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Reviews - Wolf Hoffmann
:: Wolf Hoffmann - Headbangers Symphony - (Nuclear Blast - 2016)
Wolf Hoffmann che fa un disco di musica classica? Proprio così, in borchie e metallo, esattamente come avete imparato a conoscerlo. D’altronde, la passione del chitarrista tedesco per il suo illustre conterraneo di Bonn è evidente per chiunque abbia mai ascoltato (anche per sbaglio, o suo malgrado) “Metal Heart” degli Accept, con quella citazione di Beethoven e della sua Per Elisa ben in vista a metà dell’assolo. Va anche aggiunto (per i più distratti) come “Headbangers Symphony” sia il secondo capitolo di una saga iniziata nel 1997 con l’uscita di “Classical”, disco in cui Hoffmann si cimentava con altri classici del genere, con particolare attenzione alle scuole nazionali europee del XIX secolo. Come il predecessore, anche “Headbangers Symphony” non può essere definito un album propriamente “neoclassico”: più che l’attenzione al virtuosismo barocco che caratterizza personaggi come Yngwie Malmsteen o The Great Kat, abbiamo qui un solidissimo chitarrista che infatti volge il proprio sguardo prevalentemente al secolo successivo, soffermandosi sulle grandi soluzioni orchestrali più che abbracciare quell’esaltazione del solista che è propria dei succitati virtuosi. Al di là dell’ovvia diffidenza con cui ci si può accostare ad un disco del genere, va detto che il mainman degli Accept riesce ad affrontare la materia senza eccessiva pomposità (tranne dove la pomposità è effettivamente elemento costituente degli originali, come vedremo…) grazie ad un piglio teutonico che gli permette di approcciarsi ai brani con la giusta serietà, riuscendo ad evitare d’altro canto anche l’effetto “legnoso” che aveva suscitato l’analogo tentativo a firma Timo Tolkki. Ne sono prova “Night On Bald Mountain”, “Patethique”, “Swan Lake” “Madame Butterfly” e soprattutto “Scherzo”, il cui incedere marziale sarebbe di sicuro piaciuto a Burgess e Kubrick come accostamento ad Alex e i suoi drughi. Anzi, per dirla tutta, ascoltando le mani di Hoffmann su “Scherzo” si riesce a cogliere più di un’affinità con quella “Teutonic Terror” che è stata un po’ l’emblema della rinascita dei suoi Accept: chissà come suonerebbe una versione con Tornillo (o Dirkschneider) alla voce! “Scherzi” a parte, “Headbangers Symphony” è un album che non ha certo la pretesa di divenire un lavoro epocale, e non è certo in questa chiave che va letto: piuttosto, il suo ascolto può essere utile per affacciarsi ad un nuovo mondo (a proposito, la sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Dvorak non la fa mai nessuno?) e magari scoprire poi che gli originali restano sempre insuperati, anche se si ha il metallo nel sangue da anni e anni. È appunto capitato anche a me di fare di queste ricerche “a ritroso”, come nel caso dell’ariosa “Meditation” di Jules Massenet, tra gli ispiratori del nostro Puccini, qui riproposta con la giusta dose di pathos. Per il resto, “Headbangers Symphony” ha i suoi ovvi alti e bassi: non mi piace l’arrangiamento dell’Adagio di Albinoni/Giazotto, perché così com’è sembra “Farewell” di Marty Friedman (in questo senso, la versione di Malmsteen a Leningrado resta insuperata), ma non posso nascondervi di approvare, sornione, qualche piccola indulgenza del Nostro nelle pomposità barocche care ai suoi illustri colleghi chitarristi, come avviene nel “Double Cello Concerto In G Minor” (ed è anche Vivaldi, vorrei ben vedere!) nonché sulla Sinfonia n. 40 di Mozart, la cui versione è inguaribilmente pacchiana come solo il Rondò Veneziano sapeva essere. Direi di essere stato esauriente… ora quanto meno sapete cosa aspettarvi da questo disco e avete un’idea di come rapportarvi. Unico cruccio: chissà che non sia semplicemente fuori tempo massimo, dato che avrebbe riscosso sicuramente più successo trent’anni fa. Ma, come diceva qualcuno in televisione… non è mai troppo tardi.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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