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Reviews - Pretty Maids
:: Pretty Maids - Louder Than Ever - (Frontiers Records - 2014)
Appena il buon Antonio Abate mi ha girato il nuovo disco dei Pretty Maids, la mia prima riflessione era stata su come il gruppo danese si fosse lasciato alle spalle i proverbiali tempi biblici che separavano ogni sua uscita discografica nei primi anni di attività; d’altronde, avevo recensito “Pandemonium” solo nel 2010, per poi passare la palla al blasonato collega in occasione dell’uscita di “Motherland”, nel 2013. E invece no: questo “Louder Than Ever” è dichiaratamente un disco “cuscinetto”, uscito appositamente per non far passare troppo tempo tra una release originale e l’altra. Il nome dice tutto, riprendendo in parte uno degli anthem di “Future World”, per una tracklist di dodici brani, di cui quattro inediti e otto nuove versioni risuonate per l’occasione. Apparentemente una di quelle operazioni di dubbiosissimo valore, il disco ha il pregio di non toccare i primi passi della carriera dei Pretty Maids, né di metter mano agli ultimissimi dischi, per ovvi motivi: la scelta di deciso indurimento del suono lo renderebbe nel secondo caso inutile, nel primo addirittura dannoso. Parliamo delle songs inedite, dunque, che sono di sicuro tra le più in vista della tracklist, a testimonianza del persistente stato di grazia di Atkins e soci. L’opener “Deranged”, che più classica non si può, fa appena in tempo a sgombrare il campo da possibili tentazioni “poppettare” che “My Soul to Take” giunge rassicurante, proprio come la ballad che ti aspetti. E loro sono lì, a suonarla. Di sicuro le ballad sono parte integrante del DNA dei Pretty Maids, e questa è un’altra di quelle songs da ascoltare in autostrada, proprio quegli stradoni larghi che hanno in Danimarca (non me ne vogliano Atkins e soci se nella mia recente sortita danese ho tributato il Re Diamante piuttosto che loro, ubi maior…). Restano da citare “Nuclear Boomerang” (in pieno stile “Pandemonium”) e la conclusiva “A Heart Without A Home”, ballad semiacustica forse priva del mordente che ha reso celebre il quintetto nordeuropeo. Dicevamo dei remake, caratterizzati da quei suoni ultramodernizzati che fanno parte dei Pretty Maids del 2014: è il caso della rocciosa “Playing God”, guidata dal roboante drumming di Allan Tschicaja, con un restyling che a mio parere esalta le già buone idee presenti negli originali. In questo senso, è ora possibile godere appieno dei passaggi minore/maggiore su “He Who Never Lived”, che esaltano la perizia tecnica di Ronnie Atkins, incontrastata ugola d’oro del combo, e del sapore oscuro di “Tortured Spirit”. I più attenti avranno capito come la band abbia “saccheggiato” in particolare il periodo compreso tra gli anni ‘90 e i 2000, con particolare attenzione per “Planet Panic” (2002), un disco all’epoca non accolto benissimo dalla critica, i cui estratti sono qui riproposti in una veste sicuramente più appetibile. Insomma, se siete curiosi di dare un ascolto a “Louder Than Ever”, fatelo pure, purché lo prendiate per quello che è: un disco di passaggio, destinato – si spera – a lasciare a breve il passo alla prossima fatica dei Pretty Maids.
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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www.prettymaids.dk
:: Pretty Maids - Motherland - (Frontiers Records - 2013)
Nuovo album per questa gloriosa band danese: se non erro siamo arrivati al quattordicesimo disco! Ho sempre apprezzato i lavori di Ronnie Atkins & co., ritenendoli geniali, sempre freschi e al passo con i tempi, ed è proprio di questo che volevo parlare, del sound che la class metal band ha sposato per questa nuova epoca: un sound moderno e potente che non porta comunque a snaturare la bellezza delle melodie griffate a cui ci ha abituati nel corso degli anni.
Lo scorso album è stato ritenuto addirittura uno dei più belli della loro carriera (di per sé piena di capolavori e must del class metal come “Future World” e “Jump The Gun”) e credo che piazzare dopo tanti anni un disco bello come “Pandemonium” non sarebbe stato facile per molti, ma non per gente di classe come i Pretty Maids.
Eccoci al nuovo album: chiaramente, se la precedente formula aveva portato fortuna perché cambiare? Infatti, questo nuovo “Motherland” si distacca veramente poco dal suo predecessore, con scelte melodiche che oggi appaiono quasi goth oriented mescolate con i classici riff di stampo griffato e di scuola anni ’80, il tutto abbinato ad un sound più potente di chitarra, per un risultato veramente avvincente. E comunque il protagonista dei Maids è uno: Ronnie Atkins, camaleontico cantante che mi ha sempre strabiliato per la sua duttilità vocale nell’alternare la voce pulita al suo magnifico graffiato (come fa? Boh!)… di singers così dotati ne nasce uno ogni mille anni!
Ora, per poter ascoltare oggi per un disco così bisogna capire cosa è il class metal. Chi non lo sa è meglio che continui ad ascoltare quello che ha sempre ascoltato senza andare a sporcare certe delizie dedicate solo a veri cultori; e gli stessi cultori hanno ormai compreso che quello che oggi propongono i magnifici Pretty Maids è uno stupendo disco di puro class metal dalle sonorità moderne, fresche e al passo coi tempi: semplicemente bellissimo!
Per averne prova, basta arrivare a brani come “Sad To See You Suffer”, magnifica e commovente cavalcata melodica da ascoltare all’infinito; ma se si torna indietro al singolo e videoclip apripista di questo cd, “Mother Of All Lies” si può ascoltare l’anima di tutto quello che sono e sono stati i Pretty Maids, una leggenda vivente del metal. Bellissimo!
Voto: 9/10
Antonio Abate

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www.prettymaids.dk
:: Pretty Maids - Pandemonium - (Frontiers Records - 2010)
Nuovo album per i veterani danesi di Heavy Metal/AOR, i Pretty Maids. A distanza di quattro anni dal precedente lavoro, la band guidata da Ronnie Atkins e Ken Hammer aggiunge un altro tassello alla sua discografia. Si tratta di un disco che in parte riprende quanto di buono ascoltato in “Future World” (correva l’anno 1987), e che appare come “stato dell’arte” della band nel 2010: chitarre taglienti senza dimenticare le ballad strappalacrime, e una vena oscura creata dalla camaleontica voce di Atkins, in grado di sfoderare a tratti una timbrica tagliente che lo porta lontano dai classici stereotipi del genere. Il disco appare ben costruito in apertura, con l’accoppiata killer della title-track (impreziosita dalle atmosfere create dalle tastiere di Morten Sandager, entrato ormai in pianta stabile nella band) e di “I.N.V.U.”, in cui torna quella strofa pulita che è stato trademark del gruppo negli anni ’80, e a cui, per inciso, tanto devono band come gli Stratovarius. Qua e là “Pandemonium” presenta altri brani davvero degni di nota, alternati a ruffianate come la danzereccia “Little drops of Heaven” (il primo singolo estratto) e “Final day of innocence”. “One world one truth” è densa di cori pomposi alternati a riffs in up-tempo che conferiscono buona dinamicità al brano, mentre “It comes at night” (qui presente anche in una versione remix) si pone chiaramente come anello di congiunzione tra i Pretty Maids di ieri e quelli di oggi, con una produzione davvero cristallina che ne esalta appieno le melodie vocali, vera guida in questo viaggio sonoro. In definitiva un buon disco, non immune da cadute di stile ma scorrevole e vario.
Voto: 7,5
Francesco Faniello

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