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Reviews - Yattafunk
:: Yattafunk - Escape from Funkatraz - (Ghost Record Label / Crashsound - 2020)
Ma che burloni gli Yattafunk! E poi, voglio dire... io non ho la minima idea di come si faccia a fare un disco così, ad avere un’attitudine di questo tipo! Sono sempre stato un ammiratore di gente come Tossic, Nanowar of Steel o Gli Atroci, solo per citare un po’ di nomi che vengono in mente quando si parla di attitudine ironica al verbo del metallo in Italia. Attenzione, ho detto “attitudine ironica” e non “metal demenziale”, perché ho grande rispetto per chi riesce a combinare l’amore per un certo genere di musica con un approccio che non si prenda troppo sul serio – a differenza di quanto capita all’estremo opposto, con connotazioni a volte anche più “comiche” di chi adotta certe strategie di proposito. Bene, conclusa questa premessa non mi resta che aggiungere che gli Yattafunk sono tra quelli che... se non ci fossero, bisognerebbe inventarli! Anche perché, rispetto ad altri nomi che vengono in mente, il quartetto romano è ben lontano dall’impostazione “classica” del genere, e preferisce servirsi delle contaminazioni fiorite a cavallo tra fine anni ’80 e anni ’90 per diffondere il suo verbo di salace ironia e sarcasmo; dunque, spazio a quelle influenze funk che avevano già trovato terreno fertile sul debut “Yattafunk Sucks”, con in più però un deciso indurimento del suono per via del mutare delle fonti a cui si attinge: dentro Faith No More e Living Colour, insieme però a una decisa sferzata “Metallica” (sì, parlo proprio dei quattro cavalieri di Frisco). Questo è ben evidente nell’incipit di “Bad Motherfucker”, che realizza un mash up tra “Master of Puppets” e “And Justice for All” prima di lasciare spazio al classico refrain di “Paranoid”, qui inserito a mo’ di sirena di un qualche episodio di “Scuola di polizia”. Certo, se volete cercare i riferimenti la caccia è aperta, ma l’intento verrà rovinosamente sommerso dalla carica adrenalinica di entusiasmo che sprizza dalle otto tracce incluse, tra cui spiccano senz’altro “MOTU Generation”, tra Metallica e Faith No More, ma anche “I’m on the Run”, sorta di incubo priestiano in salsa hetfieldiana. E a proposito di incubi, a rallegrare l’atmosfera ripuntando l’orologio sugli anni ’80 ci pensa la cover di “Ghostbusters”, bella e convincente con i suoi inserti jacksoniani, per non parlare della title track, che prova a rimescolare ulteriormente qualche cliché tipicamente Eighties – ci avrei visto bene un videoclip, nevvero? In definitiva, un passo avanti per Funk Norris e soci, che a una maggiore maturità compositiva rispetto al debutto aggiungono anche una certa accuratezza nei suoni, che erano tra i nei del predecessore. Meno slap, più groove, meno Infectious Grooves, più Metallica: Trujillo approva in ogni caso!
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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www.facebook.com/yattafunk
:: Yattafunk - Yattafunk Sucks - (Ghost Record Label/Crashsound - 2016)
I survived the Nineties! Così recita il motto che prima o poi mi farò stampare su un po’ di T shirts, magari rigorosamente infarcite di loghi e copertine di Type 0 Negative, Faith No More, Alice In Chains e Pantera! A giudicare dal basso scoppiettante e “slappante” posto in apertura, anche gli Yattafunk sono usciti indenni dal decennio in oggetto, se sono qui a raccontarcela con questo dischetto dal nome impertinente come il filone a cui si ispira, “Yattafunk Sucks”. Otto pezzi di scoppiettante funk/metal che fanno pensare ai fasti di Robert Trujillo nei seminali Infectious Grooves (e perché no, anche nei Suicidal Tendencies) a partire dalla coinvolgente “Yattafunk”, che sciorina da subito momenti di ottima tecnica strumentale (un plauso al lead guitarist, sin dal primo pezzo), per giungere al minimalismo di “Hell Yeah”, una track dal pattern ritmico essenziale che fa capolino in uno scenario più “recente”, per così dire. Vi ricordate di quando gli H Blockx si vestivano da formiche per devastare questa tranquilla casettina immersa nel verde? La sensazione è quella, in effetti, e il disco scorre così, tra le folli “Pullover” e “Leggins & Knives” (l’argomento aiuta, in effetti…), le variazioni arpeggiate di “Hypocondria” – qualche momento soffuso su “Squirtinado”, una track concettualmente molto vicina all’operato di Mr. Patton e soci (Mr. Bungle e primi Faith No More a go-go) – e immancabili episodi dissacranti: “Hallowed By The Funk”, che non poteva non concludersi con il finale del celebre pezzo dei Maiden da cui mutua il nome, e “Mr. Ball (The Clochard Killer)”, con la sua scanzonata citazione di “Immigrant Song”. Qualcosa da limare c’è, in effetti, a partire dalla costruzione delle vocals, che a volte seguono sin troppo la melodia delle chitarre, venendo meno ai dettami sperimentali del genere e risultando un po’ sottotono, e il sound generale, a mio parere ancora un po’ acerbo – specie per quanto riguarda le distorsioni. Per il resto, “Yattafunk Sucks” è un lavoro interessante che fa ben sperare nelle mosse del quartetto romano.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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