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Reviews - Unexpect
:: Unexpect - Fables Of The Sleepless Empire - (Autoprodotto – 2011)
Aaah, i tempi dell’università… ricordo ancora quando il mio coinquilino sudava duramente sui manuali di diritto con “Awake” in sottofondo e io mi chiedevo come facesse a sostenere insieme la lettura e la richiesta di attenzione che Portnoy e soci avanzavano ad ogni singola nota. “Questione di abitudine”, mi rispose lui. Certo, per uno come me, abituato ad affrontare il dovere quotidiano a suon di Saxon e Ronnie James Dio (con sommo disappunto del prog-metaller di cui sopra), queste parole suonavano quanto mai aliene. E pensare che all’epoca l’ultima frontiera delle partiture arzigogolate (al limite dell’ascoltabilità) era rappresentata dai Sieges Even: è evidente, Mike Patton era ancora saldamente in seno ai Faith No More, e non aveva ancora dato il via a quell’esplosione di supernova che sono i suoi duemila progetti tra cui, ne sono certo, sarà presto inclusa un’orchestra ruttofonica. Mettendo da parte per quanto possibile i vecchi ricordi e gli eroi della gioventù, veniamo a questo sestetto canadese che si definisce, con gran copia di aggettivi, “Avant-Garde Experimental Prog/Metal”. Certo, ognuna delle etichette calza a pennello nella descrizione degli Unexpect, che miscelano gli elementi presentati in maniera schizzata e geniale al tempo stesso.
Alle prime note di “Unsolved Ideas Of A Distorted Guest” sembra di essere dinanzi ad un’emula di Anneke van Giersbergen e dei The Gathering più intimisti, ma è un’impressione che va immediatamente integrata dalla presa di coscienza di aver dinanzi un combo che riscrive in maniera personalissima il concetto di “zappiano” in questi novelli Anni Dieci.
Suggestioni prog, lirismo teatrale e sfuriate death/black fanno la loro comparsa come attori di una pièce contemporanea nel corso delle undici tracce che compongono “Fables Of The Sleepless Empire”. Un po’ come se in un incubo di Tim Burton facesse capolino la melodia delle laccate produzioni Disney, subito lacerata dall’apparizione di Dani Filth. Sì, lo so, detta così sembra la descrizione del video di “Nightmare” dei Venom, ma non temete: lungi dall’indugiare in barocchismi, gli Unexpect raggiungono estremità prog e il termine, per quanto possa essere esaustivo in ambito metal, risulta addirittura riduttivo nell’economia generale del sound della band. Tempi spezzati e tecnica sopraffina dunque, ma anche un’attenzione alle atmosfere e un intento descrittivo che è difficile da riscontrare nell’ultimo ventennio di evoluzione del genere in questione.
Il cipiglio declamatorio della singer raggiunge ottimi livelli in occasione di “Orange Vigilantes”, tra cori e inserti strumentali di vario genere, che richiamano addirittura quanto proposto dai Liquid Tension Experiment. Non a caso i canadesi sono stati incensati dal buon Portnoy in persona, che li ha voluti con sé nelle date europee del Progressive Nation Tour, che vedeva in scaletta Dream Theater e Opeth. Tra le tracce, spiccano il ritmo ossessivo di “Mechanical Phoenix”, riproposizione in chiave estrema del prog/rock di matrice anglo-italiana, “The Quantum Symphony”, con le sue sfuriate sulla falsariga dei System of a Down, il riff di chitarra diretto ed efficace in stile Megadeth di “Unfed Pendulum”, che conferisce finalmente all’ascoltatore quel respiro che di certo non è la caratteristica primaria di “Fables Of The Sleepless Empire”, e la bohemien “Silence this parasite”, con le sue interessanti alternanze tra violino e growl. “A fading stance” richiama i fantasmi di Anneke, solo per evidenziare la carica espressiva della singer Leïlindel, mentre “Until yet a few more deaths do us part” è la folle coda che chiude il tutto, proprio come in un caleidoscopico concept. Senza dubbio, al termine dell’ascolto anche il termine “metal” è ridisegnato, messo in discussione, piacevolmente celato e libero da troppa ortodossia. Ah, dimenticavo… assolutamente vietato ai vostri figli durante le ore di studio!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

Contact:
www.unexpect.com
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