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Reviews - Verbal
:: Verbal - Verbal - (Neverlab - 2012)
L’audace sperimentazione del suono dei “Verbal” va oltre il sovradosaggio di emozioni spinte all’esasperazione, va oltre ogni urgenza creativa e non è mosso da autobiografici intimismi, il loro debut album, omonimo, è pura ‘fusione’, dal post –rock al funk al math- rock , i Verbal scompongono e ricompongono sezioni ritmiche con la precisione matematica di un chirurgo, raccontano sei storie (per sei che sono le tracce nel disco) con la meticolosità di un regista, oltre ogni schema creano atmosfere surreali in grado di sollevarti dal pavimento fino a portarti a vedere il mondo dall’alto. Un’opera prima come non se ne sentono molte, un disco sicuro e intraprendente che mi porta indietro di un ventennio a quell’experimental rock difficile da comprendere, complicato e sofisticato, un genere di nicchia, sapientemente fuso con il noise in trans (mi perdonerete il gioco di parole) che rende ognuna delle sei tracce unica e inquitante. Poco importa sapere chi sia “Double D Marvin”, personaggio controverso e misterioso della track n°1 in cui i Verbal come bravissimi prestigiatori giocano a confonderci con suoni capionati e suoni reali sino a non saperli più distinguere. Come non rimanere affascinati ascoltando “Kaspar Hauser” (traccia n°2) e la sua triste storia, quella di un uomo alla ricerca della memoria perduta che ripete all’infinito l’unica frase che ricorda, arpeggi mistici, atmosfera fumosa e acida, il pezzo più bello e riuscito dei Verbal, due chitarre, basso, batteria e tastiere alle prese con giri vorticosi e tormentati. “Coronado” (traccia n°3) ti permette di viaggiare a lungo raggio tra le terre lente e calde del Nuovo Messico, a guradare all’orizzonte con la luce di un tramonto che è lo stesso da secoli, un pezzo composto come un puzzle, un incastro di generi e umori, il tutto sempre strumentale, anche se si ha come l’impressione di ascoltare un racconto… Le tre storie nella seconda parte del disco raccontano altri vissuti, è la volta di “Orwell”, lo scrittore, di cui i Verbal ne hanno campionato la voce rendendo questo pezzo ancestrale e modernissimo allo stesso tempo. Tutta la tristezza e la malinconia di un clown in continua lotta interiore con la sua maschera comica è espressa dai Verbal in “Benny Hill (Hates Sports), ancora voci campionate ancora post-rock, ancora avanguardia, un geniale coktail di originalità di questa band che conclude l’album con “Kobayashi”,un comune cognome, ce n’è uno in ogni capitolo di storia di questo pazzo mondo, note controverse, frammenti di memorie e melodie come al solito suggestive. Un disco pregiato e pregevole, sono affascinata..
Voto: 8.5/10
sara centaro

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www.neverlab.it
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