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Reviews - Strana Officina
:: Strana Officina - Ritual - (Jolly Roger Records - 2014)
Continuiamo ad occuparci dell’operazione di recupero della discografia della Strana Officina ad opera della Jolly Roger con il secondo EP della band, “Ritual”. Tre anni erano trascorsi dal precedente “Strana Officina”, e il 1987 vide i livornesi tornare con due importanti modifiche alla loro formula: per prima cosa, Masi non era più della partita, lasciando il solo Roberto Cappanera ad occuparsi di tutte le chitarre; inoltre, “Ritual” vede la band abbandonare la lingua madre in favore di un inglese che non è neanche malaccio (considerando quello che c’era in giro all’epoca, nel nostro Paese), ma che sicuramente costituisce un punto in meno sul fronte dell’originalità della proposta. Quanto detto in occasione dell’omonimo debut su vinile è dunque valido, specularmente, anche su questo episodio che segna una decisa virata verso sonorità differenti e più “laccate”, complice anche una produzione relativamente migliore che però contribuisce, alle orecchie dell’ascoltatore del 2014, a far perdere quell’aura di fascino che circondava le sonorità di “Strana Officina”. Anche perché il suono di distorsione della chitarra appare in più punti stereotipato e appiattito su quelle coordinate tipicamente anni ‘80 che gli anni a venire hanno prontamente provveduto a far dimenticare. In altre parole, la band stava crescendo e si stava di sicuro avvicinando a quel posto che le competeva in termini di credibilità, ma personalmente continuo a preferirli nella prima “incarnazione”. Dal punto di vista stilistico, la NWOBHM dura e pura degli esordi cede qui il posto ad un heavy metal tipicamente ottantiano, un po’ in parallelo con quanto fatto dagli Iron Maiden qualche anno prima. E a proposito dei Maiden, va osservato come Roberto Cappanera non abbia rinunciato alle twin guitars, intensificandone addirittura l’impiego, con un risultato che si inserisce alla perfezione nella nuova formula. I pezzi? Si passa dall’heavy al limite del power delle iniziali “The Ritual” e “Gamblin’ Man”, alla dolcezza della power ballad “Unknown Soldier”, per concludere con l’inno speed/power “Metal Brigade”, molto influenzata dai Judas Priest e densa di quel gusto epico tipicamente italiano che vedrà contemporaneamente protagonista un’altra band toscana dell’epoca, i Dark Quarterer. Come di consueto, imperdibili le quattro bonus tracks, in particolare “Vittima”, tratta da una session del 1985, con un mood anni ‘70 che personalmente mi ha ricordato alcune cose degli UFO, e la versione live di “Non sei normale”, il brano che aveva visto il debutto della Strana Officina su vinile, in occasione della compilation “HM Eruption”. Completano il quadro le versioni live di “Unknown Soldier” e “The Ritual”… e per ora è tutto: alla prossima puntata!
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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:: Strana Officina - Rock & Roll Prisoners - (Jolly Roger Records - 2014)
Terzo appuntamento con le ristampe della Strana Officina ad opera della Jolly Roger: questa volta tocca a “Rock & Roll Prisoners”, primo full length della band, che rimarrà anche l’unico per i due leader storici, i fratelli Fabio e Roberto Cappanera, morti prematuramente in un incidente stradale nel 1993 a quattro anni dalla pubblicazione di questo disco. Come già detto in occasione del precedente “Ritual”, confermo il mio giudizio di base: la band aveva a mio parere già espresso il meglio in occasione della primissima produzione (in italiano) culminata tra i solchi dell’ep omonimo, e anche in versione full length le evoluzioni tipicamente ottantiane dell’heavy metal proposto non raggiungono mai il fascino della formula originale. C’è però da dire che tra le otto tracce presenti (a cui vanno aggiunte le due versioni live di “King Troll” e “War Games” registrate durante il relativo tour) quelle che spiccano di più sono proprio gli episodi “nuovi”, a scapito dei remake in inglese di brani in italiano, come era già accaduto su “Ritual”. Ecco che l’opener “King Troll” vede indiscusso protagonista il timbro rotondo di Daniele “Bud” Ancillotti, che anticipa incredibilmente alcune cose fatte dal Dickinson solista quasi dieci anni dopo; segue “War Games”, con un incedere maestoso degno del pomp rock dei Triumph e un chiaro richiamo a tematiche tipiche degli anni ‘80 (chi si ricorda del film omonimo, tra le icone della Guerra Fredda?), su cui si erano già mossi i cugini Vanadium con la loro celebre “War Trains”. Come dicevo poc’anzi, il disco presenta purtroppo anche dei punti decisamente bassi, frutto di scelte discutibili: la title track (remake di quella “Sole mare cuore” già inserita nella ristampa del primo ep) è un chiaro recupero delle radici blues, ma con poca convinzione, mentre “Black Moon” è sin troppo “carica”, con arrangiamenti un po’ troppo sopra le righe e con un assolo deboluccio, elementi che contribuiscono a sporcare non poco la magia dell’immortale originale “Luna Nera”, presente – neanche a dirlo – su “Strana Officina”. Un’occasione mancata, che pure partiva da presupposti sicuramente validi, quali l’anglicizzazione definitiva di un brano che viaggiava già di suo su quelle coordinate. Incredibilmente, gli aspetti positivi non si sono del tutto esauriti su questo versante, tanto che tra i remake più riusciti della storia della band troviamo la velocissima “Burnin’ Wings”, una delle poche a beneficiare davvero dell’operazione di restyling, e “Don’t Cry”, efficace nella sua essenzialità, le cui azzeccate melodie vocali non la fanno sfigurare accanto a brani nuovi come “Kiss Of Death”, dall’azzeccatissimo flavour NWOBHM – seppur composta a dieci anni di distanza dai fasti del genere. In definitiva, un disco interlocutorio, che avrebbe ben presto lasciato spazio all’avventura solista dei fratelli Cappanera, quest’ultima purtroppo stroncata nel più tragico dei modi. “Rock & Roll Prisoners” resta la testimonianza di una band di peso e spessore indiscusso, il cui intento pionieristico ha costituito un contributo non da poco per i successivi fasti del metallo italiano, che successivamente si mostrerà in grado di imporsi sul mercato internazionale anche grazie all’operato di chi, con pazienza, ci ha creduto sino alla fine.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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:: Strana Officina - Strana Officina - (Jolly Roger Records - 2014)
Inizia con l’omonimo mini-lp del 1984 la poderosa operazione di ristampa delle registrazioni storiche della Strana Officina in cd da parte della Jolly Roger Records: quattro album in precedenza usciti solo in vinile e recentemente raccolti anche nel box “La Storia 1979-1989” edito da Molten Metal. Certo, lo sanno anche i muri: questo EP omonimo uscì nel 1984 e segnò l’esordio su vinile della leggendaria band livornese, tra i portabandiera del nascente fenomeno metal tricolore. Cosa aveva (e ha) di particolare “Strana Officina”? Di sicuro, la scelta del cantato in italiano, originale e in controtendenza rispetto allo strapotere dell’inglese in ambito hard’n’heavy; va qui osservato come l’esperimento portato avanti dall’allora quintetto (e poi abbandonato in favore della lingua madre del genere sin dal successivo “Ritual”) è di certo più interessante dell’improbabile scimmiottamento della lingua di Albione portato avanti da altri act (anche tra i più blasonati), ma tant’è. Originariamente uscito su Minotauro Records e composto da quattro tracce, tutta la poetica della Strana è qui: l’inno alla NWOBHM “Viaggio in Inghilterra”, la malinconica “Autostrada dei sogni”, la roboante (e maideniana) “Piccolo uccello bianco”, ma soprattutto quella che per me è la chicca del disco, quella “Luna nera” che ci consegna il gruppo dei fratelli Cappanera nella forma migliore, con un gusto melodico degno dei Whitesnake e, perché no, dei conterranei Elektradrive. Alle tracce originarie, la ristampa affianca altrettanti inediti tratti da demo e live dell’epoca, tra cui spiccano “Sole mare cuore” e “Vai vai” (che ritroveremo più avanti, in nuove versioni cantate in inglese) e la divertente “Officina”. Un gruppo che ha interpretato meglio di molti altri la “via italiana al metal”, grazie ad un’aderenza ai modelli britannici che però si era sempre affiancata al gusto tutto nostrano per la melodia incarnato dalle soluzioni vocali di Daniele “Bud” Ancillotti e dalla coppia di chitarre Cappanera/Masi, autrice di una serie di solos in stile NWOBHM. Una serie di ristampe da avere assolutamente per chi voglia sapere da dove ha avuto origine il metal tricolore, magari insieme ai primi tre album dei Vanadium e alla raccolta “The Story of Death SS 1977/1984”.
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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:: Strana Officina - The faith - (My Graveyard productions – 2007)
Torna (finalmente) nel 2007 la storica band heavy metal italiana (in forma smagliante), con una compilation che propone le loro pietre miliari degli anni ’80 come: King troll, Don’t cry, The kiss of death, Autostrada dei sogni, Profumo di puttana e altre, tutte nuovamente registrate (queste canzoni riproposte dalla band sono tutte canzoni che erano contenute negli EP “Strana Officina” del 1984 e “Ritual” del 1987 e le altre presenti nel loro unico album “Rock’n‘Roll Prisoner” del 1988).
Purtroppo “Rock’n’Roll Prisoner” fu l’unico full di questa band dato che 2 dei loro componenti della prima formazione i fratelli Roberto e Fabio Cappanera (rispettivamente batterista e chitarrista nonché le vere menti della band originaria!) morirono in un incidente, nella formazione attuale i sostituti dei membri scomparsi (R.I.P.) sono i loro figli: Dario e Rolando Cappanera.
Album che aspettavano tutti i fan della band, un album che non avrebbe presentato nulla di nuovo ma che le vecchie canzoni della “Strana Officina”, vere pietre miliari dell’heavy metal italiano venissero riproposte in un album con l’audio migliore di qualità rispetto a quelli registrati negli anni ‘80!
Album che consiglio agli amanti di questa band e a tutti gli amanti del metal classico, questa band italiana non ha proprio nulla da invidiare a band come Iron Maiden e Motorhead.

Voto: 9

Pax (Antonluigi Pecchia)
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