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Reviews - Slayer
:: Slayer - God Hates Us All - (Def American - 2001)
È diventata ormai impresa ardua per il sottoscritto esprimere un giudizio al nuovo lavoro griffato Slayer, perchè se da un lato c’è la consapevolezza di tener conto della grande importanza storico-artistica che questa band ricopre, d’altra parte c’è l’imprescindibile necessità di dover comunque dare un commento equo ed il maggior modo possibile imparziale ed obiettivo.
Da ciò non nascondo la passione che ho avuto per Araya e soci fin da ragazzino, ma per questo motivo non starò a uscirmene con frasi del tipo “gli Slayer sono e resteranno sempre gli Slayer” oppure “gli Slayer non sbaglieranno mai un colpo”, oppure ancora che “God Hates... è un album in pieno stile Slayer dei tempi... (e poi se mi va, lo paragono ad un Reign In Blood o South of Heaven)”.
Questo no!!!! Poichè se la mettiamo in termini di paragone, sappiamo benissimo che la band in questione non ha mai applicato la politica del “facciamo un album uguale all’altro” e ha intrapreso una strada certamente coerente, ma anche più difficile e coraggiosa rispetto ad altre bands che se mai si sono vendute modificando il proprio sound a favore di radio e classifiche, o magari facendo albums-fotocopia (ben vengano lavori tradizionalisti, benchè non siano prese per i fondelli).
God Hates.... è un album che innanzi tutto deve essere ascoltato sotto la giusta prospettiva ed accettato con i suoi pregi (pochi) e difetti (molti).
Caratterizzato da rilevanti spunti di ispirazione hardcore, per cui i quattro non hanno mai nascosto la propria passione (chi non ricorda Undisputed Attitude o il side-project hardcore-demenziale “Papsmear” di Hanneman e Rocky George?), da suoi riferimenti puramente modernisti, capaci di ridicolizzare qualsiasi proposta venga dai gruppetti del cosiddetto “new metal”, dai vocalizzi di Araya (ancora una volta, maledettamente filtrati) all’altezza di uno schizzato venditore urlante di mercato rionale e da qualche assolo di chitarra buttato giù per caso, quasi per sbaglio; questo disco di sicuro potrà non piacere a molti.
Gli Slayer di oggi sono stilisticamente meno immediati che in passato ed in questo episodio, che nonostante trasudi odio da tutti i pori e “violenza” a iosa, risultano meno creativi e personali del solito.
Non è tutto da buttare, alcune cose buone ci sono, ma personalmente avrei ridotto la scaletta dei pezzi almeno a dieci eliminando brani inutili.
Questo è un album da prendere o lasciare, ma non da giudicare al primo ascolto.

R
:: Slayer - Reign in blood - (Def jam - 1986)
Lo so che recensire un album come Reign in Blood appare quanto mai superfluo, dopotutto chi non ha mai ascoltato (o come minimo sentito parlare) ed adora tutt\' oggi, a distanza di una quindicina d\'anni, il capolavoro assoluto del combo di Los Angeles.
Tuttavia e anche doveroso soffermarsi sul fatto che, alla luce di quanto proposto dai quattro negli ultimi anni non si può non notare una certa divergenza di pensiero, anche se minimale, tra i loro sostenitori più accaniti.
A partire da Divine Intervention ad oggi con il nuovissimo God Hates Us All, gli Slayer sono stati oggetto di discussione, tra giudizi contrastanti, avvolte frettolosi e direi in alcune occasioni, decisamente fuori luogo; proprio su questi ultimi, stenderei un velo pietoso, auto censurandomi per... ovvie ragioni di tempo e di spazio.
Assolutamente resistente all\'usura del riascolto, assolutamente ancora attuale, Reign in Blood racchiude in se tutto quello che un album di metal estremo dovrebbe contenere.
Pubblicato dalla controversa Def Jam (più tardi Def American) e prodotto dal leggendario Rick Rubin (da qui in poi producer con gli Slayer di mega successi come South of Heaven o Seasons in the Abyss), Reign in Blood si avvale di una registrazione nitida ed una velocità di esecuzione impressionante oltre che devastante.
In effetti a livello di produzione e capacità esecutiva, quest\' album è di un livell stratosferico rispetto alla concorrenza dell\'epoca, spazzando via tutto quello che veniva considerato estremo (thrash, black, ecc...) e rimanendo per lunghi anni, forse fino ad oggi, come episodio unico ed inarrivabile.
I quattro ragazzi osano e danno il massimo delle loro potenzialità: Dave Lombardo oltre a mostrare tutto il suo talento, può usufruire finalmente di un sound migliore e messo ben in evidenza, la voce di Araya è ben impostata, le chitarre dell\'accoppiata Hanneman - King (veri artefici dell\'intero capolavoro) mai stati così veloci, precise, affiatate ed incisive.
Nell\'arco dei soli ventotto minuti circa di durata, si susseguono brani che rimarrà nella storia non solo degli Slayer ma dell\'Heavy metal tutto: chi non ricorda a memoria il refrain di \"Angel of Death\" o il \"tempestoso\" inizio di \"Raining Blood\" o di vortici furiosi come \"Criminally Insane\", \"Necrophobic\", \"Epidemic\"............. Non un attimo di tregua!
Tutti i brani con testi oltraggiosi che attirarono le ire di politici bacchettoni ed associazioni moraliste, portando il gruppo al centro delle cronache (soprattutto per \"Angel of Death\").
Che dire, qui la retorica è forse scontata per un album generazionale, che in fin dei conti ha mutato la sorte di molti metal kids, ha influenzato migliaia di bands, così perfetto che non lo si può paragonare a nessun altro disco attuale o datato che sia, ed è soprattutto un episodio che sotto stessa ammissione degli autori, difficilmente ripetibile, quasi impossibile come tutte le cose \"uniche\" del resto.
Sarà stato solo un caso se ho recensito Reign in Blood subito dopo aver ascoltato God Hates???

R
:: Slayer - Repentless - (Nuclear Blast - 2015)
Ebbene sì, sono giunto anche al primo disco degli Slayer da recensire e vi assicuro che questa volta vorrei tanto risparmiarvi il consueto cappelletto, ma non posso. Casomai gli Slayer dovessero uscirsene con un nuovo disco dopo questo “Repentless”, un giorno o l’altro, mi pentirei di non aver scritto certe cose in apertura. L’importanza che per me il quartetto di Huntington Park ha rivestito è immensa, e travalica anche i consueti meriti che vengono attribuiti a King e soci: gli Slayer rappresentano l’esempio supremo di come costruire atmosfere agghiaccianti partendo da elementi primordiali e sostanzialmente semplici, quali sono quelli forniti dal thrash di cui la band è tra i padri fondatori, e per cui rappresenta un marchio di fabbrica indissolubile dal monicker stesso. Per intenderci, l’atmosfera caratteristica del quartetto corre sia sul filo della velocità estrema che caratterizzava l’intero “Reign In Blood” che su quello degli arpeggi efficaci e scarni di pezzi come “Spill The Blood”, “Seasons In The Abyss” e via dicendo. Che poi, citazione dopo citazione, si vada a finire sempre sui pezzi composti dal compianto Jeff Hanneman è tutto dire, ma non è il nocciolo della questione. Non è l’unico, almeno. C’era un tempo in cui quasi ogni album della band segnava un livello di svolta, positivo o negativo che sia. Era successo con tutti i primi dischi, con l’avvicendamento dietro le pelli di “Divine Intervention” e persino con “Diabolus In Musica”, che personalmente considero l’ultimo disco davvero degno del blasonato nome che porta in copertina. Ora invece l’imperativo sembra essere quello di adagiarsi, di farlo proprio su quegli allori sudati e costruiti foglia dopo foglia, ed è un discorso valido anche per i dischi precedenti alla dipartita del biondo membro fondatore. È davvero una formula vincente e pro-fans? Chi può dirlo, certo è che su questo “Repentless” la cosa che colpisce di più in negativo non è tanto il compitino di aderenza stilistica a se stessi, quanto l’assenza di tracks davvero memorabili. Prendiamo “Seasons In The Abyss”, che molti critici da salotto amano definire “disco fotocopia” del precedente: contiene pur sempre pezzi come “War Ensemble”, “Blood Red”, “Skeletons Of Society” (cito a caso, tanto è facile pescare bene in dischi così), per non parlare della mastodontica e succitata title track. Lo vedete bene, non c’è storia. D’altronde, dopo lo scivolone di “God Hates Us All” e la ripresa con arroccamento conservativo dei due dischi successivi non c’era da aspettarsi molto di più, anche se era lecito chiedere qualcosa di diverso ad una band che ha costruito la propria fama su elementi di rinnovamento non tanto del proprio sound quanto di un intero genere e di un modo di intendere i confini della musica estrema. E a proposito, chissà se in futuro la musica cambierebbe se a Gary Holt venisse data maggiore libertà e voce in capitolo a livello compositivo. Non dico una svolta radicale, il tempo di cambiare in meglio. Ma è pur vero che il ragazzo ha i suoi Exodus, che a quanto sembra stanno vivendo l’ennesima stagione di freschezza compositiva, e dunque può vedere il prestigioso impiego a Huntington Park come una fonte di visibilità e divertimento più che come un impegno al 100%; senza contare il fatto che i senatori Araya e King sono rimasti i custodi indiscussi delle chiavi della Slaytanic Wehrmacht e che dunque tutto dovrebbe presumibilmente passare attraverso il loro stretto vaglio. E dunque? Leggendo tra le righe (e citando volentieri un altro loro intramontabile classico) è evidente come “Repentless” non è affatto inascoltabile, anzi: qualunque estimatore – specie dell’ultima ora – non potrà storcere completamente il naso dinanzi alla potenza di fuoco dell’intro “Delusions Of Saviour”, della title track, animata dal sapore di quella rabbia espressa al massimo sin dal 1994, o di “Take Control”, episodio che beneficia di quelle quadrature del cerchio tipiche dell’epoca di “Hell Awaits” e supportate dal 4/4 tanto caro a Kerry King. Si prosegue rilevando la presenza di una serie di riff interessanti su “Vices” e archiviando come non malaccio “Cast The First Stone”, anche se si perde un po’ nel ritornello, mentre “When The Stillness Comes” – costruita sulla falsariga di “Divine Intervention” – ha il dubbio pregio di tenere l’ascoltatore sotto scacco per più di quattro minuti in attesa di qualcosa che non accade mai, sprecando così l’ottimo potenziale presente nell’arpeggio. Meglio non avventurarsi nella seconda parte, ma se proprio ci tenete… troviamo qui uno scampolo di melodia vocale sugli interessanti riff di “Piano Wire” (l’ultimo lascito di Hanneman a quanto pare, e si sente), i tre minuti scarsi di “Atrocity Vendor”, un pezzo che sembra lunghissimo già così, il collage informe di riff che compone “You Against You” e il quasi-plagio di “Electric Funeral” presente sulla conclusiva “Pride In Prejudice”, una track che magari composta a fine anni ‘90 avrebbe probabilmente goduto di una maggiore ispirazione nel suo intento sperimentale. Neanche a dirlo, gli elementi più interessanti sono costituiti dalla presenza di Holt e dal ritorno di Bostaph dietro le pelli, che si fa sentire in tutta la sua potenza proprio nel finale del disco. Insomma, un album accettabile e nulla più, uno di quei giudizi che vanno bene per assicurare la sufficienza piena alle band emergenti ma che per gli Slayer suonano come una bocciatura bella e buona, al di là dell’indicativo voto numerico. Come già accennavo in apertura, il problema è che dischi come “Christ Illusion”, “World Painted Blood” e quest’ultimo sembrano fatti un po’ troppo con lo stampino, nel bene e soprattutto nel male… in altre parole, come cura alla ripetitività non ci sono Lombardo o Hanneman che tengano: lo sanno loro, lo sapete anche voi.
Voto: 6/10
Francesco Faniello

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