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Reviews - Testament
:: Testament - Dark Roots of Earth - (Nuclear Blast – 2012)
I Testament sono come i vecchi campioni del calcio: sanno gestirsi. Non hanno la smania da album, possono passare anche degli anni prima di piazzare un colpo, che poi è sempre vincente. Certo la sfiga ha avuto un proprio peso specifico nel prolungare l’attesa dei fan. Anche l’importanza del disco, oggi come oggi, è inferiore: prima dovevi piazzare dei singoli per andare in tour; oggi l’album serve solo per far parlare di te tra un concerto e l’altro. Fortunatamente Chuck e compagni sanno fare il proprio mestiere, quindi l’attesa non è stata vana. The Formation of Damnation è stato un buon album, anche se inferiore a The Gathering. Il nuovo Dark Roots of Earth, qualitativamente parlando, si pone a metà strada fra i due. Ciò che salta all’orecchio è una certa metallizione (da Metallica) del sound. Soprattutto alcune melodie vocali ricordano non poco quelle di Lars e soci, sia dei tempi belli che di quelli brutti. Ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo “Black Roots Of The Earth”, “Native Blood”, “True American Hate” e “Rise Up”, ed hanno un bel tiro. Non so quanti di questi supereranno la prova del tempo e saranno riproposti tra un paio d’anni, però oggi fanno la loro sporca figura. La formazione attuale della band americana è la migliore di sempre, logico aspettarsi qualcosina di più, però se lo paragoniamo alle porcherie che spacciano oggi per metallo… possiamo essere più che soddisfatti. E lo dice uno che appena vista la copertina (anonima, poteva essere usata da chiunque: per esempio dai Blind Guardian) e la produzione un po’ troppo moderna, aveva storto il naso. Ma tant’è: DROE è qui a dimostrarmi quanto io capisca poco di musica. Accatatavil! Magari in versione limitata, quella con la cinta.
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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:: Testament - First Strike Still Deadly - (Spitfire Records - 2001)
Prima o poi doveva arrivare il momento di recensire qualcosa dei Testament e puntualmente l’occasione mi è stata data da questo FIRST STRIKE STILL DEADLY, che non è proprio un nuovo disco dei sopravvissuti della celeberrima Bay Area, bensì trattasi di una riproposizione di brani estratti dai primi due albums, ossia The Legacy e The New Order.
Tali brani, che già nella loro versione originale “minacciavano” e non poco l’ascoltatore per il furioso impeto, oggi, grazie anche a due grandi esperti del settore come Michael Rosen ed Andy Sneap, possono usufruire di una produzione resa più “massiccia”, ed un mixaggio più professionale, risultato delle nuove tecnologie.
Comunque il fattore che a mio giudizio impreziosisce questo disco, è rappresentato da una line-up stupefacente, che nessuno mai si sarebbe al limite immaginato. Infatti lo storico chitarrista Eric Peterson è affiancato in questa occasione da illustri ex, che rispondono ai nomi di John Tempesta o l’axe-man indimenticato Alex Skolnick oppure, incredibile ma vero, Steve “Zetro” Sousa (primissimo singer dei pre-Testament, i Legacy, prima che questi approdasse nei Exodus), trasformando FIRST STRIKE STILL DEADLY in un happening letale.
Undici i brani contenuti, tutti rigorosamente risuonati, e menzionare qualche titolo sarebbe estremamente limitativo. Piuttosto confido in un acquisto ad occhi chiusi da parte degli appassionati del thrash, quello buono.
Good luck, Chuck!!!

R
:: Testament - The Formation Of Damnation - (Nuclear Blast - 2008)
Ci siamo, dopo 9 lunghissimi anni di distanza dal fenomenale “The Gathering”, i fenomenali Testament sono tornati per farci pogare con questo freschissimo “The Formation Of Damnation”. In questo lasso di tempo, ricordiamoci, Chuck Billy ha dapprima sconfitto il cancro, dopodiché la band ha saturato il mercato con una serie di 4 tra raccolte e live, a parere di chi scrive veramente superflui, ma soprattutto ha intrapreso una lunghissima serie di tour. Le scalette dei concerti oramai erano diventate prevedibili e stantie, per cui immaginatevi la sorpresa del sottoscritto quando lo scorso luglio, in quel di Rieden, all’Earthshaker Fest, i Testament annunciarono la prossima pubblicazione di un album d’inediti ed eseguirono dal vivo “More Than Meets The Eye”. L’attesa si è ora finalmente conclusa e si può affermare senza ombra di dubbio che tutte le aspettative dei fan verranno pienamente soddisfatte da “The Formation Of Damnation”. Ma procediamo con ordine: innanzitutto la formazione, già di per sé sinonimo di qualità. Rispetto al precedente “The Gathering” sono rimasti sono le colonne portanti Chuck Billy ed Eric Peterson, mentre a basso e seconda chitarra si assiste ai ritorni dei membri storici Greg Christian ed Alex Skolnick, che vanno a prendere il posto di Steve Di Giorgio e James Murphy. Dietro le pelli, infine, essendo Dave Lombardo rientrato negli Slayer, chi troviamo? Ovviamente Paul Bostaph. Musicalmente parlando, invece, si nota subito come Chuck Billy abbia quasi del tutto abbandonato l’impostazione vocale prettamente death delle ultime due uscite discografiche, per tornare a quello stile rauco e aggressivo che era stato il marchio di fabbrica dei Testament a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Dopo l’intro, il cd si apre con “More Than Meets The Eye”, un mid-tempo potente che mette subito in chiaro che i Testament sono tornati per spaccare, e che il loro thrash metal è di un livello qualitativo nettamente superiore a quello di qualsiasi nuova leva del genere, vedi Evile o i tronfi Trivium. Le vere perle si trovano però a metà dell’album, e rispondono ai nomi di “Dangers Of The Faithless” e “The Persecuted Won’t Forget”, due pezzi variegati, potenti come un bulldozer e con la coppia d’asce Peterson/Skolnick sugli scudi. “Afterlife” e “F.E.A.R.” invece spiccano dal lotto grazie alla maggior orecchiabilità dei ritornelli in stile Megadeth, e per via dei lunghi assoli. La chiusura spetta a “Leave Me Forever”, il brano più disomogeneo dell’album, in cui l’alternanza tra parti oscure, lenti e sussurrate, il tipico stile thrash modernista dei Soulfly lascia un po’ spiazzati. A mio parere si tratta di un esperimento non riuscito, che tuttavia non toglie alcun valore ad un disco tanto atteso, di cui sentivamo il bisogno e che finalmente è arrivato a placare la nostra tremenda sete di thrash metal.
Voto: 8/10
Marco Cramarossa

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:: Testament - Titans Of Creations - (Nuclear Blast - 2020)
Il nuovo album di una band come i Testament è sempre sinonimo di grande attenzione quasi viscerale per gli addetti ai lavori e non solo. Personalmente, considero questa nuova release come il nuovo lavoro dei Testament targati Steve Di Giorgio; certo, è chiaramente una all-star band, vista cotanta superba superiorità tecnica dei componenti. Dopo quattro anni dal precedente “Brotherhood of the Snake” arriva “Titans Of Creations”, con la sua favolosa copertina (un classico per i Testament) e il suo carico maestoso e traboccante di musica che però, a mio modesto parere, rientra nella più completa “normalità”. Vi è una sorta di cristallizzazione chirurgica dei Nostri, vivendo in una sorta di bolla del passato e cercando di prevedere il futuro. Letali rimangono i guitar riff di Eric Peterson, precisione assoluta per un Hoglan sugli scudi, superiorità da “starring” per un favoloso Steve Di Giorgio, mediante un Chuck Billy sempre in eterna contesa tra il vecchio cantato e i venti pesanti del death-growl, ma con un Alex Skolnick che sembra un Kirk Hammett svogliato, perché i suoi assoli sono belli sì ma non trascendentali tipo i primi album o il must “Practice What You Preach” (must? Quando penso a un must penso a “The New Order”, o al “Live at Eindhoven”, ndr). In questo album suonano e cantano talmente perfetti da sembrare un Bishop qualsiasi (Alien) o un Hall 9000, descrivendo sul pentagramma musicale una sequenza fredda, precisa, di robotico thrash moderno. Appena finito l’ascolto di “Titans Of Creations” mi rituffo nei loro album fino a “The Ritual”, scavalcando l’ondata death, con una breve pausa per onorare “The Gathering”, e sbattendo infine contro il muro sonoro freddo e asettico degli ultimi album. Quest’ultima loro fatica fa sembrare “Death Magnetic” un quasi capolavoro (contento Giovanni?) per dinamicità, per melodia thrash e…“ho detto tutto”. Passando nel dettaglio, si inizia con la scolastica “Children Of The Next Level” che potrebbe sembrare un’evoluzione di “Electric Crown”. “WW III” è una warsong che ha quel gusto alla Reign in Blood grazie anche ad una produzione secca, precisa, devastante, con un Di Giorgio magnifico. Una canzone tipicamente “alla Testament” è la successiva “Dream Deceiver”, molto catchy, con riff anni ’80 dove la melodia e la pesantezza la fanno da padrone. E poi c’è il singolo “Night Of The Witch”: lineare, normale, eccessivamente normale per un gruppo che ha fatto la Storia (infatti non ho mai digerito la kermesse dei Big Four). La migliore del lotto nel mio personalissimo (insisto nel dire personale) cartellino è “City of Angels”. Per favore non paragoniamo però questa semi-ballad alle varie “Musical Death”, “The Ballad”, “The Legacy”, “Return to Serenity”: quelli sono capolavori, invece questa song ha una ricetta dove il basso giostra fluttuante tra cori clean e velature growl, dove la melodia finalmente riconduce ad un lampo di originalità e dove il guitar hero Alex Skolnick ricama assoli con soffiate jazzistiche, finalmente degne del suo nome. Grazie alle porzioni funamboliche del bass player, la canzone “Ishtars Gate” risulta essere gustosa. Altra traccia con un livello di superiorità che fuoriesce dalla mediocrità dell’album è senza dubbio “Symptoms”, un mid tempo godimentoso che rimanda alle stratificazioni chitarristiche di “... And Justice For All”. Si torna a veleggiare nelle corde degli anni ’80 per “False Prophet” dentro una struttura convenzionale nella sua crudezza che stilisticamente ci porta alla fase “Low”: un vortice nervoso di marcia spasmodica con assoli pregevoli e devastanti. “The Healers” è old school che più non si può, miscela di thrash furioso ma controllato nella sua disamina descrittiva della lotta contro il cancro, eccellentemente vinta, di Chuck Billy. “Code Of Hammurabi” dà la sensazione dei Nile alla mercé del puro thrash. Intro di basso molto acido, riff ferali e secchi, assoli mediorientaleggianti. La successiva “Curse Of Osiris” è quasi una commistione tra un eccellente passato remoto, un discreto passato prossimo, un soddisfacente presente e di un futuro che è
un’ipotesi (vero Francesco? Ruggeri docet!). Ottima nella sua dinamicità, nella velocità esecutiva, potenza funambolica. Si chiude con ‘Catacombs’, un’outro atmosferica alla Manowar che poco a che a vedere con l’album. Una strumentale superflua, forse adatta allo sviluppo di una canzone che verrà ma che nella sua resa così in questo contesto non sa né di carne né di pesce. Potevano fare di più? Sicuramente. Potevano dare di più? Assolutamente (lo vedi? Ruggeri torna sempre, ndr). Un album con alcune impennate alla Testament ma che lascia l’amaro in bocca per le potenzialità lasciate in sala registrazione. Certo, vista la mediocrità e l’appiattimento odierno, non solo musicale, vista la necessità monetaria delle case discografiche, potrebbe risultare un album ottimo… Si può dare di più senza essere eroi, diceva una canzone… e tra il dire e il fare, per adesso, ci sono di mezzo i Testament.
Voto: 6,5/10
Daniele Mugnai

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