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Reviews - Triptykon
:: Triptykon - Eparistera Daimones - (Prowling Death Records - 2010)
Questo disco prende il titolo da una citazione tratta dagli scritti di Crowley espressa in greco classico, “alla mia sinistra, i demoni”. E’ il primo lavoro dell’entità neonata di nome Triptykon, ovvero la terza incarnazione dell’oscura dimensione musicale a firma Thomas Gabriel Fischer, dopo i venomiani esordi con Hellhammer e il successivo percorso (purtroppo finito in maniera catarticamente autodistruttiva) dei Celtic Frost. Questo se escludiamo le recenti ed attuali diverse collaborazioni con le “nuove” leve del black nordeuropeo e il lavoro “eretico” fatto anni fa con gli Apollyon Sun, all’indomani della prima morte della band di “To Mega Therion”.
Ed esattamente come con quel disco, H.R. Giger presta di nuovo una sua opera per la copertina, “Vlad Tepes”, realizzata nel 1978, dopo 17 anni in cui non aveva rilasciato alcun permesso di usare i suoi quadri per questo scopo.
Il disco è il risultato del lavoro di Warrior coadiuvato dall’inserimento di tre giovani e talentuosi musicisti alla batteria, basso e seconda chitarra (Norman Lonhard, Vanja Slaj e Vic Santura). Ed è questo risultato che fa avvertire la differenza con quanto proposto su “Monotheist”.
Eparistera Daimones infatti presenta tutti i tratti dello stato evolutivo raggiunto da questa proteica entità, vale a dire una pesantezza estrema nei suoni mista a un modo di cantare e strutturare le canzoni molto più libero (a mio avviso) che in passato. Riffs catacombali, pesanti, raggelanti, tempestosi, accelerazioni e rallentamenti improvvisi, arpeggi ipnotici e crepuscolari, voce baritonale, salmodiante, sofferta o indemoniata, inserti improvvisi di soffici linee vocali femminili unite ad archi e voce femminile, ovviamente mai banale.
Il disco dura un’ora e quaranta minuti, snodandosi attraverso nove brani di altissimo livello, come è logico aspettarsi dall’artista svizzero, ora più che mai “maledetto” nella sua ricerca musicale. Si tratta di un Tom Warrior che sta vivendo una terza giovinezza, che ha ritrovato il feeling giusto per creare, comporre e portare avanti un discorso musicale che definire post-black metal è estremamente riduttivo. Purtroppo è estremamente disagevole voler cercare di descrivere tutte le singole tracce in maniera strettamente musicale. Come se non bastasse, ad ancorare l’innovazione alla tradizione, il disco si conclude con l’isterico e disturbante feedback di chitarra al quale eravamo abituati già da pezzi come Ain Elohim o, indietro nel tempo, Suicidal Winds.
Concludendo, questo è un lavoro epocale non solo nell’ottica della formazione svizzera, ed è pertanto indubbiamente destinato ad avere un impatto sulla scena della musica estrema e oscura paragonabile a quello di precedenti capolavori come Morbid Tales o Into The Pandemonium. Se fosse stato il contrario, “Eparistera Daimones” non sarebbe mai stato pubblicato.
Wolvie

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www.myspace.com/triptykonofficial
:: Triptykon - Melana Chasmata - (Prowling Death Records/Century Media Records - 2014)
Ci sono band che hanno fatto della propria musica un mestiere. Nei loro primi anni hanno ascoltato, mischiato, sperimentato, provato, azzeccato e sbagliato fino all‘elaborazione del proprio sound, e poi più o meno tale lo hanno riproposto fino alla “fine” della propria carriera, con grande convizione e dando sempre una “formalistica” certezza ai loro fan. Nel caso di altre, il sound di base è rimasto lo stesso degli esordi, mentre ad evolversi negli anni, cambiare, aggiornarsi e mutare è stata la maniera di esprimere di questo sound “originale”. E quando l’imperativo diventa quindi reinventarsi sempre, creare invece di copiare, guidare invece di seguire, un mestiere viene per forza di cose trasformato in un’arte; nel caso dei fan dei Celtic Frost, l’unica certezza su cui contare è stata la morte (e la rinascita).
È la terza volta che Tom G. Fischer da’ un titolo in greco antico a un album (“Melana Chasmata”, letteralmente “abisso nero”) e che per firmarne la copertina invoca al contempo la presenza di H. R. Giger, sicuramente l’unico artista in grado di poter essere all’altezza del compito di fornire un artwork unico per un disco unico, e la cui recentissima scomparsa a 74 anni contribuisce a rendere ancora più unico (sulla pagina facebook della band è subito stato pubblicato un adeguato tributo al grande pittore “neosurrealista” svizzero). Ed è la terza volta che il risultato complessivo raggiunge e supera ogni aspettativa.

Mentre “Monotheist” era inequivocabilmente ancora un album dei Celtic Frost, ed “Eparistera Daimones” ha rappresentato invece un vero e proprio nuovo inizio, “Melana Chasmata” (anche grazie all’apporto contributivo degli altri giovani musicisti) attesta l’ulteriore continuazione di quel cammino. È impossibile analizzare in poche righe, nel dettaglio, i brani dell\\\\\\\'album, quindi cercherò di dare le mie impressioni sul risultato globale: questo disco è davvero una discesa in un abisso nero come la pece, con i tempi che rallentano, il sound che si appesantisce e con le atmosfere che si fanno sempre più plumbee ed oscure (ma di una oscurità, a tratti, paradossalmente “soffice”) man mano che si procede nell’ascolto. È davvero un lungo percorso (articolato in 9 brani per quasi 68 minuti di musica) che va giù, verso una summa ideale degli inferni più freddi, oscuri e profondi della mitologia “occidentale”... una Gehenna con le fiamme ghiacciate, un Helheim esistenzialista e introspettivo, un Ade spaventosamente tellurico, un Limbo dantesco abitato da strani ed inquietanti personaggi. Un percorso fatto di aperture melodiche dalla potente carica malinconica, mid tempo aggressivi e demoniaci, rallentamenti megalitici e assurdamente pesanti, rumorismi “extraterreni”, dissonanze spiazzanti, accordi dalle sonorità lasciate a “decadere” e decomporsi su tempi funebri, arpeggi di una desolante semplicità e la voce narrante, esplosiva e raggelante di Tom Warrior alternata a quella di altri “testimoni” di questa discesa (sia gli altri componenti dell’ensemble elvetico che collaboratori esterni al progetto finale) che interpreta dei testi ermetici, simbolisti, semanticamente essenziali nell’imprimere nell’animo dell’ascoltatore le sue personali sensazioni ed emozioni rispetto al tema della canzone, esplicitamente riportate da lui stesso nel booklet, a complemento di ogni testo.
In conclusione, un disco che mantiene il sound originario di quanto fatto in trent’anni di metal estremo, e lo porta in una dimensione ancora più estrema, oscura, e ora più che mai oltre il “punto di non ritorno”; in altre parole, un ennesimo lavoro destinato a durare nel tempo.
Da avere, assolutamente.
Wolvie

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