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Reviews - Stryper
:: Stryper - 7 - The best of Stryper - (Hollywood rec. - 2004)
L’operazione commemorativa (o di rilancio?) per la band numero uno del cosiddetto “white metal”, non poteva che completarsi con un succulento The Best, che segue di non molto il ben riuscito live di poco sotto recensito. Con una reunion strappalacrime ed una fortunata serie di date negli States, i nostri sono riusciti ancora nel bene e nel male a far parlare di se. Tuttavia preme aprire una parentesi riguardante un vecchio tabù legato al fatto che la musica dei fratelli Sweet in Europa non sia stata mai apprezzata quanto come nella loro patria, nonostante il livello qualitativo sia dempre stato sopra la media, ma questa diciamo che è un’altra questione…
Oltre a molti brani già preceduti sul live, qui trovano spazio altre ben nove songs studio-version che vi erano state “escluse” dove spiccano “In God We Trust” e le poco conosciute ma confortanti “All For You” e “Shining Star”. Importante comunque sapere che in questa compilation vengono presentati due brani inediti, orecchiabili si, ma lontani dall’hard rock abbastanza da far sollevare più di un dubbio su di un possibile futuro stryperiano.

R
:: Stryper - 7 weeks: live in America 2003 - (Fifty-Three Five Rec. - Deep south entertainment - 2004)
Erano belli gli ‘80, erano belli i tempi in cui non era la casa discografica a fare la musica, ma era la band a decidere il sound dei propri pezzi. Anni dove era il “messaggio” a contare più del resto, la musica serviva come impatto, come tramite, per versi che dovevano rimanere nella memoria; allora qualcuno si è chiesto, perchè non usare l’heavy metal per diffondere il messaggio del Signore?
Dunque ecco che mi capita sottomano un bel pezzo da collezione.
La prima (unica) testimonianza live ufficiale del gruppo leader del movimento da molti definito “White Metal”, gli immensi Stryper (un acronimo di “Salvation Through Redemption Yielding Peace, Encouragement and Righteousness”). Si apre con “Sing Along Song” tipico pezzo di apertura dei concerti degli anni passati, dove prima dell’ultimo refrain, l’imperturbabile Michael Sweet incita il pubblico, ad intonare un coro. Segue un altro classico, il cui ritornello suona “Jesus King Of Kings, Jesus Makes Me Wanna Sing”, sempre aiutato dal pubbico. Si continua con “Calling On You Free” e la splendida “More Than A Man”, seguiti da “Caught In A Middle” l’unico pezzo tratto dall’album “Against The Law”.
Rimango purtroppo sorpreso negativamente nel constatare che non ci sono pezzi tratti da “In God We Trust”, disco a cui sono affezionato in ragion del fatto che è il primo che ascoltai… niente di grave comunque.
Dopo altri classici come “Reach Out”, “Loud And Clear”, “The Way”, “Soldiers Under Command”, è il momento del romanticismo con “Honestly” una delle poche ballads scritte dalla band ed unica del disco (io comuque mi aspettavo “I Believe In You”), che precede un altro piccolo capolavoro, la canzone natalizia (magnifica!) “Winter Wonderland” precedentemente pubblicata su un omonimo singolo (1985 se non erro), dove c’è da sottolineare che ho avuto poco a che fare con gli Stryper live e quindi, che io sappia, non mai è stata mai suonata dal vivo… fa comunque il suo bel effetto.
Conclude il tutto “Closing Prayer” un’atmosferica preghiera di chiusura.
Un grande ritorno per una grande band, spero che questo live possa aprire la strada ad un nuovo album, e chissà, magari un nuovo tour non destinato al solo territorio americano.
IN GOD WE TRUST!!!!

V
:: Stryper - Live At The Whisky - (Frontiers Records - 2014)
Bene, ora siamo proprio al completo: dopo aver recensito la laccatissima raccolta di remakes “Second Coming” e il nuovo roboante disco “No More Hell To Pay”, ed essermi liberato di una buon parte dei pregiudizi che mi tenevano lontani dai white metallers di Orange County, cosa c’è di meglio che ascoltare un loro live nuovo di zecca? Resta il fatto che il contrappasso per averli snobbati alla grande in passato colpisce ancora, e agisce sempre e comunque per mano del buon Abate… accidenti a lui! Gli Stryper giungono (sembra) al terzo album live, e sicuramente non c’era momento migliore per procedere alla release, dato l’indiscusso valore del citato “No More Hell To Pay”, che ha riportato la band tra i favori del pubblico (e della critica, sicuramente più matura e meno prevenuta oggi di quanto non fosse nei gloriosi anni ‘80), nonché sui livelli di vendite degli esordi. Inutile dire che a farla da padrone sono i pezzi classici, degnamente raggiunti da un congruo numero di estratti dall’ultimo album, tra cui “Legacy” e “Marching Into battle”, poste a inizio scaletta, la blueseggiante “Jesus Is Just Alright” e la stessa title-track, brano di punta del nuovo disco, su cui Michael Sweet snocciola inaspettatamente i dati di visualizzazione su YouTube… evidente segno dei tempi (o semplice indole capitalistico/calvinista, come direbbe qualcuno di mia conoscenza). In tutto ciò, immagino vogliate sapere come canta Sweet… tiene botta, devo dire: gli anni passano ma l’ugola fa sempre la sua parte; sulle prime, il nostro interagisce poco con il pubblico per poi rifarsi verso metà scaletta e giungere addirittura ad ironizzare sulla voce sua e su quella dei suoi ormai attempati compagni all’inizio del classicone “Always There For You”, unico estratto dal pomo della discordia “In God We Trust”. Per il resto, su questo “Live At The Whisky” troverete tutto quello che vi immaginate: il mood chiesastico/natalizio di “Calling On You” (che non ci sta mai male, con il sopraggiungere dei primi freddi) e le incursioni neoclassiche di “More Than A Man” e “The Way”, con la scaletta che mostra un po’ la buccia verso metà concerto con pezzi deboli come “Free” (settantasette minuti sono un po’ troppi, non trovate?) e si riprende alla grande con estratti del calibro di “Loud N’ Clear”, “Reach Out”, e delle immancabili “To Hell With The Devil” e “Soldiers Under Command”. Aggiungerei anche un “mannaggia a me” per non essere andato a vederli al festival della Frontiers, e se penso che suonavano insieme ai Pretty Maids capisco che il plagio ad opera di Antonio Abate è praticamente compiuto! Vi avviso: tra un po’ mi vedrete ultramelodico… per ora non mi resta che fantasticare su cosa sia davvero un posto come il Whisky A Go Go di Hollywood, un luogo consegnato alla leggenda che ci ha raccontato mille storie, negli anni. E su queste riflessioni malinconiche vi rimando alla prossima, sperando di uscire quanto prima dal tunnel dell’hair/glam. “Soldiers, soldiers…”
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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www.stryper.com
:: Stryper - Murder By Pride - (Frontiers - 2009)
Nel mondo dell\'hard rock melodico, gli Stryper occupano un ruolo di fondamantale importanza. \"Murider By Pride\" è l\'ennesimo capitolo che conferma la grandezza di questa band, capace di mettere sul mercato discografico un album di notevole spessore artistico, senza entusiasmare per la tecnica, ma solo per l\'alto gradimanto dei singoli pezzi, che scorrono il modo fluido, senza alcun momento di sosta. Passando ad analizzare l\'album più nel dettaglio, la partenza è affidata \"Eclipse For The Son\", un pezzo frizzante e straordinariamente dinamico, capace di coinvolgere e sedurre, grazie ad un ritornello dalla presa molto facile, \"4 Leaf Clover\" punta su no stile più energico e robusto, ma sempre molto melodico e seducente, \"Peace Of Mind\" recupera uno stile perlopiù tradizionale, ma sempre carismatico e grintoso, con una pregevole cura delle linee vocali, \"Alive\" è una splendida poesia corredata da musica elegante e raffinata, \"The Plan\" invece, spiazza per le proprie incredibile potenzialità che potrebbero indurla a diventare l\'it assoluto del disco. \"Murder By Pride\" spiazza per il proprio stile robusto incentrato su chitarre ruvide e graffianti, stesso dicasi per \"Mercy Over Blame\", song da ritmi più aronici, ma sempre incisivi e pungenti, \"I Believe\" è un alro brano di grande intensità dotata di un grand ecomponente emozionale, mentre \"Run In You\" strizza l\'occhio a sonorità più morbide ed accattivanti. Nella parte finale del disco, \"Love Is Why\" si districa su sonorità più versatile e variegate, differentemente \"Everything\" vede la band indurire notevolemente il prorpio stile, ricordando i Mr.Big in più d\'un frangente, stesso dicasi \"My Love (I\'ll Always Show)\", dotata di uno straordinario arrangimento, la conclusiva \"My Love My Life My Flame\", racchiude tutto il talento degli Stryper e riassume le perculiarità di un grandissimo disco.
Voto 7/10
Maurizio Mazzarella

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www.frontiers.it
:: Stryper - No More Hell To Pay - (Frontiers Records - 2013)
Protestanti… protestanti ovunque. Ah, non posso farci nulla: chiedo un parere sul contrappasso che sconto nel trovarmi a recensire a stretto giro di posta ben due dischi degli Stryper, e chi di dovere mi fa notare come i figli di Lutero e Calvino siano sempre al posto giusto al momento giusto (per loro…). Tuttavia, non fraintendetemi: questa volta l’etica del lavoro tipicamente nordeuropea, nordamericana e luterana non c’entra nulla, e gli Stryper sono semplicemente fuori con “No More Hell To Pay”, il loro nuovo album di inediti, che giunge dopo un disco di cover e uno di remakes. In sostanza, è tempo di fare sul serio e i quattro non se lo fanno ripetere due volte, venendo fuori con il disco che avrebbero dovuto scrivere tanto tempo fa, e che avrebbe conferito credibilità alla band, fuori dai ristretti margini delimitati sia dall’hair metal che dal white metal. Questo perché, se da un lato l’effetto sorpresa costituito da una proposta eclettica (ma poi neanche tanto…) e così esplicitamente schierata è scemato, al suo posto è sopraggiunta una credibilità che travalica il voler essere al passo con i tempi, ma è sorniona e tipica di chi non ha più nulla da dimostrare, e può tirare dritto per la propria strada. In sostanza, i tempi di “Battle Hymn Of The Republic” sono ormai andati (ed era ora…), ma non aspettatevi cedimenti al più bieco relativismo: titoli inequivocabili come “Water Into Wine” sono pur sempre un marchio di fabbrica che non avrebbe senso sradicare, giunti a questo punto. Come dicevamo, il disco rappresenta un importante stadio di maturità, con il roccioso heavy di “Revelation” e della title-track a rappresentare il miglior biglietto da visita per qualsiasi ascoltatore. E poi… lo speed di “Saved by love” ha di quelle variazioni un po’ gospel che non potranno che attirare gli amanti del cinema a stelle e strisce degli ‘80 e ’90 (presentando comunque una delle linee vocali più interessanti del disco), e lo stesso dicasi per “Jesus is just alright”, in cui Michael Sweet ricalca lo stile rock/blues di gente del calibro di Glenn Hughes. “The One” è la ballad strappalacrime, “Legacy” il mid-tempo graffiante, “Marching into battle” l’oscura track che gioca col doom, e su tutto emerge la voce di Sweet, che sembra addirittura migliorata col tempo. In sostanza, non è che gli Stryper inventino nulla di nuovo. “No More Hell To Pay” è al contempo rassicurante e pedissequo nel mettere al posto giusto ognuno degli elementi che compongono un buon disco metal. Prendere a piene mani dai Rainbow o dalla Rising Force di Malmsteen con robusti innesti di Whitesnake non fa primavera, e soprattutto non fa notizia, in questo 2013. Quello che invece fa piacere è che i quattro siano in gran forma, sia stilisticamente che esecutivamente, e ciò fa ben sperare in una nuova e perenne giovinezza per Fox, Gaines e i due Sweet. A proposito, sono io o la copertina mi ricorda da vicinissimo il Keanu Reeves di “Constantine”?
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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www.stryper.com
:: Stryper - Reborn - (MTM Music - 2005)
Dopo aver sondato il terreno nel 2003 con la pubblicazione di “7 WEEKS: LIVE IN AMERICA 2003” gli STRYPER tornano sulle scene con REBORN, originale formula di “raffinato” nu metal. Si comincia con OPEN YOUR EYES che fa subito capire come stanno le cose, brano d’impatto e dal grande appeal, così come REBORN, fascinoso e sofferente. Per assaporare i chorus tipicamente stryperiani dobbiamo attendere WHEN DID I SEE YOU CRY; MAKE YOU MINE è un pezzo easy che nel ritornello assume toni da invocazione; il carattere easy lo ritroviamo anche in WAIT FOR YOU che sprizza solarità da tutti i pori con tanto di “na-na-na”. Un tappeto di chitarre acustiche introduce PASSION, in cui Michael Sweet mostra la sua dolcezza e dove nel bridge i nostri sfoggiano gamme vocali dal sapore queeniano. LIVE AGAIN, con soluzioni compositive alla B. Sabbath e alla A. in Chains, è il brano più oscuro dell’album; segue IF I DIE, song piacevole caratterizzata da piccoli innesti elettronici e dalle linee vocali più vicine alla tradizione europea (specialmente nel ritornello). Un intreccio di “chitarre bianche” costituiscono la struttura portante di RAIN che nel refrain vanno in distorsione a supporto delle voci creando un’atmosfera “celestiale”, sicuramente il brano più ispirato! 10.000 YEARS è una traccia senza troppe pretese ma dai chorus accattivanti. Si chiude con I.G.W.T., aggressivo e melodico, che rivela meglio degli altri pezzi la vera attitudine dei quattro. REBORN è un album piacevole dove la vera forza è rappresentata dai refrains che s’insinuano subito nei cervelletti, e che risollevano le sorti di alcuni episodi poco felici!... I.S.W.T... BEN TORNATI!!!

Savino Ficco
:: Stryper - Second Coming - (Frontiers Records - 2013)
Dopo uno iato interrotto da dischi a singhiozzo, apparizioni (è il caso di dirlo!), smentite e ritorni all’ovile, riecco anche gli Stryper, i più celebri alfieri del Christian Metal. Beh, a questo punto dovrei confessare una certa avversione che ho sempre avuto per i fratelli Sweet, unita anche ad una non perfetta conoscenza della discografia delle Api Maia del metal. In più, “In God We Trust” detiene il non invidiabile primato di unico disco in vinile da me rivenduto con disprezzo (dopo averlo pagato 3000 delle vecchie lire: mitici gli ordini da Sweet Music…). Qualche maligno aggiungerà che la stessa sorte è toccata a “Stomp 442” degli Anthrax, ma in quel caso un graffio mal assestato, una copertina oscena e soprattutto un album pressoché trascurabile per una buona metà avevano giocato un ruolo non indifferente. Cosa c’entrano gli Anthrax con gli Stryper? Beh, per prima cosa Scott Ian non ha mai fatto mistero della sua “simpatia” per il quartetto white metal, e in secondo luogo si è trattato di due gruppi a loro modo “controcorrente”: l’uno in fatto di immagine e sound, l’altro in fatto di tematiche trattate. Lungi da voler paragonare gli Stryper a qualsivoglia mostro sacro della scena statunitense, dico solo che sono uno di quei nomi che non passano inosservati. La musica? Spessissimo i quattro si sono attestati su sonorità vicine a quelle dei più blasonati colleghi della scena hair/glam, pur conservando un certo appeal vicino al classic metal che è diventato decisamente preponderante a partire da “Against The Law” del 1990. Una premessa doverosa, questa, dato che gli Stryper tornano, come è costume diffuso di questi tempi, con un disco di remake dei primi successi (in questo caso il primissimo EP “The Yellow And Black Attack” e i primi due full length). Piano con le malelingue: il nuovo disco di inediti è già pronto, si chiama “No More Hell To Pay” e sarà a breve recensito su queste stesse pagine. Che dire di “Second Coming”… da un lato la band evita di cadere nel cliché dell’indurimento dei suoni (una carta già tentata con “I.G.W.T.”, remake della title-track del già citato vinile…) puntando su un ritorno onesto e con suoni non snaturati, dall’altro le nuove versioni non aggiungono granché agli originali, fatta eccezione per una produzione sicuramente superiore, e per l’intento generale di “best of” che potrà interessare gli eventuali neofiti. Oltre alle arcinote “Soldiers Under Command” e “To Hell With The Devil”, segnaliamo la vicinanza ai Loudness di brani come “Makes Me Wanna Sing” e “Loving You” (fatte le dovute differenze, un po’ di accostamento al sound forgiato dall’inossidabile samurai Akira-San ci sta tutto), e va anche sottolineato come le scelte timbriche degli Sweet qui si avvicinino alla tradizione hard-blues a stelle e strisce, senza disdegnare richiami ai canadesi Triumph (un gruppo che comunque ha rappresentato un punto di riferimento per la maggior parte degli act hair/glam metal degli anni ‘80). Poi ci sono anche le ballatone, non troppo zuccherose nel caso di “First Love”, senza ritegno in “Calling On You”, una track che apre le danze a tutto quel filone di Seventh Heaven rock/metal ben sistematizzato dagli Unholy Child di Marcie Free… scherzi a parte, è uno dei brani che mostrano come mai non mi sia mai affezionato agli Stryper: il ripiego pedissequo che questa band ha compiuto sui coretti dei Queen e della tradizione di un certo suono 60/70 ha dello stucchevole, altro che richiamo al madrigale o simili. Buono il feeling malmsteeniano di “The Way”, un po’ pacchiana la scelta di voci in “Sing along song”, sulla scia dei Kiss ottantiani. In definitiva, tutti i nostalgici sono avvisati: tra l’altro, le cotonature sono ormai un ricordo (è successo anche agli Europe, perciò…) e delle strisce gialle e nere è rimasta unica testimonianza nelle cravatte che i quattro sfoggiano in copertina. Come? Per quanto ho venduto “In God We Trust”? Per la metà, è ovvio… 1500 lire, rigorosamente dopo un giro di frisbee con protagonista il vinile stesso. Questi thrashers…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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