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Reviews - Union Drama
:: Union Drama - Union Drama - (Alka Record Label - 2015)
Non so perché, nell’osservare il cd degli Union Drama la prima cosa che mi ha colpito è il fatto – assolutamente casuale, immagino – che nel monicker della band convivessero due titoli di altrettanti album degli Yes. Se aggiungiamo il fatto che l’artwork di copertina richiama (un po’ alla lontana, per la verità) quelli di “Going For The One” e “90125” della band britannica, dovremmo essere davvero strabiliati dalle coincidenze… o è tutto frutto della mia immaginazione? L’unica connessione possibile in una realtà che rema unita contro le mie illazioni è il comune decennio di riferimento, per gli Union Drama a livello ideale e per gli Yes a livello contingente, dato che tutti i dischi da me citati uscivano negli anni ‘80, senza essere peraltro immuni dal comune sentire dell’epoca. Ho detto anni ‘80? Certo, ma ho aggiunto l’appellativo “ideale”, perché gli Union Drama (sì, finalmente parliamo di loro) suonano sì un elettro-pop dalle sfaccettature plastiche e dall’appeal un po’ digitale un po’ new romantic, senza però che la passione per certe sonorità faccia pensare ad una riproposizione pedissequa di modelli ben noti. Per la verità, gli Union Drama sono una band relativamente giovane i cui intenti sono tuttavia ben chiari e definiti, così come chiara e matura è la direzione musicale intrapresa, con un occhio all’elettronica e uno a quelle melodie tipicamente britanniche che travalicano le classificazioni meramente “decennali” e tracciano un filo rosso che collega gli Small Faces, i Japan, i Blur e chi più ne ha più ne metta. Una sintesi irriverente? Resteremmo in tema, perché irriverente è la proposta musicale dei romani (lungi da loro il gesso e la compostezza di chi opera in maniera seriosa nel settore), sottolineata in più punti dai sintetizzatori di Francesco Cavasinni e dalle vocals essenziali del cantante/chitarrista Valerio Matteu. Non potrebbe essere altrimenti, in un campo battuto a vario titolo persino dai Decibel di Enrico Ruggeri (nel secondo disco “Vivo da re”), di cui un brano come “Mart Asylum” costituisce un forte richiamo. Citazioni a parte, le dieci tracce incluse in questo debut omonimo hanno la caratteristica di uscire dal “già sentito” e di non risultare eccessivamente autoindulgenti, proponendo soluzioni efficaci e di sicura presa come “If I Were Richer” e il suo mood da inno generazionale, il secco minimalismo alla White Stripes dell’opener “Aristocratic Ego”, il rarefatto appeal radio-friendly del singolo “Play Yer Pink Sea” e le barocche variazioni da maggiore a minore di “Europid”. Ciò che resta è un disco bello e da scoprire continuamente – non cito tutte le tracce per non risultare pleonastico – che dimostra ancora una volta l’acume dell’Alka per le sonorità fresche e dirompenti, indipendentemente dal genere di appartenenza.
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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