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Reviews - Witches of Doom
:: Witches of Doom - Deadlights - (Sliptrick Records - 2016)
Se mi fermo al nome di questa giovane band romana, ed osservo la copertina… si può percepire il sound proposto, cioè Doom /Psychedelic/Stoner! Ma sarà davvero così? Ebbene, i Witches of Doom non sono proprio novellini, anzi... vi informiamo che sono al secondo disco – il primo è stato pubblicato nel 2014, con il titolo “Obey”. Tornando al presente lavoro, i primi minuti di “Lizard Tongue” (brano in apertura) ingannano per l’approccio del synth iniziale, ma dopo (fidatevi) sono le chitarre grasse e corrosive a farsi strada! Brano dopo brano “Deadlights” si trasforma, cambiando atmosfere (e influenze)… dalle sonorità stoner/doom, a quel sound darkeggiante e melodioso che emerge su “Winter is Coming”. Per certi versi, sembra che rincorrano il filone di Type 0 Negative (“Black Voodoo Girl”) o i ‘senza etichetta’ Faith No More (“I Don’t Want to Be a Star”). Ripeto, “Deadlights” è un album composto da diversi elementi e diverse influenze; in questo senso, sia il nome della band che la copertina, possono depistare... tranquilli però, la band è capace di regalare belle sorprese! Il disco infatti ha un bel sound, atmosfere notevoli (anche se il lato malinconico è quello più evidente) e un sound che cammina su due binari, paralleli ma vicini, l’hard rock/metal e il dark. In sostanza, i Witches Of Doom sono influenzati dalla vecchia scuola dei generi di riferimento (’70 e ’80 su tutti) e riescono qui a riproporne le suggestioni con un sound più ‘fresco’ e contemporaneo; e ancora, vi è anche una leggera sfumatura mediorientale, che vi invito a scoprire ascoltando l’album. E allora, è un disco di Doom /Psychedlic/Stoner? No, “Deadlights” può essere Goth Rock; può essere Stoner/Doom… ma è soprattutto libertà!
Voto: 7,5/10
Giovanni Clemente

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:: Witches of Doom - Funeral Radio - (My Kingdom Music - 2020)
Ed eccola qui la terza fatica discografica dei Witches of Doom del mio amico feisbuccaro Fed Sodapop Venditti! Quando le streghe, dall’alto della loro sensualità, intrecciano una storia di sesso musicale, ne viene fuori una messa orgiastica tra goth e stoner, tra il grunge più cupo e il doom sferico che si fondono dentro ad un disco completo nella sua forma più libera ed eccentrica, in una visuale “totale” dell’heavy metal. Vi sono citazione di tutti i maggiori gruppi anni 80/90 in questo splendido viaggio e (come dice sempre il mio amico Fed) sta a me e a noi scoprirlo tra le linee dei solchi, ormai immaginari di vinilica memoria. I nostri hanno fatto, in passato, delle cover molto interessanti in chiave stoner, tipo “New Year’s Day” (U2) con Paul Bento (ex Carnivore e Type O Negative) alla chitarra solista, il classico dei Joy Division “Love Will Tears Us Apart” ed infine l’omaggio doveroso ai Death SS “Kings Of Evil”. La line up consta di Danilo “Groova” Piludu alla voce e cori, Federico Venditti nel ruolo di guitar hero, Saiax al basso, Francesco Ciacciarelli dietro le pelli, con ruoli da special guest per Fabio “Reeks” Recchia alle keyboards, Luca Iovieno al basso e Jacopo Cartelli alla batteria. La copertina ricorda un mix tra gli artisti Serrano e Rotella saggiamente mischiati con riferimenti ai film horror anni 70 venati da un guizzo blues sempre di quegli anni. La partenza di questo disco viene affidata al giro di basso nella più classica tradizione stoner: “Master of Depression” nel suo cantato alla Layne Staley (in ginocchio sui ceci chiunque non sappia chi sia!) nella sua precisione drummica, nella sua essenza sabbathiana con quella liquidità d’assolo del buon Venditti (c’è un cuore che batte nel cuore di Roma che vive e che... ah no, è un altro artista). Attacco più doom in stile Cathedral per “Coma Moonlight” con i sui lamenti goth da tastiera simil coma, canzone bella come un tramonto lunare. “Queen of Suburbia” ha un bilanciamento strumentale costruito su di una produzione cristallina ma sporca nello stesso tempo e messo a far girare sulla puntina di un piatto vinilico (eh sì, sarebbe la morte sua, come si suol dire!). La title track è una sorta di gioiellino che i Witches of Doom ci regalano infarcendolo di atmosfere da film, un po’ come se il capolavoro “Dal tramonto all’Alba” avesse la colonna sonora dei Type 0 Negative. Sangue e nudità, con quella musica che sconquassa la pelle e diventando così immortale dopo aver iniettato il suo veleno direttamente nei nostri cuori duri, metallici ma così dolcemente ammaestrati, così lascivamente perduti come nel finale della canzone tra pianoforte e sonorità decadenti che danno il gusto della bellezza di questo platter. “Sister Fire” è circolare nei suoi riff rincorsi dall’hammond anni 70. Molto gustosa, danzereccia al punto giusto, chorus ruffiani che aspettano il rallentamento centrale costruito su elementi orgiastici di piano, hammond ed effettistica varia. E che dire di “Ghost Train”? Stimolante questa perla, colonna sonora ideale per un coito tra streghe; liquidità sonora alla The Cure che incontrano i Joy Division mentre il fantasma di Peter Steele sempre presente nelle nostre vene aleggia su tutta la composizione, tra una tastiera sempre più incisiva e tra riff semplici e coordinati circondati dalla freschezza pulita della batteria e il pulsante disegno sonoro del basso. Ottimo inizio blues / doom / stoner per la successiva “November Flames”, per poi esplodere nei riff vendittiani più dissonati e pesanti alla Pantera con echi alla Korn. E veniamo alla nuova perla di questo album che sfiora il quasi capolavoro: “Hotel Paranoia” è il degno finale, è la raccolta dal respiro pluridecennale della ricerca sonora dei nostri. Il charleston della batteria introduce una furia stoner controllata tipo Kyuss, interpretando un ritornello da citazione stellare degli Eagles, passando poi ai riff di Metallica memoria anni 80, echi maideniani dolci, e rilasciando la violenza controllata di marchio panteriano. Insomma, un’orgia musicale distribuita a piè pari tra la sensualità e percezione sonora, una originalità mistica straordinariamente incisa in un disco promosso a pieni voti, sperando – anche se, come disse il maestro Monicelli, “la speranza è una parola inventata dai padroni per tenervi al guinzaglio” – quindi diciamo volendo, aiutando, ansimando in questa band, con questa band, insieme a questa band.
Voto: 9/10
Daniele Mugnai

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