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Reviews - Voodoo Highway
:: Voodoo Highway - Broken Uncle’s Inn - (Autoprodotto – 2011)
Debutto discografico sulla lunga distanza per una delle più importanti bands della nuova ondata dell’hard rock italiano, i Voodoo Highway. I cinque ferraresi, dopo un’intensa gavetta live ancor più meritoria vista la loro recente formazione, approdano alla corte dell’attivissimo Axel Wiesenauer e della sua etichetta di promozione Rock N Growl, che si occupa egregiamente della distribuzione di “Broken Uncle’s Inn”. Mai come questa volta, il teutonico factotum ha colto nel segno con la sua capillare ricerca di nuove realtà nei più disparati angoli del pianeta, portando avanti con la giusta convinzione quella che appare come una realtà che farà di certo parlare di sé negli anni a venire. Dieci tracce che puntano dritte a chi ha lasciato il cuore a metà anni ’70, nel corso dello splendido passaggio di consegne tra Deep Purple e Rainbow, quando l’hard rock si è tinto di porpora epica e ha dato vita a un memorabile capitolo della storia della musica. La domanda preliminare è: si può suonare hard rock nello stile dei grandi del passato e risultare comunque interessanti alle orecchie (e ai palati) di chi conosce a menadito vita, morte e miracoli del Grande Suono? La risposta sta tutta nella maestosa title-track dell’album: un classico che non ha bisogno della polvere dei decenni per essere definito tale, un brano dalla struttura perfetta, e non sono troppe le bands che riescono a scriverne nel corso della propria carriera. “Broken Uncle’s Inn” è lirica e intensa, a partire dall’incipit al cardiopalma per giungere all’efficace bridge, passando per un ritornello dalle capacità declamatorie degne di Andrew Lloyd Webber, fino all’incalzante break di tastiere in stile Jon Lord epoca “Perfect Strangers”.
Sin dall’introduzione, la band mostra di non prendersi troppo sul serio: atmosfere alla “Life on Mars” (il telefilm, non il pezzo del Duca Bianco…) ci catapultano direttamente nel 1972 per un viaggio la cui prima tappa è “Tilli it bleeds”. Inizio classico, con la classica chitarra a bicordi di scuola Blackmore, l’acuto iniziale reminiscente di “Highway Star” e hammond a profusione nella variazione. Interessante l’assolo, che richiama la coppia Marsden/Moody e il periodo rock/blues dei primi Whitesnake.
Attenzione, i Voodoo Highway non sono solo un bignami (per quanto accuratissimo) dei favolosi anni Settanta: la grintosa “The fire will burn away” e la scanzonata “J.C. Superfuck” presentano modernissime suggestioni statunitensi nei riff di chitarra, in un contesto sonoro che più britannico non si può. Almeno nel mood generale, la band ricorda molto da vicino quanto proposto dai Darkness, pur senza condividerne il gusto pacchiano, e con una ricerca filologica che fa davvero onore alla giovane età dei suoi membri.
Su “Window” affiorano le atmosfere oniriche dei Wolfmother, con la voce di Federico Di Marco a farla da padrone, ben supportata da una sezione ritmica sempre precisa e ben articolata che firma gli interessanti break funkeggianti della successiva “Running Around”, introdotta da un riff nello stile dei Rainbow di “Difficult to cure” e coronata dal lavoro del tastierista Alessandro Duò.
È lo stesso Duò ad impreziosire la ballad “Heaven with no stars” con il suo sapiente hammond, e a tracciare le linee guida dell’energica “Gasoline woman”, un brano che non vede del tutto a suo agio il pur bravo singer, qui presente in quella che non è proprio la sua dimensione ideale. L’album si chiude con “In fact it’s the worst”, dedicata alla memoria di Federico Aldrovandi: track quadrata e con spunti a metà tra la psichedelia e lo stoner rock, nonché capace di andare oltre i classici stilemi del genere e affrontare un argomento di scottante attualità. Se vi sentite ancora orfani di classico hard rock tricolore dopo la fine dei Vanadium, è tempo di volgere lo sguardo alle nuove leve. È presto per dire se i Voodoo Highway sapranno raccogliere lo scettro, ma i presupposti ci sono tutti.
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

Contact:
www.myspace.com/voodoohighway
:: Voodoo Highway - Pervert County - (Autoprodotto - 2016)
Che succede quando una band che ha fatto due dischi di rilievo si prende una pausa di riflessione, per poi tornare sui propri passi e realizzare un comeback EP? Beh, a dispetto del mio incipit dal tono profetico, i risultati possono essere i più disparati, per quanto la scelta di condensare in due/tre brani la propria dichiarazione di intenti si sia sempre rivelata storicamente vincente. E così è anche per i Voodoo Highway: ritorno di fiamma per il nucleo storico della line-up ed ecco pronto questo “Pervert County”, tre tracce scoppiettanti e di buona fattura, che hanno in più il pregio di mostrare i Nostri in una veste rinnovata che gli calza a pennello. In poche parole? Più Zeppelin, meno Purple, per farla breve. Via un po’ di quelle variazioni dal sapore epico che portano la firma dello storico Mark III, dentro un po’ di melodie fresche e svecchiate dalla pomposità in cui, bene o male, si scade sempre quando le tue stelle polari rispondono ai nomi di Blackmore e Lord. Diciamolo: nonostante i miei gusti si rivolgano primariamente ai Purple piuttosto che alla premiata ditta Page/Plant, sono questi ultimi i veri immortali, i custodi del martello degli Dei, eccetera eccetera, e dunque appare quanto mai azzeccata la scelta del quintetto ferrarese di volgere la prua verso gli autori di “Houses Of The Holy”. Ovviamente, prendete i miei rimandi sempre con le dovute pinze, poiché quella che si respira su “Pervert County” è tutt’altro che aria di plagio, quanto piuttosto di ispirazione e ricostruzione secondo canoni che non esito a definire “moderni” (moderni, non contemporanei… non esageriamo, eh!) e che collocano pienamente i Voodoo Highway su quella strada verso la maturazione che auspicavo in occasione della recensione del precedente “Showdown”. Sono dunque le calde evoluzioni (cinefili, a bada!) di Plant e Coverdale a farla da padrone sull’opener “NY Dancer”, e anche la chitarra di Matteo Bizzarri si colora di sonorità sleazy, quasi vicine alla scuola losangelina; quasi a fare da contraltare, “Tears Of A Brand New Sea” è invece la track più vicina al sound originario della band, con i suoi richiami ad un riffing più spiccatamente hard rock. Brano di punta è sicuramente “Grace Of The Lord” (anche singolo e video) che vede i Voodoo Highway cimentarsi in un sound fresco e diretto, quasi reminiscente dei Wolfmother ma con una punta di “desertico” che non guasta mai. Bene, non ci resta che sperare che a questi tre pezzi faccia seguito un full length, in modo da poter apprezzare appieno la nuova veste di Cavallini e soci. E a proposito di reunion, chissà se sentiremo mai parlare di un comeback EP dei Guns N’ Roses, magari con il gatto di Axl in copertina…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

Contact
www.facebook.com/WhoDoHighway
:: Voodoo Highway - Showdown - (Dust On The Tracks Records - 2013)
Settimana dedicata al retro-rock, nella quale non potevano assolutamente mancare i campioni italiani del Deep Purple sound, i ferraresi Voodoo Highway. Il secondo album è sempre un obiettivo importante per un gruppo: non ci si può più giocare l’effetto sorpresa tipico delle “band rivelazione”, e gli occhi di pubblico e critica sono concentrati a verificare se la band in questione è riuscita a bissare il risultato ottenuto con il debut, si è pedissequamente attenuta al copione, o magari è scesa sotto il livello precedentemente dimostrato. E sì che anche su questa rivista si mettono voti, ma se c’è una cosa che vorrei evitare è l’intento didascalico tipico di certa critica, preferendo concentrarmi sulla musica, un fattore sicuramente più importante di qualsivoglia considerazione di merito. Ebbene, se da un lato “Showdown” non gode più del famigerato effetto sorpresa, e per la verità perde di immediatezza rispetto al predecessore “Broken Uncle’s Inn”, dall’altro si può in compenso cominciare a parlare di personalità anche per i Voodoo Highway, proprio là dove questa caratteristica era stata sacrificata sull’altare dell’omaggio ai grandi. Chi ne beneficia? Sicuramente Matteo Bizzarri, il cui guitar style è finalmente libero dalle strette maglie imposte dalla tradizione del Man In Black, riuscendo ad esprimersi in maniera sicuramente più personale e, perché no, più fluida. Gli effetti benefici qui citati sono evidenti sin dall’opener “This is Rock\'n\'Roll, Wankers!” per giungere a “Midnight Hour”. “Fly to the Rising Sun” beneficia delle atmosfere aperte figlie di certi anni ’70 e perché no, anche di un certo loud rock americano di matrice novantiana, mentre “Could You Love Me” e “Cold White Love” esplorano l’AOR, facendolo sempre con i dovuti piedi per terra (albionica) e senza mai sconfinare nell’airplay sound a stelle e strisce. In generale, si respira un’atmosfera di passaggio, un po’ come quella dei gloriosi primi dischi dei Whitesnake o dei Def Leppard: l’anticamera per lo sconfinamento d’Oltreoceano o solo una parentesi per poi tornare sui più rassicuranti (per i “critici”, non per il pubblico) lidi europei? Certo è che questa “nuova” veste non sta affatto male alla band, e anzi rappresenta un punto a favore per la performance del singer, troppo spesso in passato sacrificata nella rigorosa ricerca dei virtuosismi tipici dei padri putativi. Anche per lui una dimensione più personale, dunque, sebbene personalmente avrei preferito un maggiore spazio alle parti strumentali, proprio laddove alcune linee vocali non sono del tutto irresistibili: è il caso della funambolica “A Spark From The Sacred Fire”, nella cui seconda parte peraltro emerge una roboante sezione ritmica che troppo spesso era stata altrove asservita al rispetto della “forma canzone”. Resta da citare l’apporto di Alessandro Duò, che marchia a fuoco in due maniere differenti “Mountain High” e “Prince Of Moonlight”, conferendo maestosità alla prima e atmosfere soffuse e “danzerecce” alla seconda. Dunque più che una conferma appiattita sulle coordinate del precedente, “Showdown” è un disco interlocutorio che getta le basi per un’evoluzione i cui termini sono probabilmente sconosciuti alla stessa band; se vogliamo, ne è metafora un po’ irriverente la splendida copertina di scuola Hipgnosis, realizzata dal compianto Storm Thorgerson. Parafrasando il loro comunicato stampa, l’unica certezza è che la carica live di questi cinque diavoli scatenati è rimasta invariata nel tempo. E scusate se è poco…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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