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Reviews - Pro-Pain
:: Pro-Pain - Absolute Power - (AFM – 2010)
I Pro-Pain si affacciano al nuovo decennio con la loro tredicesima prova in studio, “Absolute Power”. Riconosco che si tratta di una di quelle band per cui la recensione potrebbe benissimo chiudersi qui: in fondo, siamo alle solite. La formula è ben oliata e collaudata (almeno per i die-hard fans di questa band), e gli ingredienti per un nuovo disco dei campioni del groove metal newyorkese sono ben disposti sul tavolo da cucina. Rabbia iconoclasta e impatto frontale, un po’ come sciacquare i panni degli Agnostic Front e dei Madball in acque metalliche aggiungendo una buona dose di assoli di ottima fattura. Una formula vincente all’apparenza, ma che personalmente manca della verve dei gruppi succitati e tende un po’ a stancare, complice il cantato monocorde e piatto del lider maximo Gary Meskil. Certo, questa volta qualcosa che stuzzica l’appetito c’è: una produzione davvero molto valida, e la presenza come ospite “di lusso” di Schmier dei Destruction, loro compagni di label. Inoltre, ad onor del vero, i Pro-Pain riescono ad azzeccare un paio di episodi compositivi ben riusciti, come la opener “Unrestrained”, “Stand My Ground” (featuring Herr Marcel “Schmier” Schirmer), e “Road to Nowhere” (densa di anni ’90 che più non si può). C’è anche spazio per l’insolita incursione nella melodia di “Gone Rogue (I Apologize)”, anche questa figlia della tradizione melodica (molto sporadica, per la verità) della scena East Coast. Come dire, anche i cattivi hanno un cuore. Ed evidentemente ce l’ho anch’io, visto che alla fine qualche colpo di capoccetta (headbanging, per gli anglofili) l’ho dato ascoltando “Absolute Power”. La sufficienza è assicurata…
Voto: 6,5
Francesco Faniello

Contact
www.pro-pain.com
www.myspace.com/propainspace
:: Pro-Pain - The Final Revolution - (SPV/Steamhammer - 2013)
Diceva un mio amico, implacabile collezionista di sette pollici: credi sia facile suonare sempre lo stesso accordo? La domanda celava un interrogativo a suo modo sagace, ribaltabile così: credi sia facile suonare sempre lo stesso pezzo? No, non lo è… ma i Pro-Pain ci riescono, eccome, da ben quattordici (!) album nel corso di un paio di decenni; la band giunge ora a “The Final Revolution”, dodici tracce in cui indefesso è l’attaccamento all’hardcore (metallizzato quanto basta) della East Coast: né troppo street punk nello stile di certe derive degli Agnostic Front, né troppo modernista insomma. E anche solo per questo per me meritano onori e riconoscimenti, per essere riusciti a rappresentare un vero e proprio bignami di come sia possibile suonare ruvidi e diretti pur vantando in formazione un chitarrista melodicissimo come Adam Phillips (non sarà Rocky George dei Suicidal Tendencies, ma fa come sempre la sua porca figura…). Qualcuno parlerà di suggestioni alla Pantera, ma bisognerebbe semmai ricordare che furono proprio Anselmo e soci a prendere a piene mani dall’hardcore connazionale per scrollarsi della patina metallizzante di “Cowboys From Hell” e lanciarsi definitivamente nello stardom del groove metal. Che poi abbiano successivamente influenzato infinite schiere di metalcorers è pacifico, ma non è poi il caso dei Pro-Pain, forti di un retaggio (e di un attaccamento ad esso) che più radicato non si può. La copertina? La stelletta è sempre lì, questa volta sul berretto militare indossato da un mastino, ed è tutto dire: non so se Gary Meskil e soci abbiano mai letto uno dei graphic novel di Art Spiegelman (“Maus”, in primis), ma la cosa non mi stupirebbe. Date le premesse, davvero non sarebbe necessario citare alcuna track, eppure trovo personalmente irresistibile la ritmica sostenuta di “Fall From Grace”, l’incipit thrashy di “Deathwish” (con vocals al limite del rap e il basso sempre in primo piano), il chitarrismo debitore dei Metallica in “All Systems Fail”, e soprattutto la funzione anthemica rappresentata da un pezzo come “Emerge”, questa sì legata al solco tracciato dai “veri” Agnostic Front. Disco monolitico, eppure consigliatissimo a chi voglia entrare nell’universo hc degli USA, e magari iniziarne a carpire i “segreti compositivi”. Insomma, “The Final Revolution” è un buon prodotto, se non fosse per due fattori: staticità e ripetitività. Due valori imprescindibili o due zavorre di cui fare a meno? Sta a voi deciderlo… ma d’altronde, se si pensa che da “Absolute Power” del 2010 (ultimo lavoro da me recensito) e quest’album è intercorso un altro disco (“Straight To The Dome” del 2012 – confesso di non averne ascoltato neanche una nota…), significa che la macchina Pro-Pain procede anche senza di me e tutti quelli come me. Inarrestabile.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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