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Reviews - The Mission
:: The Mission - Another Fall From Grace - (Eyes Wide Shut Recordings/SPV - 2016)
Nuovo capitolo a firma The Mission, ed eccoci pronti a parlarne e a farci ammaliare dalle nuove storie maledette narrate da Wayne Hussey. Per questo lavoro, il bardo britannico del gothic rock si accompagna ad ospiti di lusso del calibro di Ville Valo o Martin Gore, marcando ancor più l’atmosfera da “grandi occasioni” che si respira sin dalle note biografiche: eh sì, perché il Nostro descrive “Another Fall From Grace” come il famigerato anello mancante tra lo storico “First And Last And Always” dei Sisters Of Mercy e “God’s Own Medicine”, il debut degli stessi The Mission. Due dischi mica da niente, insomma, e (ma come dubitarne) “Another Fall From Grace” si mostra immediatamente all’altezza delle aspettative. Diciamolo subito, però: dal punto di vista meramente compositivo, l’album fa registrare una lieve involuzione rispetto agli standard a cui il quartetto ci aveva abituato di recente, e probabilmente le motivazioni vanno cercate in quella dichiarazione d’intenti succitata. In effetti, da un lato, Hussey e soci si attestano su coordinate più intimiste, abbandonando quel rock a tratti caciarone (ma irresistibile) del precedente “The Brightest Light”, dall’altro tentano di recuperare un po’ del passato remoto (appunto), con i polsi che tremano su “Tyranny of Secrets” e sul suo arpeggio malefico (memore dei fasti di “Walk Away”, e scusate se è poco). Il mood del disco è evidente sin dalla title track in apertura, con il suo passo costante interrotto solo dal break goticheggiante che si pone in diretto contrasto con il crescendo sornione che aveva caratterizzato la precedente “Black Cat Bone”. Può suonare come un esercizio sterile mettere a confronto anche il singolo “Met-Amor-Phosis” con “Everything But The Squeal”, ma è un’operazione che rappresenta la chiave stessa di questo disco: più “triste”, più ragionato (l’argomento kafkiano aiuta, in effetti), con un recupero di determinate sonorità che farebbe invidia a vagonate di concorrenza e che lascia l’adepto Ville Valo (qui presente come backing vocalist) in sicura ammirazione dei suoi Maestri. Non resta molto da dire: le chitarre di “Never’s Longer Than Forever” hanno l’effetto straniante di ricordare “Blaze Of Glory” di Jon Bon Jovi (lo diceva qualcuno che “dark” e “west” sono parole che stanno bene insieme, e d’altronde tutta l’iconografia del gothic rock riprende un po’ quella della Frontiera americana), con un solenne coro simil gospel in chiusura che fa il resto. D’altronde, solitudine ed esilio sono due temi ricorrenti nelle orchestrazioni di “Another Fall From Grace”, con i cori da manuale presenti su “Within the Deepest Darkness (Fearful)” e con l’assolo di chitarra che irrompe su “Jade” che ha l’effetto della stazione di servizio nel deserto. Chiusura affidata alle atmosfere rarefatte disegnate dagli arpeggi di “Only You and You Alone” (con Martin Gore) fino al finale da trance trip-hop di “Phantom Pain”, con dei fiati che sembrano usciti dal peggior incubo transalpino di una band della LADLO, posti lì a sottolineare l’ultima occasione declamatoria di Wayne Hussey. Almeno, fino al prossimo capitolo a firma The Mission.
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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:: The Mission - Dum Dum Bullet - (Oblivion/SPV – 2010)
The Mission (o The Mission UK, per gli americani) sono una creatura ben nota negli ambienti della dark/wave. Fondati nell’86 per volontà del singer Wayne Hussey, già chitarrista nei seminali The Sisters of Mercy di “First and Last and Always”, vantano una discografia di tutto rispetto, con ben 10 album in studio e uno status di cult band presso gli aficionados del genere. È proprio a questi ultimi che i Mission si rivolgono con l’uscita di “Dum Dum Bullet”, una collezione di outtakes, B-sides e versioni alternative, per lo più tratte dalle sessioni di registrazione del loro ultimo album in studio “God is a Bullet”. Il sound della band è ora una miscela multiforme di pop con reminiscenze di quel gothic che si fece strada negli anni ’80, il che rende la proposta molto fruibile a livello commerciale senza dimenticare il caratteristico mood degli esordi. Spicca tra le varie componenti la voce di Hussey, la cui timbrica è molto simile a quella di Bono degli U2, come è ben evidente in “Room 22” e nell’incantevole “Chelsea Blue”. Degne di nota tra le tracce inedite sono anche “Katya’s Lullaby”, una sorta di tributo a sonorità molto europee e cinematografiche sulla falsariga di quanto già fatto dai Blonde Redhead in altri ambiti musicali, e “Stranger in a Foreign Land”, dal riconoscibilissimo mood floydiano. Vale la pena di soffermarsi anche sulle atmosfere soffuse e synth-pop create da “Blush Remodel”, e sull’incedere catchy e guitar-oriented di “Refugee”, a vessillo delle due anime di una band multiforme e con tanto da dire. Consigliato ai fans, ma anche a chi voglia affacciarsi per la prima volta sull’affascinante tradizione goth britannica, o meglio sulla sua incarnazione più moderna.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: The Mission - The Brightest Light - (Oblivion/SPV - 2013)
Certe cose non le capirò mai. Una di queste è il perché i The Mission non vengano mai annoverati tra i grandi del rock. Riassumiamo: una carriera che dura dal 1986, il traguardo dei tredici album raggiunto con il presente “The Brightest Light” e un passato remoto che vede il leader
Wayne Hussey militare nello storico act gothic rock The Sisters Of Mercy. Non basta? Un sound vero, inglese fino al midollo, roba che neanche titoloni altisonanti come “British Lion” potranno mai eguagliare. Insomma, per me dovrebbero stare sullo stesso scranno occupato attualmente da U2 (che sono irlandesi ma fa lo stesso…), The Police, dagli scozzesi Simple Minds o da chi volete voi: ovunque, ma incastonati finalmente nella storia della musica delle Isole Britanniche. Sarà per il peso del passato goth, che porta ai critici di nicchia come me l’acquolina in bocca allo stesso modo in cui fa storcere il naso ai puristi del rock classico? Ecco, è proprio questo il punto: avevamo lasciato la creatura di Hussey alle prese con le atmosfere eteree di “God Is A Bullet” e “Dum Dum Bullet” (uno dei migliori dischi del 2010, nonostante fosse solo una raccolta di outtakes) e ora rieccola con “The Brightest Light”, il disco rock definitivo. Non è solo fuffa da note promozionali, anzi. Per me questo disco è la perfetta incarnazione di quanto il rock dovrebbe essere: fisico, tagliente, caleidoscopico, senza tempo. Vi sfido a cercare una decade precisa di riferimento (ovviamente all’interno delle ultime tre) nel sound dei The Mission versione 2013: fatica sprecata. Una classe e una qualità che solo il tanto vituperato passato dark può portare con sé, nel doppiofondo del bagaglio musicale. Superato lo split di qualche anno fa, e tornati per l’occasione Craig Adams al basso e Simon Hinkler alla chitarra, il quartetto (completato da Mike Kelly alla batteria) sforna undici tracce che sono altrettante frecce dritte al bersaglio: un discorso che vale per la cadenzata e anthemica opener “Black Cat Bone”, così come per il rock/blues velato di noir di “Born Under A Good Sign” (che strano ottimismo…) e per il bizzarro incontro tra U2 e southern rock che emerge dalle note di “When The Trap Clicks Shut Behind”. “Ain’t No Prayer In The Bible Can” arriva a lambire lo stile di Johnny Cash, e anche se “Everything But The Squeal” ricorda addirittura i nostrani Litfiba (nella versione più pacchiana), sullo stesso versante abbiamo l’incedere scanzonato di “Just Another Pawn In Your Game”, oppure le atmosfere quasi zeppeliniane di “From The Oyster Comes The Pearl”. E ancora, il combo ci riserva l’ennesima perla in chiusura, una “Litany For The Faithful” che ha qualcosa dei Metallica meno integralisti nella sua capacità di unire l’asprezza del country e l’irruenza del western style. Sarà per le atmosfere elettroacustiche ben miscelate, sarà per la mia passione per queste melodie “autunnali” e un po’ malinconiche, ma mi sento di accostare “The Brightest Light” ad un altro bel disco “di genere”, qual è “Euphoria Morning” di Chris Cornell. Comunque sia, mi è piaciuto, e al pari del predecessore, resterà a lungo nella mia playlist. Buon ascolto anche a voi!
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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