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Reviews - Scorpion Child
:: Scorpion Child - Acid Roulette - (Nuclear Blast - 2016)
Allora, il contesto è semplice. Prendiamo una band che ha beneficiato al massimo dall’ondata di retro rock che c’è in giro, la cui spinta propulsiva è tuttora garantita da Blues Pills e soci, con la Nuclear Blast a tirare i fili, almeno dal punto di vista della produzione. Mettiamo che si siano stancati dell’etichetta tout court, di avere onnipresente sul piatto la preziosa collezione dei vinili dei Led Zeppelin e quant’altro. Il risultato? Questo “Acid Roulette”, che giunge a tre anni dall’omonimo debutto. Il responso? Quasi un’ora di musica con tredici tracce che generalmente si attestano su livelli discreti, ma che non fanno gridare all’evoluzione stilistica neanche per scherzo. Sì, perché i texani sdoganano volentieri lo stoner nel loro sound, abbracciando suoni più moderni e soluzioni di allargamento dei propri orizzonti, ma lo fanno secondo schemi già impiegati da più di un gruppo in passato. In tutto questo, resta fermo il jolly delle vocals di Aryn Jonathan Black, che riportano il tutto alla dimensione zeppeliniana conferendo al disco quella credibilità che altrimenti andrebbe persa. E tuttavia, se anche lui smettesse i panni Plant/Coverdale sarebbe un personaggio in cerca d’autore, poiché la formula caleidoscopica proposta su “Acid Roulette” ha un solo, grande difetto: manca di coerenza. E dire che un’opener schiacciasassi come “She Sings I Kill” faceva ben sperare, salvo sciogliere immediatamente il potenziale del combo con “Reaper’s Danse”, un brano a propulsione Metallica (sì, proprio quella dei Four Horsemen: ascoltate per credere!). È chiaro come il periodo di riferimento per questo “restyling” siano gli anni ’90, ma si tratta di un cambio troppo repentino per risultare anche gradevole (e coerente, soprattutto… e non parlo qui di coerenza tra i dischi, ma tra i brani!): “Winter Side Of Deranged” sembrano i Kyuss rivisti sotto le lenti del retro rock, mentre “Twilight Coven” ci riporta alla memoria i Kiss (no, non è un errore di battitura…) e lo sleaze rock, mescolato con un po’ di quel funk tipico dei Deep Purple Mark III e IV; se poi “Blind Man’s Shine” riporta il tutto sui rassicuranti lidi del debutto, lo fa con un sin troppo evidente (quanto scontato) riferimento a “Come Together” dei Fab Four, e lo stesso meccanismo inficia “Tower Grove”, che ha l’aspetto di una qualunque outtake dei Rainbow. In sé, questi pezzi non sono neanche brutti, ma lasciano poco e niente il segno, e da una band con alle spalle un buon debutto e una serie di tour è lecito aspettarsi altro rispetto all’incedere “disco” di “Moon Tension” (un pezzo che fa il verso a “Psycho Killer” dei Talking Heads!) o rispetto alla coda di “Might Be Your Man”, che sarebbe stata sagace in un altro contesto e così risulta sin troppo ridondante. Ecco: “Acid Roulette” è sin troppo lungo, e la band avrebbe fatto meglio a tirar fuori un disco con meno pezzi, ma più focus su quelle che sono le vere punte di diamante: oltre all’opener, il riffing roccioso di “My Woman In Black”, memore dei Sabbath dei primi anni ’80, la pura trance vicina al soul della title track e soprattutto “Survives”, con un taglio art rock che chiama in causa sia il Cornell solista che i Porcupine Tree, dimostrando tra l’altro la capacità del singer di essere meno monodirezionale, all’occorrenza. Capisco che il concept su cui si basano i testi aveva bisogno di essere dipanato su una simile durata, ma spero che la band riesca a rimettersi su quei binari di freschezza (e spontaneità, perché no) che caratterizzavano il debutto. Pena il dimenticatoio, progressivo ma inesorabile.
Voto: 5/10
Francesco Faniello

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:: Scorpion Child - Scorpion Child - (Nuclear Blast - 2013)
C’è probabilmente una regola fissa che scandisce la formazione dei gruppi e soprattutto la scelta della loro direzione musicale. Avete tra voi uno sconvoltone che si sballa da mane a sera? Cosa fate? Stoner, ovvio. Un tastierista polipone in fissa con l’elettronica? Se vi va bene, un progetto ultramoderno, se no... vada per i nuovi cloni degli ELP. E che fare se avete un singer dall’ugola plantiana e dalla delicatezza mitteleuropea che sfocia nella passione spasmodica per il kraut rock? Beh ovvio, diventate gli Scorpion Child. La mia citazione “mitteleuropea” risente soprattutto del monicker scelto dai cinque americani, direi… e comunque sia, a citare i maestri di Hannover si pensa male, ma non si sbaglia. Certo è che le influenze degli Scorpion Child sono chiaramente focalizzate verso quella frangia “sognante” e solare dell’hard’n’heavy che discende direttamente dai Led Zeppelin o dai tanto citati Wolfmother (… che poi, cos’avranno fatto di male i Wolfmother? Forse la loro unica colpa è stata di aver portato avanti la bandiera del retro-rock in tempi non sospetti, e con un filo di risonanza mediatica in meno rispetto a quella di cui hanno goduto i britannici The Darkness…). Ma torniamo al quintetto di Austin, senza divagare oltre. L’ugola plantiana, dicevamo, c’è e risponde al nome di Aryn Jonathan Black; indiscusso perno della band, disegna le sue melodie su un roccioso background assicurato dalle due chitarre e da una sezione ritmica precisa e articolata. C’è da dire che l’attuale percezione del suono zeppeliniano porta lo stesso su coordinate più vicine all’hard rock classico di quanto gli stessi precursori volessero all’epoca, ma anche questa non è una novità. I brani di punta sono posti all’inizio della tracklist: l’opener “Kings Highway” rincorre il sound “puro” degli Zeppelin di metà seventies, mentre “Polygon Of Eyes” è costruita su quei tempi stoppati che vi riporteranno direttamente sui massi di “Houses Of The Holy”, con in più un deciso flavour Rainbow nelle cavalcate. “Liquor” ricorda l’ultimo periodo dei quattro sognatori (“Presence”, per intenderci) con in più quella vena malinconica di cui è permeata la produzione solista di Page; una delle mie preferite, senz’altro. La band si muove con maestria persino sulle “dolci” atmosfere di “Antioch”, e nei cori al limite del pomp rock di “In The Arms Of Ecstasy”, sino a firmare l’immancabile brano conclusivo, i cui tredici minuti e più si aprono nello stile dei Led Zeppelin più evocativi (e qui “Ramble On” e “Thank You” affiorano alla memoria) per poi nascondere una traccia fantasma. Forse il brano migliore è “Salvation Slave”, per la sua capacità di scrollarsi di dosso l’ombra degli onnipresenti padri putativi (anche a costo di perdere un po’ di attrattiva “catchy” nelle linee vocali proposte), citando addirittura il grunge nel riffing e mettendo in evidenza le capacità melodiche dell’axeman Christopher Jay Cowart nell’evoluzione centrale. Disco gradevole, in sostanza, che ci mostra la fotografia di una band che pur non inventando nulla di nuovo porta a casa un risultato discreto su coordinate note. D’altronde, gli Scorpion Child suonano per passione, e si sente: sta a voi decidere quanto condividere o meno la loro indefessa passione per un suono datato, ma immortale.
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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