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Reviews - Ru Fus
:: Ru Fus - In Fabula - (Ghost Label Record/Crashsound Distribution - 2016)
Ok, lo ammetto… sin dall’uscita del primo comunicato riguardante il nuovo disco di Ru Fus mi sono flippato un sacco di tempo soprattutto sull’assonanza tra l’adagio “lupus in fabula” e l’accoppiata monicker/nome del disco. La mossa successiva è stata quella di contemplarne la geniale copertina, con un ecomostro memore di maggior gloria (simile a certi presunti alberghi “a venire” degli anni 80, mai completati per l’avvento dei B&B) posto nel bel mezzo di un bosco, a mo’ di casa della nonna di Cappuccetto Rosso. Insomma, fantastica tu che fantastico io, il tasto play faticava ad essere premuto. Alla buon ora, adesso sto ascoltando “In Fabula” a ripetizione, ed è ovviamente un buon segno. Rispetto al precedente, omonimo disco, l’evoluzione è evidente e emerge sopratutto in una tracklist meglio focalizzata e più organica, con i consueti richiami ai vari filoni del grunge che però hanno meno i connotati del caleidoscopio e più quelli di una linea definita e coerente. Esempio di questa evoluzione è l’opener “Around My Brain”, il cui incipit ha il sapore lisergico dei Soundgarden pre-Badmotorfinger per poi aprire ad una sfuriata centrale dallo stile quasi “italiano” (Afterhours e soci sono chiamati in causa). Niente paura, la bussola di Valente e soci resta inequivocabilmente orientata verso gli States, ed è in questa chiave che vanno lette la bordata in stile Nirvana di “In Utero” di “Enigma”, il metal acido in salsa di Seattle di “Chemical Shower” ed “Evolve”, in cui il cantato ricorda una versione se possibile ancor più psichedelica dei vari Staley o Cornell, o ancora pezzi come “Remember Grace” e “Help Me”, dotati di quella freschezza tipica di gente del calibro degli Screaming Trees, con quei coretti memori di certo HC emozionale in stile Kina/Husker Du che non guasta mai. In sostanza, “In Fabula” è un disco variegato ma legato a capisaldi ben più solidi che in passato, non privo di interessanti chicche come gli arpeggi sbilenchi di “Oblivion” o lo stile cangiante di “Pacciani”, il cui fuzz ricorda da vicino i Faith No More di “King for a Day”, con un’alienazione che la rende uno dei momenti più interessanti del disco. Ovvio che, se siete tra quelli per cui gli anni ’90 sono solo una decade scialba e priva di reali miti, capirete poco questo disco, che ha come pregio e difetto insieme quello di essere invece perfettamente comprensibile (esclusivamente) alle orecchie di chi una certa epoca l’ha vissuta appieno. Gli altri ci possono provare, chissà che non trovino in quest’album la chiave di accesso ad un periodo che per alcuni ha rappresentato catarsi, per altri il nuovo che avanzava, per altri semplicemente la colonna sonora della propria adolescenza. Indovinate in quale categoria mi colloco io?
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Ru Fus - Ru Fus - (Ghost Record Label - 2015)
Ru-fi-o, Ru-fi-o, così recitava la combriccola dei bimbi sperduti in una celebre scena di “Hook” dell’indimenticato Robin Williams. Grande ricordo, che non ho potuto fare a meno di associare al monicker del progetto solista di Emiliano Valente, Ru Fus. Come si sarebbe detto una volta, quella di Valente è una vita spesa per la musica, dato il suo transito come bassista e chitarrista in importanti formazioni punk/alternative quali Zen Circus (di cui è stato colonna portante sin da quando si chiamavano ancora Zen) nonché Ganzi & Rozzi e The Bugz; giunge ora il momento del disco solista, in cui il Nostro può esprimere appieno le proprie idee musicali, senza passare attraverso il filtro di compagni di viaggi più o meno in sintonia. Di che si tratta? È presto detto: il progetto Ru Fus si muove sul bordo di due delle più influenti suggestioni provenienti dalla West Coast americana, il sound più sperimentale figlio di realtà seminali come Melvins e Green River e il tipico Seattle sound espressione di Soundgarden e Pearl Jam, sicuramente più noto al grande pubblico. Realizzato con l’aiuto di vari ospiti e compagni “di scena”, “Ru Fus” è un disco onesto e senza fronzoli, pregno zeppo di quell’amore per gli anni ‘90 che ne costituisce al contempo croce e delizia, ma privo di quelle asperità che permeano molti lavori simili proprio grazie ad un sapiente bilanciamento tra la componente noise e quella grunge. È così che “Fader up & down” ci riporta dritti ad annate tipo il 1995 e persino a quella fiorentissima scena noise/grunge delle nostrane coste adriatiche che cercò di reinterpretare – con alterne vicende – i modelli a stelle e strisce, mentre “Little clown” si apre verso il lirismo caro a Eddie Vedder e soci, con il singolo “Radiation” che insegue quegli stoppati cari ai primi Green Day che tutta la mia generazione conosce a menadito. Sono però ovviamente gli episodi più fuori dal coro ad attirare la mia attenzione: l’inizio in stile Candlemass di “Out side now” (è tutto vero, ascoltare per credere), una track che poi diluisce la plumbea metallizzazione dell’incipit grazie alle linee vocali e ci riporta oltreoceano, tra Alice In Chains e Green River, tra acidità e melodie sbilenche. Tanto sbilenco quanto sagace è anche l’arpeggio di “Like Coldest Winter”, sorta di incontro tra lo stile compositivo di Jerry Cantrell quello dei nostrani Ritmo Tribale, mentre un deciso indurimento viene impresso alla tracklist da pezzi come “Dead set” e “Fragments of asteroid”, su cui fanno capolino i pattern ritmici dei Metallica del black album da un sostrato tipicamente “spaced out”. Ru Fus resta comunque un divertissement da artista e come tale va trattato: nello stesso senso vanno letti gli inevitabili margini di miglioramento, come la timbrica vocale a volte monocorde, una copertina a mio parere scialba, i filler di cui è disseminato il disco e qualche momento interlocutorio ed eccessivamente derivativo, tra cui la citazione degli stacchi di “Nutshell” su “Season”. Se però penso ai camicioni a quadri di cui è pieno il mio armadio, mi rendo conto che si tratta di peccatucci veniali, e che tra i tanti Peter Pan di oggi Ru Fus possa vantare credibilità e valore da vendere, specie per noi “bimbi sperduti” in cerca dell’Isola Che Non C’è del grunge di annata!
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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