll”
e “Satellite blues” (chissà se cantata da Bon Scott….).
Tra le più “vivaci”, la title – track, “Safe
in New York city” e “All screwed up”.Da ascoltare
senza indugi se si ama questo gruppo, altrimenti astenersi; in fondo
gli AC/DC o si amano o si odiano. Le vie di mezzo non esistono!
:: AC/DC - Let
there be Rock - (1977) - Atlantic / Elektra
Uscito nel 1977, un anno dopo l'ottimo "Dirty Deeds done Dirt
Cheap", "Let there be Rock". L'album esce in Australia
nel marzo del 1977, per poi uscire solo qualche mese più tardi
in Americane ed Europee, ed avere un immediato successo di vendite.
Inevitabile la reazione positiva degli adetti del settore e non, ancora
oggi la band è amata da rockabilly, bluesman, rockers and more...
Personalmente credo che sia il disco con la più alta carica
di energia, prodotto dai fratelli Young, riff eccellenti, di grande
ritmo, e non ultimo, di un carisma del tutto particolare, che invita
chi lo ascolta, in modo anche involontario, a scuotere la testa e
far muovere le gambe.
A dir poco fantastiche le graffianti ritmiche del malefico Angus Young
che sfoga tutta la sua carica rock blues nella title-track e in "Whole
Lotta Rosie".
Tutto e ben contornato dal classico lavoro degli altri membri della
band, Malcom Young alla chitarra ritmica, Phil Rudd alla batteria
e Mark Evans al basso.
Grandiosa la performance vocale dell'ormai defunto Bon Scott, che
in questo lp da il meglio di se maturado il singolare timbro vocale
che ragiungerà il culmine in "Highway to Hell".
40 minuti di puro Ac/Dc sound che prende il via con "Go Down"
canzone potente, molto caratteristici, che apre davvero col piede
più che giusto un album che entra di diritto nell'elite massima
della band, un inizio carico di energi hard rock.
Segue "Dog eat dog", dove possiamo ascoltare un più
che unico assolo si Young. "Let there be Rock" è
il terzo brano, per me la migliore, trascinante, sfrenata, eccitante,
un vero brano in classico stile rock'n' roll. Eccitantissimo il semplice
e diretto assolo che con poche note riesce a far saltare il culo dalla
sedia a chiunque si rovasse nelle vicinanze.
Esplosivo è pure l'inizio di "Bad Boy Boogie", che
si sviluppa poi nella medesima direzione della sua intro, ovvero in
grande stile, con riff puliti ma energici, un cantato ottimo, e un
assolo forse un minimo ripetitivo nella parte iniziale, ma che esplode
letteralmente nella parte centrale e conclusiva, per la gioia di tutti
coloro a cui piace sbattersi in lungo e in largo. "Problem
Child", forse il brano migliore per l'esecuzione di Bon Scott.
Let there be rock continua con la terzultima, ma non sicuramente per
bellezza, "Overdose", pezzo lentissimo, molto country e
blueseggiante, sicuramente una variante al classico stile della band
australiana, ma che non per questo manca di fascino e carisma, anzi
nella sua particolarità e uno dei pezzi le cui melodie si seguono
con più piacere. Con "Hell ain't a bad place to be "
si ritorna invece al classico rock preciso e tagliente, ma anche molto
ritmato e facile da seguire. Il tema musicale della song è
il medesimo per tutta la sua durata, ma non risulta noioso, anche
se forse inferiore ad alcuni pezzi antecedenti sì. Il cd si
chiude con uno dei brani più trascinanti e travolgenti della
band "Whole Lotta Rosie", un crescendo di energia spaccacasse,
semplice diretto e accattivante, un vero e proprio "finale col
botto".
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