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Reviews - Thee Mutandas
:: Thee Mutandas - Son of a bitch - (Resisto - 2012)
Ed eccoci a recensire i Thee Mutandas, duo ferrarese con la passione del lo-fi e il cipiglio minimal, fuori con un bel dischetto di tredici tracce, “Son of a bitch”. Come? Si deve essere almeno in tre per fare una band? Teorie superate da tempo, e i due Mutandas ne sanno qualcosa… eh sì, perché il muro di suono creato da John Jameson alla chitarra e James Johnson alla batteria (le parti vocali sono condivise) non ha nulla da invidiare a formazioni più “affollate”, a testimonianza del principio per cui sono le idee a costituire l’elemento primario di un progetto musicale, non certo i fronzoli di corollario. Disquisizioni sui massimi sistemi a parte, la opener “1 2 3 4” mette subito in chiaro le solide fondamenta punk della band, con un blasone di matrice Dead Kennedys/Germs che rappresenta un pilastro ben più solido del modernismo tout court di cui si fregiano solitamente i progetti di questo genere. Una track veloce e “in your face”, tra le migliori del lotto. È poi la volta del mid tempo selvaggio “Asganaway” – in cui il minimalismo testuale diventa quasi un tributo all’Alberto Sordi di “Un americano a Roma”. Per il resto, il disco ci riserva non pochi elementi di spicco, quasi a volerci ricordare che la qualità non è solo sinonimo di tecnica e grandi produzioni, ma viaggia su binari anche distinti dai suddetti elementi. E allora come non citare le bordate e stacchi secchi con cantato in puro stile anni ’90 di “I’m not stupid”, il tipico stile Washington DC di “Burning my head” (una track che vedrei bene in un sampler della Touch & Go), e l’acidissimo e tuttavia efficace arpeggio di “I die today”? Se “I don’t like you” strizza l’occhio al revival del beat sessantiano, in “My girlfriend” il lo-fi di matrice statunitense assume connotati spiccatamente californiani, e se è vero che i Thee Mutandas “si credono talmente fighi da andare in giro senza braghe”, in questo caso le braghe larghe ci sono eccome, e richiamano un po’ l’abbigliamento di fortuna di Travolta e Jackson, nell’epocale scena di Pulp Fiction in cui sono sbeffeggiati da Keitel. Molto easy, insomma. In sostanza, siamo dinanzi ad un progetto di spessore, in cui l’intento minimal, sia musicale che testuale, si unisce ad una verve punk molto più dirompente della maggioranza delle band del settore, sia post che punk. Ascoltate “Tokio fuck you” e “Chicken in the kitchen”, se non credete alle mie parole. Oppure il refrain ostinato della title track, avendo cura di non farlo in una mattinata post sbronza. Non si sa mai…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

Contact:
www.facebook.com/TheeMutandas
www.resistodistribuzione.jimdo.com
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