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Reviews - Paul Chain
:: Paul Chain - Alkahest (Re-issue) - (Minotauro - 2016)
Ristampa di uno dei dischi del mitico polistrumentista pesarese! Ricordiamo che Paul Chain è un polistrumentista completamente autodidatta, ha iniziato a suonare la tastiera nel 1968, i tamburi nel 1970, chitarra e basso nel 1972, ed è diventato un vocalist nel 1980. Nel 1977, insieme a Steve Sylvester, ha fondato i Death SS, la storica band italiana, nota per la sua fusione unica di suoni hard&heavy, teatro dell’orrore e occulto. Ma facciamo un salto sino al 1995… “Alkahest” doveva essere il disco del rilancio di Paul, anche per la prestigiosa collaborazione con Lee Dorrian dei Cathedral; ma il fallimento dell’etichetta Flying Records (per la cui branca Godhead usciva all’epoca il disco) ha permesso all’epoca di distribuire relativamente poche copie del disco. Dopo varie vicissitudini (tra alti e bassi) si era appreso della ‘morte’ (artistica) di Paul Chain, e la contestuale ‘nascita’ di Paolo Catena (che di recente si afferma anche come pittore astratto). In ogni caso, non possiamo dimenticare il suo percorso artistico, eternamente segnato da evoluzioni e improvvisazioni musicali, da visioni e atmosfere, contro la disumanizzazione della società moderna; e continua ancora oggi, staccato dai clamori del mondo moderno, cercando di aumentare l’energia positiva… Cercando su internet il significato di “Alkahest” scopro che, secondo gli alchimisti del passato, era una sostanza in grado di sciogliere qualsiasi materiale (compreso l’oro) – quasi un paradosso per quello che è accaduto con l’uscita di questo disco (i maligni direbbero che c’è un po’ di sfiga attorno a Paul/Paolo!). Ebbene, tralasciando le disgrazie, il disco è un concentrato di doom di scuola sabbathiana, convogliato grazie sia alla maestria del nostro Paul, sia all’interpretazione del singer Dorrian; questa nuova ristampa (in edizione limitata) vede l’aggiunta della bonus track “Electric Funeral” (un’interpretazione personale molto più oscura e psichedelica della versione sabbathiana – merita davvero!). Come scrivevo poche righe fa, il disco si muove sul classico sound sabbathiano e lo si percepisce sin dalla prima traccia “Roses of Winter”, cantata “in lingua fonetica” dallo stesso Chain, per non parlare di “Living Today”, “Sand Glass” e “Three Water”, tre colossi che da soli rappresentano la punta di diamante dell’intera produzione del chitarrista pesarese. Ecco dunque che la voce corrosiva di Dorrian si fa sentire in tutto quello che era originariamente il lato B del disco, mescolandosi perfettamente con i riff e le atmosfere: “Voyage to Hell” (nuova versione dell’originale presente su “Detaching from Satan”) è un brano diverso, più diretto e perfettamente aderente al cantante inglese e alla sua discografia… altrettanto valga per la traccia successiva, “Static End”! “Lake Without Water” invece, è una ballata onirica (acustica) che ricorda un po’ “Laguna Sunrise” – belle le atmosfere a metà tra mistico e psichedelico, con un’importante citazione dei Gobelin nella partitura. C’è davvero tanta roba in questo disco, come nel torbido e tormentosissimo doom da dieci minuti di “Sepulchral Life” (non è un brano per tutti)… Cos’altro aggiungere alle tante (e belle) recensioni su questo disco? Nient’altro! Se lo avete perso all’epoca, non potete far finta di niente oggi – non avete più scuse. E ricordatevi: “La storia del doom passa anche da qui”!
Voto: 9/10
Giovanni Clemente

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www.minotaurorecords.com
:: Paul Chain - Cosmic wind - (Beard of stars rec. - 2003)
Ed ecco arrivare l’ennesimo lavoro di un artista indiscutibilmente “pazzoide” ovviamente come tutti i grandi artisti, “cocciutamente” convinto nel poter agire nella totale libertà del linguaggio artistico musicale (e non solo) nella sua forma più intrinseca e vera, esplorando ed evolvendosi di volta in volta e “disorientando” un po’ tutti; effettivamente tutto ciò comprovato in ogni album che il buon Paul ci è andato presentare negli anni, dove egli stesso ha potuto permettersi di fare tutto ciò che ha voluto andando al di là di ogni regola conformista, andando oltre l’anarchia musicale, contrario ad ogni legge di mercato e pronto a cambiare direzione al cospetto di un facile “sputtanamento” della sua immagine, ed il fatto che solo recentemente (mai tale decisione fu tanto propizia) si è arrivati alla morte artistica di Paul Chain, la dice lunga su di un’attitudine al di fuori del comune…ma questa è un’altra storia…“Cosmic Wind” non è altro che la continua del precedente “Sign From Space”, risultato di una due giorni di improvvisazioni musicali free-form. A differenza del già citato “Sign…” che presentava quattro tracce, su “Cosmic…” si propongono due sole lunghe suite dalla durata complessiva di quarantotto minuti. Musica che viaggia a tributo di un’avvolgente “psichedelia lucida”, ispirata quindi più da una forza “spirituale” che dalle droghe, dall’alcol, dall’acido o porcherie del genere come di solito avviene in codesti ambienti e dove Paul Chain ha sempre dichiarato il suo disappunto a riguardo.
Risultati sorprendenti sono stati ottenuti grazie all’uso di apparecchiature vintage e dal basso costo di produzione che si sposano perfettamente con lo stile proposto.

R
:: Paul Chain - Park of reason - (Beyond prod. - 2002)
C\'è sempre il rischio di ripetersi ogni qual volta che bisogna recensire un nuovo lavoro firmato Paul Chain, ed ogni volta c\'è sempre il rischio che qualsiasi commento si faccia su di esso, risulti incompleto, difficile o addirittura inconcludente, si, poiché come anche nel caso di quest\'ultimo Park Of Reason, le parole servono a ben poco…soprattutto se colui che legge questa, non ha idea di cosa possa contenere un album del musicista pesarese.
Ho sempre considerato Paul Chain un personaggio \"sfuggente\", che sfugge cioè, da ogni regola (musicale?), che sfugge dalle mani del suo ascoltatore, che sfugge forse perché no, anche da se stesso, disorientando tutto e tutti con la sua innata indole di improvvisare composizioni apparentemente astratte, surreali, a volte claustrofobiche e soffocanti, a volte sognanti ed emozionali, ma di grande comunicatività nonostante il suo linguaggio fonetico.
Park Of Reason, il quale non è altro che un volume comprendente più containers, è l\'album che accontenterà di sicuro, parte di quel pubblico affezionato al lato più doom e meno sperimentale delle sue produzioni. Gemme del valore di \"Solitude Man\" e \"Sanctuary Heve\" (uscite tempo fa su due diversi 7\" sempre per Beyond Prod.), oppure \"War Abysses\" e la cover dei Saint Vitus \"Let The End Begin\" o l\'ultima bizzarria che da sola vale il costo del cd, \"Logical Slow Evolution…In Time\" (ascoltabile in due o tre versioni differenti, \"giocando\" con la bilancia), non sono proprio da sottovalutare.
Che altro dire? Un\'altra lezione, un altro piccolo grande capolavoro…da avere.

R
:: Paul Chain - Paul Chain / Johar - (Quasar Records - 2002 - split)
Prodotto piuttosto particolare e per certi versi atipico nei contenuti, soprattutto di questi tempi, il cd split proposto dalla pesarese Quasar Rec..
Si tratta di uno split album che vede contrapporsi gli Johar, giovane ed interessante band italiana e Paul Chain, che non ha certo bisogno di presentazioni se poi gode di fama di poliedrico musicista, nonché talent-scout di valide promesse musicali, di cui (come nel caso degli Johar), ne è produttore artistico.
Gli Johar confezionano sei brani intriganti e di non facile collocazione, ma riconducibili a grandi linee (si avvertono influenze blues, jazz fusion, ecc.) ad un prog rock anni \'70, dove tastiere e flauto ricoprono una parte rilevante nell\'economia stilistica della band.
Se da un lato il songwriting si dimostra piacevolmente elaborato, ma non esasperato, molta cura viene posta in fase di scrittura dei testi (in italiano ed inglese), di non facile interpretazione se non si ha dimestichezza per la letteratura (leggi l\'intervista per dettagli).
Sufficiente la produzione, mentre, staremo ad aspettare, per un giudizio più chiaro e definitivo, il loro prossimo lavoro magari di più lunga durata: per il momento, raffinatezza e assoluta personalità fuori dal comune.
Sul versante Paul Chain c\'è da dire invece che le tracce, oltre ad avere in comune lo stesso container, le potremmo identificare in un\'unica suite divisa in tre parti ma \"strettamente collegate\" tra loro (almeno a giudicare dai titoli), seppur si identifichino per diverso stile: \"Bifore The War\" ad esempio gioca su atmosfere oscure di grande effetto ed arricchite dall\'innesto di flauto e backing vocals femminili, mentre \"Listening Caos\" ci riporta a sperimentazioni elettro-space/jazz dei suoi più recenti lavori, a differenza invece di The End Of A Love Conflict, sorprendentemente triste e allo stesso tempo solare, risultando uno dei migliori pezzi di sempre dell\'artista di Pesaro.

R
:: Paul Chain - The improvisor - Sign of space / Master of all times - (Beard of stars rec. - 2001 / Andromeda relics - 2001)
Penso che mai come in quest’ultimo periodo, l’attività del poliedrico musicista pesarese, sia stata così intense: uscite discografiche che si susseguono nell’arco di breve tempo, la stessa discografia, che si ingigantisce sempre più e le decine di piccole etichette indipendenti che sembrano quasi far fatica nel seguire il “prolifico” Paul Chain, per non parlare poi della metamorfosi artistica che ha subito il suo nome ed il “container system”; insomma tante cose che forse saranno sfuggite ai più qui nel nostro paese, d’altronde sappiamo che il suo talento è conosciuto più all’estero che in patria…
I due dischi in questione sono, come tradizione, totalmente improvvisati ma sostanzialmente differenti. Il primo, Sign From Space è un viaggio nel cosmo dove la psichedelica settantina che rese famosi gli Hawkwind la fa da padrone. Spontaneo (è ovvio…), apparentemente semplice nelle intenzioni, ma profondo nell’animo come del resto tutti i lavori targati Paul Chain, l’album contiene quattro tracce di cui la prima funge da intro; non è che l’inizio poiché è previsto un secondo capitolo del lavoro.
Master Of All Times è invece un lavoro più particolare, nel senso che sono stati introdotti strumenti raramente utilizzati (flauto, violino ecc.) nei precedenti dischi e ciò rende il suono molto armonioso grazie anche all’intramontabile organo hammond.
Reminiscenze prog degli anni ’70 si fanno sentire qua e là, ma il tutto vuole essere molto, ma molto sperimentale. Preciso l’incedere del drumming di Danilo Savanas, mentre c’è da segnalare la totale assenza
Il CD contiene cinque “suites” di musica atmosferica e sognante che difficilmente piacerà alla “massa”, ma sicuramente farà la felicità di coloro che credono in “piccole, grandi sensazioni musicali”.

R
:: Paul Chain - Unreleased vol.1 - (New LM rec. - 2003)
Allora, facciamo un pò di ordine: per chi non ancora lo sapesse, la carriera di Paul Chain è finita da un pezzo e per scelta dello stesso artista marchigiano, che ha preferito così chiudere i conti con un passato e con un moniker troppo legato a rimandi dei Death SS e di stralci di una vita in cui non si riconosceva più.
Un’indole più unica che rara la sua, e poi, iper-attivo ed impossibile immaginarlo lontano dai suoi “macchinari” senza produrre un qualcosa. Non si riesce neanche forse ad immaginare quanta roba sia stata registrata nell’arco della sua carriera e mai pubblicata in maniera ufficiale; tuttavia è proprio da questo “archivio” che vengono estrapolate alcune tracce inedite risalenti a diverse epoche e suddivise in due volumi (il secondo uscirà a breve per la storica Minotauro Rec.) se non altro per rispettare contratti discografici con le due etichette.
Sinceramente non ho idea se nella scelta dei brani sia stato attuato un certo criterio, ossia ricavarne una sorta di “the best” dello sconosciuto, ma fatto sta che le songs sono vere perle per ogni estimatore del “vecchio” Paul Chain, oltre che per amanti del doom.

“Un album di canzoni”, così il “vecchio” Paul mi descrisse questo lavoro, ed in effetti di canzoni trattasi, accessibili un pò a tutti e che scorrono via in modo facile e diretto, sempre comunque contraddistinte da un inconfondibile stile. Tradizionali, a volte meravigliosamente sempliciotte, a volte angoscianti e geniali e si potrebbe parlarne ancora per ore…

R
:: Paul Chain - Unreleased vol.2 - (Minotauro - 2004)
Come preannunciato più volte, questo secondo capitolo di inediti può essere considerato il canto del cigno del poliedrico artista pesarese, ovvero la fine di un ciclo iniziato con i Death SS ed evolutosi nel corso degli anni, fino a questo meditato epilogo.
Artista, o meglio, artigiano unico nel suo genere, a volte schivo ed incompreso, sempre lontano dai riflettori, istintivo e leale, e molto altro ancora era Paul Chain, che doveva suo malgrado fare i conti a vicende personali “scomode” del passato, magari mai rinnegato, ma che nel quale non si poteva più riconoscere. Riposto in un “armadio” quindi il personaggio Paul Chain, ora la figura Paolo Catena può proseguire da sola e liberamente in altri progetti artistici, senza più i vincoli di una doppia ed incombente personalità.
Addentrandoci nello specifico di questo secondo volume, non può che colpire subito all’attenzione l’illustre partecipazione di Mr. Scott Weinrich alias “Wino”, ex singer di Saint Vitus e autore o comprimario di mille altri progetti quali Obsessed o Place Of Skull.
I due brani su cui Wino va a prestare la voce “Bloodwing” e “Nibiru Dawn”, appaiono subito molto valide, in particolar modo la seconda, una vera gemma in pieno stile doom. Il resto è altrettanto buono, con due canzoni vere, oscure e velate di malinconia (“Wrong Woman” e “So Low Far Again”) e tre episodi strumentali dove l’improvvisazione è d’obbligo.
Si vocifera di un dvd con estratti live, staremo a vedere…

R
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