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Reviews - Signs Preyer
:: Signs Preyer - Mammoth Disorder - (Buil2Kill Records - 2015)
I Signs Preyer festeggiano la decima candelina sulla torta regalandosi un nuovo album, il secondo della propria carriera (l’omonimo debutto risale al 2012 per la Red Cat Records). La formula è quella che comunemente viene definita, da chi se ne intende, southern metal, quindi riffoni e groove a palate. Dai COC ai Metallica di Load-Reload, fino a un certo grunge più catramoso di scuola Alice In Chains oppure, perché no, agli Anthrax epoca Bush. In pratica, una sorta di condensato del metallo di metà anni 90. Non v’aspettate quindi velocità stratosferiche, Mammoth Disorder è come la goccia che corrode la roccia, lavora piano, ma lavora. Vi troverete a portare il tempo col capoccione lungocrinito e manco ve ne sarete accorti. Se le chitarra è l’elemento su cui l’opera si regge, il vero lavoro sporco lo fa la sezione ritmica che garantisce ai pezzi la cadenza da passo di mammut richiamato nel titolo. Un disco compatto, con poche crepe, che tra una citazione e l’altra a band più o meno note, regala spunti interessanti come “It Comes Back Real, Pt. 2” (posta in apertura), “I Want a Big Black Mama” e la conclusiva “Damned”. Pur evidenziando come nessuno degli otto pezzi risulti alla fine memorabile, va anche detto, però, che sono costruiti bene, con il giusto equilibrio tra melodia e potenza, e che potrebbero far breccia anche nei cuori di chi normalmente non ascolta musica pesante, perché MD riesce a distillare manciate di cattiveria, senza però mai risultare eccessivo. Un buon secondo passo (pesante) che può rappresentare un trampolino di lancio per il fatidico terzo album, notoriamente quello decisivo per le sorti di un gruppo.
Voto: 6,5/10
g.f.cassatella

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