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Reviews - Sweet Apple
:: Sweet Apple - The Golden Age of Glitter - (Tee Pee/Soulfood - 2014)
Partiamo da una considerazione prettamente stilistica: nel marasma del retro-rock e del pedissequo ricalcare non solo lo stile musicale, ma anche le movenze, gli sguardi e persino gli stracci dei nonni, ho sempre reputato la Tee Pee una spanna sopra le altre etichette (grosse e meno grosse, il fenomeno ha contagiato un po’ tutti), proprio per quel tratto di “acidità” che caratterizza le sue produzioni, un po’ come stessimo parlando di un’American Pale Ale sorseggiata e centellinata nella vostra bettola preferita. Detto questo, gli Sweet Apple si discostano leggermente dall’identikit appena fornito, e non solo perché il loro monicker ricorda più quello di un sidro che di una birra a discreto tasso di acidità: qui non stiamo parlando di giovani transfughi della scena crust/core tedesca o americana con la voglia di riscoprire le radici del Grande Rumore, quanto piuttosto di uno dei progetti dell’attivissimo J Mascis dei (manco a dirlo) Dinosaur Jr., qui accompagnato da membri di Cobra Verde e Witch, che poi sarebbero le band che ruotano intorno alla scena portata avanti dai citati mostri sacri dell’indie rock. “The Golden Age of Glitter” è il loro secondo disco, anche se (mea culpa) non ho avuto modo di ascoltare il debut della band “Love & Desperation”, che sembra avere in comune con il qui presente dischetto la passione per le nudità femminili in copertina, in continuità con un certo filone alternative ’90; come è evidente, il quartetto è legato a doppia mandata ad un sound di matrice loud rock, con quelle suggestioni simil-grunge che i suoi membri hanno contribuito a plasmare nel corso degli anni, anche se è innegabile l’importanza di un personalissimo approccio psichedelico al filone di cui sopra. In sostanza, un power-pop gradevole con risultati di un certo spessore, che non fanno gridare al miracolo o alla novità imperdibile, ma che di sicuro rappresentano un risultato di un certo valore. Se “Wish You Could Stay (A Little Longer” è una di quelle opener corali e sommesse che ci fa fare un salto a ritroso verso quell’alternative che venti anni fa trovava addirittura spazio su MTV (e ci credo, con il sommo Mark Lanegan ospite alla voce!), i secchi accordi che introducono “Reunion” ricordano a tratti addirittura i britannici The Darkness. “Boys In Her Fanclub”, fedele al titolo, fa il verso al college rock americano ma con una solida base zeppeliniana e, perché no, anche vicina agli intenti scanzonati dei Beach Boys, mentre sono gli A Subtle Plague a tornare alla memoria nella dolcissima “Let’s Take The Same Plane”. La successiva “Another Desert Skyline” beneficia di quel proto-stoner che ha reso grandi Kyuss e QOTSA, con “Troubled Sleep” che torna ad essere grungettara a più non posso, un brano da suonare rigorosamente indossando camicioni a quadri e jeands sdruciti. Bene, sono ormai in pieno fervore descrittivo – e chi era adolescente negli anni del grunge può capire come mi sento – e comunque sarebbe criminoso escludere dal presente commento due brani che si discostano in maniera particolare dalla formula del resto della tracklist: “We Are Ruins”, con il suo incedere trascinante e i fiati e le tastiere che creano una coda allucinata, una sorta di incontro tra John Zorn e la Motown, e “You Made A Fool Out Of Me”, che fa il verso a certi U2 alla maniera dei The Mission, riuscendo nell’intento anche meglio di quanto il quartetto irlandese faccia oggi come oggi. Insomma, ve l’ho detto: se cercate un disco multiforme, solare, pieno di quelle sonorità laterali e parallele al grunge, cercate “The Golden Age of Glitter”. O non è abbastanza chiaro?
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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