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Reviews - Tank
:: Tank - Still At War - (Metal Mind Prod. - 2008)
Se il rumore dei cingoli che preannunciava il ritorno del carrarmato era stato avvertito in Germania nell’agosto del 1998 sotto forma di concerti, la certezza che la guerra non era mai finita per Algy Ward e compagni la si è avuta nel 2001 con Still At War, che è andato a interrompere il lungo silenzio discografico (almeno in studio) degli inglesi, che durava dal 1987, anno d’uscita dell’omonimo Tank. Still At War è ad oggi l’ultimo capitolo discografico dei Tank, (oltre che l’ultima delle riproposizioni in versione digipack della produzione degli inglesi ad opera della MMP) e mostra una band matura, che predilige il groove e l’atmosfera alle sfuriate che ne avevano contraddistinto i primi passi nella scena musicale. Non mancano certo le sfuriate come in \"Light the Fire (Watch \'Em Burn)\", \"Conspiracy of Hate\" (che sa tanto di Metallica più recenti) e \"The Fear Inside\". Ma il meglio di sé la band la da in canzoni quali \"And Then We Heard The Thunder\" (già proposta nell’album live del 1998, così come “In The Last Hours Bifore Dawn”) e l’autocelebrativa \"Return of the Filth Hounds\". Tutto ciò rende Still At War il miglior album della carriera della band sin dai tempi di “This Means War” (1983). I gruppi che tornano in mente durante l’ascolto sono i Black Sabbath, ma soprattutto i Blue Oyster Cult che riescono a sminuire, almeno per una volta, il pesante paragone con i Motorhead che la band si porta dietro dagli esordi. Un ritorno sulle scene più che buono, che purtroppo non ha ancora avuto un successore. Ma parafrasando il titolo d’un vecchio film di Alberto Sordi, finché c’è guerra…
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

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:: Tank - Tank - (Metal Mind Prod. – 2008)
Gli inglesi Tank si sono assicurati il loro posto nella storia del metallo pesante con i primi due album “Filth Hound Of Hades” (1982) e “Power Of The Hunter” (1982). Il power trio in quegli anni si era guadagnato l’etichetta di Motorhead in versione iper-speed, il che è tutto dire su quanto picchiassero duro (forse solo i Raven andavano giù più pesantemente di loro nei primi anni 80). Poi dal terzo “This Means War”, qualcosa cambiò: in primis il passaggio da terzetto a quartetto, e soprattutto un approccio più metallico e meno punk rock. Inutile dire come il suono conseguentemente diventò meno selvaggio e più simile a quello delle altre band della NWOBHM. Tank è il quinto album del gruppo, pubblicato originariamente nel 1987, e reso oggi nuovamente disponibile in formato digipack dalla polacca MMP. Dal punto di vista stilistico il disco continua il discorso intrapreso dal terzo album in poi, quindi sonorità tipicamente inglesi di anni ottanta. Tank va inserito nel contesto storico della seconda metà degli anni ottanta, in cui le band heavy classiche pian piano cedevano il passo alle thrash band americane. L’album è inutile dire che non fu accolto benissimo da stampa e fan, la delusione del pubblico fu palese. Se c’era stata una band inglese che aveva anticipato le sonorità thrash, questa rispondeva al nome Tank. Ma ormai song come “Reign Of Thunder”, l’anthemica “March On, Sons Of Nippon” (forse il miglior brano del lotto) mostravano una band stanca e con un occhio più attento alla scena heavy-hard americana, forse attratta dal successo che i compatrioti Def Leppard mietevano in quel periodo oltreoceano. Riascoltato dopo anni il disco non è così pessimo come venne etichettato all’epoca, anzi è piacevole e riporta alla mente un’età che non tornerà più. Se non conoscete affatto questa band, puntate sui primi due dischi; se avete tutto dei Tank, allora acquistate e rivalutate senza indugio anche questo album omonimo, forse scoprirete come il tempo migliori alcuni album.
Voto: 6,5/10
g.f.cassatella

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:: Tank - The Return Of The Filth Hounds-live - (Metal Mind Production – 2008)
Dieci anni e più lontano dal music biz causano l’accumulo di tanta ruggine anche sulla carlinga del carrarmato per eccellenza della scena metallica, i Tank. Quale antiruggine migliore di un tour in quella Germania che da sempre ha sommerso d’amore la band inglese? Testimonianza su disco di quel tour è The Return Of The Filth Hounds-live, stampato originariamente dalla Rising Sun nel 98, e oggi riproposto, come il resto del catalogo Tank, dalla polacca Metal Mind Prod., in versione rimasterizzata. Se l’ultima fatica in studio era stata il poco più che sufficiente omonimo album, questo live segna il ritorno a sonorità più punk and rock, che ne avevano contraddistinto i primi due album. In definitiva ricompare quell’aroma di Motorhead che aveva fatto bollare la band negli anni 80 come figliocci di Lemmy e soci. Non è quindi casuale il richiamo nel titolo al primo album della band. Anche i pezzi di quella parte della carriera meno entusiasmante dei quattro, dal vivo hanno guadagnato uno spessore che da studio non avevano. Certo la band non è più giovincella e certi eccessi degli esordi sono scomparsi, ma la riproposizione di classici come “Shellshock”, “This Means War”, “Echoes Of A Distant Battle” e “Power Of The Hunter”, vale da solo il prezzo del cd. Probabilmente la voce di Algy non è al meglio, ma in fin dei conti chi se ne frega? Ci troviamo di fronte a un fottuto album di rock and roll e non a un coro di voci bianche. La versione dell’album in mio possesso contiene anche le due bonus track che erano presenti sulla versione in cd al momento della prima stampa, e che non furono incluse su quella in vinile. Si tratta di “In The Last Hours Bifore Dawn” e “And Then We Heard The Thunder” (presente anche in versione live) che poi andranno a finire sul successivo album da studio Still At War. Un buon punto di partenza per chi non conosce la band (che deve condurre all’approdo naturale dell’acquisto dei due primi fondamentali album), un’indispensabile compendio per chi dei Tank possiede tutto.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

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:: Tank - Valley Of Tears - (Metal Mind - 2015)
La boccheggiante scena rock attuale è sempre più simile al laboratorio dello stregone in cui Topolino ha mosso i propri passi da apprendista. Ormai le band sono come la scopa di quel saccente sorcio: si dividono, per dar vita altare scope. In circolazione ci sono o ci sono state (finché non è intervenuto il martelletto di un giudice) un paio di formazioni dei Saxon, una coppia di Queensryche, due Entombed, una vagonata di Venom, e così via. Dei Tank ho seguito le sorti della costola dell’accoppiata Mick Tucker-Cliff Evans che, rivitalizzata da Doogie White, negli ultimi anni ha rilasciato tre lavori, tra cui lo stupendo War Machine. Il motore della rinascita del carro armato inglese sono stati i due membri storici, ma la benzina era rappresentata da Doogie White, l’ex singer dei Rainbow. La sua ugola non solo ha dato lustro alla band, ma ne ha condizionato il songwriting. Sfido chiunque a riconoscere che WM è stato scritto dallo stesso gruppo che ha inciso Filth Hounds of Hades. Però già sul successivo e deludente War Nation si avvertiva che il rapporto col cantante gallese era cambiato, e la magia svanita. Oggi non mi sorprende trovare dietro il microfono un altro, ZP Theart (Dragonforce), come non mi meraviglia il ribaltone stilistico che rappresenta Valley Of Tears, che fa ripiombare la band nel proprio periodo di mezzo, quello costellato da album minori come Honour and Blood e/o Tank. VOT è un disco di heavy metal tradizionale, tardo NWOBHM, scordatevi la maestosità e il groove dell’epoca White, così come in passato avete dimenticato le belligeranze motorheadiane dei primi due capolavori della band che fu di Algy Ward. Al processo di restaurazione hanno partecipato, oltre a ZP (che comunque con gli inglesi è andato in tour come cantante per un paio di anni), anche Bobby Schottkowski (a lungo nelle fila dei Sodom) alla batteria, e Barend Courbois (Blind Guardian) al basso, il che potrebbe spiegare la deriva più metal del disco. Valley Of Tears è un colpo di spugna bello e proprio, un passo verso il passato, che probabilmente farà versare una valle di lacrime a noi estimatori dell’epoca White!
Voto: 6,5/10
g.f.cassatella

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:: Tank - War Machine - (Metal Mind – 2010)
Scrostata un po’ di ruggine dai cigoli, riecco la macchina da guerra nuovamente in moto. Assente dal 2002, il carrarmato più amato del metal è di nuovo fra noi. La copertina è l’ennesima variante di quella del primo disco, ma questa è l’unico vero rimando con il passato, perché di novità non me mancano in questa ennesima opera (la decima). Partiamo dalla line-up, i due capisaldi della band sono Mick Tucker (che nella band c’è stato dal 1983 al 88, per poi tornare nel 1997) e Cliff Evans (anch’egli ha vissuto due stagioni nel gruppo la prima dal 1984 al 88 e la seconda che va avanti dal 1997), a far compagnia alle due chitarre troviamo dei personaggi più o meno noti della scena: Chris Dale, già bassista di Atom Seed e Bruce Dickinson, Mark Brabbs, batterista (4 Play, Dumpy\'s Rust Nuts e Paul Samson\'s Empire) e, soprattutto, Doogie White alla voce (Rainbow, Balance of Power, Pink Cream 69, Praying Mantis, Rata Blanca e Yngwie J. Malmsteen). Il singer è la novità più succosa, ma anche quella che fortemente caratterizza il sound del nuovo corso dei Tank: scordatevi i paragoni con i Motorhead, che da sempre sono la croce\\delizia dei britannici, oggi i Tank sono una band che si muove su coordinate care a band quali Rainbow, R.J. Dio band, Black Sabbath (epoca Dio) e Blue Oyster Cult. Questa cambio stilistico è dovuto proprio alla presenza del cantante e del suo timbro che in più occasioni ricorda quel del vecchio Ronnie James. Non a caso il singer rientra nei credits di tutti i brani (firmati nella quasi totalità dei casi da Tucker, tranne due ad appannaggio di Evans). In fase di recensione della ristampa Still At War, l’ultimo album della band, avevo detto come quel platter fosse il migliore dai tempi di This Means War” (1983), oggi questo non è più vero, perché War Machine gli è superiore. Già dal trittico iniziale “Judgement Day”, “Feast of the Devil” e “Phoenix Rising” questo è chiaro. Più opaca, paradossalmente, la title track che scorre lenta e in modo scialbo. Ma i ritmi risalgono in “Great Expectations”, per poi calare nuovamente in “After All”, barno che non stonerebbe nel songbook degli Heaven And Hell. “The Last Laugh” è una cavalcata che ricorda quelle dei B.O.C., “World Without Pity” è un pezzo anonimo, mentre “My Insanity” chiude degnamente il disco (registrato negli studios di mr Steve Haris in compagnia di Pedro Ferreira, già a lavoro con Theraphy?, The Darkness e Meat Loaf). In conclusione non posso che riprendere le parole spese da Cliff Evans su WM: “avevamo intenzione di fare uno di quegli album di classico british rock\\metal che ogni fan desidera nella propria collezione”. Beh, ci sono riusciti.
Voto: 8,5/10
g.f.cassatella

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:: Tank - War Machine Live - (Metal Mind – 2012)
Quando mi sono ritrovato tra le mani il primo DVD dei leggendari Tank, la prima cosa che mi sono detto è stata: “chissà come saranno i vecchi classici cantati da Doogie White”. Gran parte dall’attuale eccellente stato di forma della band va attribuito al singer, anche se in realtà il suo esordio m’ha convinto maggiormente rispetto alla sua seconda prova con i carri armati britannici. Però è indubbio che l’ugola dorata dell’ex Rainbow ha rappresentato un netto e deciso cambio stilistico rispetto alla asperità del passato. Se da studio l’esperimento era riuscito, non è detto che lo stesso valesse per le esibizioni. In questo senso War Machine Live non da una risposta definitiva, i classici vengono sicuramente rinvigoriti dall’apporto del gallese, ma perdono in parte quel fascino guerrafondaio che è sempre stata una peculiarità del gruppo. Per dirla tutta, sui brani più recenti si ha la resa maggiore, sui classici qual cosina si smarrisce. La scaletta, soli 12 brani, è ben distribuita tra vecchi e nuovi, però qualche pezzo più poteva essere aggiunto. La qualità è di alto livello e la band si dimostra ancora capace di rendere al meglio sul palco, anche se notevoli dosi di sangue nuovo sono state aggiunte, se è vero come è vero che gli unici due membri storici rimasti sono Mick Tucker e Cliff Evans. La sezione extras non è male, vi potrete trovare il video di “War Nation”, un’intervista, gallerie di foto e biografia/discografia. Un buon prodotto, però l’occasione del primo DVD della band in tanti anni di carriera poteva essere sfruttata meglio.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

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:: Tank - War Nation - (Metal Mind - 2012)
Un paio d’anni fa i Tank tornavano sulle scene con un album, War Machine, che per lungo tempo ha stazionato nel mio e stereo e che spesso ci ritorna. La formazione, ancorata attorno alle figure di Mick Tucker e Cliff Evans, aveva trovato in Doogie White l’ugola giusta per esaltare lo stile del nuovo corso, un po’ Rainbow un po’ Dio. Attendevo con ansia il nuovo lavoro degli inglesi, così quando me lo sono ritrovato tra le mani, l’ho subito inserito nel mio lettore senza esitazione alcuna. Detto che il titolo, War Nation, ricorda non poco quello del precedente, i punti di contatto tra i due lavori non sono pochi. Le sonorità motorheadiane degli esordi sono un ricordo, i nomi citati prima sono ormai l’esempio da seguire, ma se due anni fa il risultato è stato eccellente, la decina di song presente su quest’ultima fatica non fan gridare al miracolo. La sensazione è quella di un album svogliato, fatto più con il mestiere che con l’entusiasmo. Sia chiaro il songwriting è superiore a quello della media delle band che si cimentano con certe sonorità, la voce di White è stupenda, ma manca quel quid che ti fa venire la voglia di riascoltare all’infinito l’intero album. Song come la titletrack, “Grace Of God”, “Justice For All” da un lato ti fanno apprezzare WN dall’altro lasciano un’insoddisfazione per quello che sarebbe potuto essere e che non è stato. In coda all’opera troverete alcune tracce live del tour di supporto di WM, il confronto ravvicinato tra nuova e vecchia produzione appare inclemente. Un album poco più che sufficiente, più per la pochezza delle uscite odierne, che per merito proprio.
Voto: 6,5/10
g.f.cassatella

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