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Reviews - Rainbow Bridge
:: Rainbow Bridge - Dirty Sunday - (New Born Records - 2017)
È innegabile: qui a Raw & Wild abbiamo sempre avuto un’attrazione particolare per le sonorità “desertiche”. Sarà la nostra naturale collocazione a Sud (nonostante la residenza attuale di chi scrive...), sarà una questione anagrafica accompagnata al fascino dell’irresistibile video di “Green Machine”, fatto sta che i progetti dal sapore desert rock trovano spesso accoglienza favorevole su queste pagine virtuali. Desert, stoner o heavy/psych che dir si voglia, le definizioni servono a restringere il campo, ma dietro ci sono sempre delle teste pensanti che danno il proprio “taglio” alla proposta in oggetto. È il caso del trio nostrano Rainbow Bridge, tra le cui particolarità spicca la scelta di suonare in maniera completamente strumentale, e di aver registrato questo debut “Dirty Sunday” praticamente dal vivo, sotto forma di trentacinque minuti di improvvisazione declinati in cinque tracce. Il risultato? Buono, direi, anche perché la band può contare su un perno di tutto rispetto, il chitarrista Giuseppe “Jimy Ray” Piazzolla, dallo stile torrenziale e dalla verve improvvisativa che va oltre i soliti canoni di matrice ’60/’90 per abbracciare, quando serve, insospettabili aperture. Non aspettatevi dunque solitarie (e solipsistiche) cavalcate in uno Utah immaginario, a suon di slide guitar, banjo e simili: i Rainbow Bridge sono molto di più e lo dimostrano sin dall’opener “Dusty”, che è persino la traccia più vicina ai canoni del genere. Mettete insieme suggestioni diluite, richiami agli Screaming Trees, ai Quicksilver Messenger Service e anche qualche accenno alla lezione di Morricone e Bacalov. Come dite, sono praticamente la stessa cosa? Non proprio: semmai assumono organicità anche grazie allo stile “torrenziale” del già citato Piazzolla, che su “Hot Wheels” spiazza non poco l’ascoltatore portandolo su coordinate vicine al rock a stelle e strisce di Sammy Hagar (o di Satriani, perché no). Non bisogna però dimenticarsi che su questo disco è la dimensione strumentale a farla da padrona, per cui l’intento descrittivo non può essere confinato alle strette maglie di genere; è lo stesso motivo per cui in coda a “Maharishi Suite” sarebbe stato auspicabile che la band si spogliasse della propria linea dura e pura per beneficiare di una melodia vocale su un riff che sembrava congegnato per fare il verso ai migliori Wolfmother. Poco male, perché con la conclusiva “Rainbow Bridge” la band riporta il tutto su lidi a lei consoni, complice un tocco hendrixiano che non lesina aperture in stile Mountain, complice una sezione ritmica dialogica e incalzante. Affilate gli speroni e buon ascolto...
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

Contact
www.facebook.com/rainbowbridgemusic
:: Rainbow Bridge - James And The Devil - (Tarock Records - 2012)
Una intro che ha tutti i colori della sabbia calda del deserto, un suono vintage che sembra filtrare da una finestra appannata e irradiare una luce dai colori psichedelici: questa è la musica dei Rainbow Bridge, una tribute band che omaggia il genio incontrastato dei suoni distorti e blues di Jimi Hendrix con il project album “James and the devil”, un viaggio introspettivo che ha l’ardito scopo di stravolgere con frequenze soul ed elementi disturbatori, che qui diventano elementi innovatori, i famosi fraseggi e i ritornelli che siamo abituati a cantare del chitarrista fuoriclasse che ha cambiato gli schemi della musica. Parte dalla Puglia questo ardito trio e macina chilometri per paesi e città dai nomi a volte impronunciabili vantando all’attivo oltre cento esibizioni live che hanno quasi sempre l’aria di essere esperimenti, improvvisazioni, proponendo il repertorio di Hendrix come non si era mai sentito prima, una chitarra una batteria e un contrabbasso, creando atmosfere rarefatte e con introduzioni sperimentali che scatenano la curiosità anche dell’ascoltatore più attento che “non può” subito capire di che canzone si tratta e che ne resta di lì a poco estasiato. Quando ci si trova nella solitudine della propria stanza in una serata come questa ad ascoltare “James and the devil” ci si rende conto che le sterili (e troppo generiche) critiche degli ultimi tempi sul valore da dare alle tribute o alle cover band vengono meno, e ci si concentra sul suono pieno che amplifica lo stato d’animo e sulla mimesi dello scorrere ondulato di un vecchio vinile…
Il contrabbasso che introduce “Foxy Lady”, la voce sussurrata in “Hey Joe” e la batteria sabbiata e discreta in “Red Horse” descrivono la precisa essenza dei Rainbow Bridge, che inseguono la follia elettrica di Hendrix e il lento e sensuale movimento rhythm and blues con suggestioni psichedeliche e momenti desert-trip (“Manic Depression”), in un mix di audace originalità. In “All along the watchtower” c’è un bel po’ di Dylan, c’è Hendrix ma ci sono soprattutto i Rainbow Bridge con una versione sperimentale e personalissima, impresa non semplice considerando le molte versioni e interpretazioni esistenti di questa che è la cover delle cover! Voce e contrabbasso si cercano e si inseguono in “Purple Haze” scivolando piano “mentre baciano il cielo” verso l’ipnotico blues di “Voodoo Child”, ultima traccia che con discrezione si riallaccia all’intro come una virgola più che un punto e a capo, un disco innovativo per una tribute band originale. ”James and the devil” è un album così vintage (dall’artwork al suono) da sembrare maledettamente nuovo!
Voto: 8,5/10
sara centaro

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