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Reviews - Sepultura
:: Sepultura - A-Lex - (SPV – 2009)
Era dai tempi di Against (1998) che non c’era tanta curiosità intorno a un nuovo album dei Sepultura. Se all’epoca i fan si domandavano come sarebbero stati i Sep del dopo Max Cavallera, per A-Lex l’interrogativo non varia di molto: come sono i brasiliani senza l’altro Cavallera? A scanso di equivoci, dico subito che A-Lex è un grandissimo disco. Ritengo Roots un album straordinario, ma per me i due capolavori dei brasiliani sono Beneath The Remains e Arise. Bene, A-Lex mi ha riportato dritto dritto a quei tempi, quando i Sepultura erano i padroni incontrastati del panorama thrash\\\\death. A sostituire il defezionario Igor è stato chiamato dietro le pelli Jean Dollabella, che a parte il cognome da mucca della Disney, non fa rimpiangere il suo predecessore. Che gli attuali Sep non abbiano dimenticato il vecchio drummer, è chiaro sin dal titolo (anche se ufficialmente significa senza legge in russo…), ma sono andati dritti per la propria strada proponendo una rilettura del classico di Burgess Arancia Meccanica. Fedele a quel capolavoro della letteratura il disco dei brasiliani è violento, massiccio e fa male, come di rado capitava agli ultimi capitoli discografici del combo sud americano. I lavoro di chitarra di Andreas Kisser, ormai indiscusso leader, è fenomenale nel suo essere acido, abrasivo e fastidioso. 60 minuti di Sepultura che non si sentivano da un pezzo, ma anche frangenti inediti tipo “Ludwig Van”, rilettura dei classici beethoviani. Non fatevi sfuggire A-Lex, primo vero botto di questo 2009.
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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:: Sepultura - Machine Messiah - (Nuclear Blast - 2017)
“Scordiamoci il passato….”, e scordiamoci Max e Igor Cavalera; ve lo dice uno nato con i primi Sepu che ha adorato tutti i dischi fino a “Roots”. Questo è l’album (il quattordicesimo della loro carriera) della vera rinascita dei nostri, capaci di sfornare un disco molto interessante, stimolante, moderno, attuale, con produzione cristallina e forse il migliore dopo Chaos A.D. “Machine Messiah” è addirittura eccellente, caratterizzato da molta varietà nella composizione e da un ottimo livello strumentale con canzoni mai prolisse (vero, Metallica?) a cui non manca niente con invenzioni tribali, thrash/death furioso, groove pesante, djent controllato, ed un cantato, mai come adesso, alla ricerca di nuova intensità e qualche clean vocal soprattutto nella traccia d’apertura, che dà il titolo all’album, in cui il lento intercedere si dipana travolgendo la mente fino al refrain molto incisivo con un’intro alla Dream Theater. Poi vi sono due sfuriate thrash/death, “I Am The Enemy”, e “Vandals Nest” che spingono molto sull’acceleratore con Eloy Casagrande dietro le pelli che non fa rimpiangere nessuno. Prendendo ad esempio un brano come “Phantom Self” e la sua miscela tra aggressività e tastiere in evidenza dal timbro orientaleggiante capiremo la voglia di un’evoluzione marcata e ben accetta in un contesto moderno. “Alethea” ne continua il discorso con un tappeto ritmico melodico nu metal che sfocia in assoli simil jazz dal sapore quasi progressive. Arriviamo al capolavoro del disco con un Kisser che fa vedere a tutti i nuovi pivellini di che pasta sia fatto; la strumentale “Iceberg Dances” che raggruppa ogni influenza e ogni originalità del gruppo. Da applausi l’esplosione malinconica della chitarra classica così come i passaggi di Hammond da urlo. In “Sworn Oath” abbiamo anche qui una canzone cadenzata con tastiere in bella evidenza che fanno da tappeto a dei riff grassi e groove molto interessanti. Altre due canzoni, “Resistant Parasites” e “Silent Violence”, violente ma controllate con riff vorticosi e tecnici, assumono quasi la volontà dei nostri di dire che sì, siamo diversi, ma rimaniamo incazzati e tosti. L’ultima canzone in lizza è una superba “Cyber God” con il suo magniloquente messaggio e cadenzato avanzamento, con clean vocal, scream e growl all’altezza in un turbinio di caos organizzato e melodico dal sapore cibernetico. Forse l’anima dei “veri” Sepultura risiede oggi nei Soulfly di Max Cavalera o nei progetti paralleli di Igor, però i Sepultura di oggi sono una band formata da ottimi musicisti, con anni di esperienza alle spalle e molto ancora da dare. Molti affermano che la soluzione migliore sarebbe lo scioglimento, tirando le somme ci si accorge invece che non sempre la succitata anima in quanto spirito musicale è la migliore soluzione, ma che anche con il cuore, la grinta, la tecnica e l’evoluzione musicale alle volte si riesce a sopperire all’eterno conflitto tra il vecchio e il nuovo. I Sepu vanno giudicati semplicemente per quello che sono, fuori dal contesto della storia di una band che è rinata (ma in pratica rifondata, sebbene porti lo stesso nome) più volte e che con questo album dimostra una splendida forma.
Voto: 8/10
Daniele Mugnai

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:: Sepultura - Roorback - (SPV - 2003)
Se mai qualcuno, almeno lontanamente, avesse pensato che con Roorback i Sepultura fossero tornati a sonorità più consone al loro status ovvero di grande band che in un ormai dimenticato passato ha generato lavori del calibro di Beneath The Remains o Arise,… beh si sbaglia di grosso.
Evidentemente il combo sudamericano non sfugge alla legge del “non c’è due senza tre”, che in questo caso ci sta tutta ed ovviamente ogni riferimento ai due flop precedenti (Against e Nation) non è casuale.
Un parto difficile quello di Roorback, sviluppatosi intorno alle grane legate alla precaria situazione contrattuale dei nostri, poi risolta fortunatamente (per loro) grazie alla tedesca SPV, la quale può contare oggi su di un grosso nome…si, proprio un grosso nome, ecco ciò che è rimasto dei Sepultura, poiché quest’ultimo album è la chiara testimonianza di una band che sta perdendo visibilmente quota e che stenta a ritrovare una propria identità.
Un dozzinale e mediocre mix tra hardcore e nu metal (naturalmente con qualche riff rubato dalle vecchie cose) a tratti “palloso” e senza particolari sussulti, questo è Roorback, di cui nessuna traccia può essere degna di menzione, anzi, forse una c’è, ovvero “Bullet The Blue Sky” che guarda caso è una cover...
Che dire, è per me un dolore parlare male di una band che almeno fino a Roots reputavo tra le mie preferite, ma a cotanta inversione di tendenza e tengo a precisare che rispetto le decisioni di qualsiasi artista, sarebbe stato meglio per tutti che Against, Nation e Roorback fossero usciti sotto altro moniker.

R
:: Sepultura - Schizophrenia / Beneath the remains - (Cogumelo - 1987 / Roadrunner - 1989)
Che i Sepultura fossero stati sepolti (e scusate il gioco di parole) da quei due album o meglio chiamarli esperimenti tribali, questo lo sanno anche i muri e come se non bastasse anche la dipartita di Max Cavalera non ha fatto altro che rendere la situazione più penosa. Tuttavia, se da una parte c’è per me il crollo di un mito, dall’altra c’è la consolazione che i nostri quattro brasiliani ci hanno lasciato una manciata di ottimo lavori, che dall’ “acerbo” Morbid Visions al già tendenzioso Chaos A.D., restano tra i più gettonati sul mio giradischi. Di sicuro il periodo più importante della loro carriera, non inteso come successo commerciale (vedi Roots), è rappresentato dallo stupendo trittico “Schizophrenia – Beneath the remains – Arise”. Se con quest’ ultimo lavoro si arriva all’ apice della loro creatività, con gli altri due, troviamo dei Sepultura in piena crescita stilistica e personale. Schiziphrenia, uscito inizialmente per la brasiliana Cogumelo Records per poi essere ristampato dalla RoadRunner per ben due volte con bonus tracks (1990 – Troops of doom new version 1997 – 1 demo version + 2 remix), vede l’ esordio di Andreas Kisser alla chitarra al posto di Jairo T. e ciò permette al combo carioca di guadagnare in qualità. Rispetto al predecessore Morbid Visions, qui troviamo maggiore lucidità d’ esecuzione e brani meglio strutturati come “To the wall” e “Screams behind the shadows”, mentre di sicuro impatto sono “Escape to the void”, “Septic schizo” e “R.I.P.” (rest in pain), dal tipico stampo death metal anni ’80. Ovviamente influenze Slayer/Possessed si fanno sentire, ma non guastano più di tanto. La prova del nove dei Sepultura, arriva due anni più tardi, poiché approdando in Florida negli studi del mega-tecnico Scott Burns, i nostri danno grande prova di se, sgrezzando il loro sound e mettendo in mostra tutta la loro abilità dimostrando di essere quasi alla pari con i mostri del metal estremo. In Beneath the remains ci sono brani intramontabili, che ancora oggi spaccherebbero le ossa in concerti live: le classiche “Inner self”, “Mass hypnosis” e la title – track, forse ce le ricordiamo tutti, ma andarsi a riascoltare “Lobotomy” , “Hungry” e “Slaves of pain”, vi assicuro che dopo 11 anni, martellano ancora.
Momento intenso del disco si ha in “Stronger than hate”, che vede la presenza di illustri special guest in un Lp che ha il pregio di non annoiare minimamente e già questo è tanto.Questa è la giusta consacrazioneai Sepultura, questi sono i Sepultura.

R
:: Sepultura - The Mediator Between Head And Hands Must Be The Heart - (Nuclear Blast - 2013)
Non vi nascondo la mia diffidenza iniziale nel recensire il nuovo album dei Sepultura. Dopo un’adolescenza che ha beneficiato della colonna sonora dei contemporanei “Chaos AD” e “Roots” insieme alla riscoperta dei vecchi classici (con “Arise” sul piedistallo), l’uscita di “Against” e il clamore mediatico intorno all’epocale split tra Max Cavalera e i suoi ex soci avevano progressivamente lasciato spazio al mio disinteresse per le sorti dei quattro originari di Belo Horizonte. Premesso che né i Soulfly né i Cavalera Conspiracy abbiano rappresentato maggiore attrattiva, avevo sentito parlare delle mirabolanti performances live di Derrick Green (soprattutto sui classici dell’epoca thrash/death), e non mi erano sfuggiti alcuni interessanti titoli dei dischi pubblicati con il singer statunitense, pur serbando un ricordo alquanto incolore del polpettone “Against”. Le recenti dichiarazioni di Mr. Cavalera (intanto raggiunto in formazione dall’altro fratello) e la strenua difesa del “nuovo corso” da parte di Andreas Kisser mi avevano però molto incuriosito. Innata simpatia per i più deboli? In effetti, non si capisce affatto in quanti siano rimasti a seguirli, ma i Sepultura di oggi sono un gruppo vero e questo disco ne è sicura testimonianza. Un titolo che si candida allo scioglilingua dell’anno cela in realtà l’intento descrittivo e di ispirazione letteraria che sembra sia diventato il leitmotiv degli ultimi lavori del gruppo. Questa volta i quattro si ispirano addirittura a “Metropolis”, il capolavoro del cinema anni ‘20 di Fritz Lang, per fornire la propria personalissima testimonianza sullo scenario meccanizzato e spersonalizzato dei giorni nostri. Se l’iniziale “Trauma Of War” è pregna della furia iconoclasta che ispira da sempre l’operato della band, è con la successiva “The Vatican” che fanno capolino una serie di serrate sfuriate figlie dei gloriosi contributi anni ‘80, il tutto coronato da alternanze di passaggi lisergici che mettono subito in chiaro il carattere a cupe tinte delle atmosfere create. Anche se l’ascolto restituisce quella ben nota e quasi inevitabile sensazione di monolitico, tanti sono i momenti interessanti del disco: il feeling di “The Age of the Atheist” ricorda da vicino i Voivod di “Negatron”, mentre “Manipulation Of Tragedy” e “The Bliss of Ignorants” mischiano sapientemente gli intenti tribali a quel gusto per la melodia acida che è da sempre marchio di fabbrica di Andreas Kisser. Non mancano certo gli episodi di “nuovo corso”, come l’incedere cadenzato di “Tsunami” che ci ricorda come siamo dinanzi ai veri e propri pionieri di più forme di crossover, e l’ultima, tribalissima traccia “Da Lama Ao Caos”, un po’ la “Ratamahatta” del disco (anche se – lo confesso – mi sarei aspettato Max che da un momento all’altro fa capolino per il controcanto…. vezzi di gioventù perdonabili, cari signori!). Personalmente tuttavia, la migliore fotografia dei Sepultura del 2013 resta la lenta e sofferta evocazione di “Grief”, una bomba che non ha fretta di esplodere per ricordarci infine quanto possa essere letale il colpo del combo carioca. Episodi come questo fanno ben sperare in un presente e un futuro scrollato della pesante eredità, anche a livello affettivo, che Kisser e soci si portano addosso. Ascolto consigliatissimo.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Sepultura - Under A Pale Grey Sky - (Roadrunner - 2002)
Credo che la Roadrunner non sia stata proprio delicata nei confronti dei Sepultura, infatti dopo averli “scaricati” rilascia questa testimonianza postuma, anche se c’è da dire che il livello qualitativo dell’intera operazione è ottimo.
L’album live era in effetti l’unico tassello che mancava alla discografia ufficiale del combo carioca, ed il fatto che sia postumo, ossia risalente alla tournèe di Roots (1996), la dice lunga sul malcontento che si sarebbe venuto a creare dopo la problematica dipartita di Max Cavaliera prima, e le successive bufale (vedi Against e Nation) dopo, con i conseguenti danni commerciali subiti dalla major. A questo punto, deve essere stato logico per i boss della Roadrunner pubblicare del “vecchio” materiale per rifarsi dei guadagni e, perché no, anche per accontentare quella folta schiera di fans, che da lungo tempo ha subito “mezze” delusioni.
Ed ecco qui, racchiuso in un doppio CD, un incandescente show registrato alla Brixton Academy di Londra il 16 Dicembre del ’96 (se non sbaglio l’ultimo concerto con Max alla voce…).
La tracklist è da infarto ed impedibile; dovrei elencare forse tutti i titoli ma vi assicuro che in quasi due ore di musica c’è veramente il meglio, ripescato dal primo Morbid Visions all’ultimo (per l’epoca) Roots, più delle cover songs come le classiche “Policia” dei brasiliani Titas, “Orgasmatron” ed una sorprendente “We Gotta Know” dei Cro-Mags.
La resa sonora è ottima ed i Seps, nonostante siano vicini allo split dal loro carismatico leader, offrono una prestazione ad altissimo livello.
Per chi ha amato le precedenti produzioni di questo gruppo, l’acquisto di questo live è d’obbligo.

R
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