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Reviews - Padus
:: Padus - Colloqui con il Satana - (Autoprodotto - 2019)
Chissà a quale versione del satanasso si riferisce MZ, mastermind dei rodigini Padus, quando ne fa il protagonista dei colloqui del titolo: misteri dell’avantgarde, sia di quello nostrano che di quello internazionale. Il fatto è che il mio approccio con quello che apprendo essere il secondo lavoro dei Padus è avvenuto in maniera molto diretta, mettendo su l’album senza neanche guardare i titoli, almeno al primo ascolto. Ovvio che ciò che salta alle orecchie è la totale assenza di schemi che pervade le otto tracce incluse, legate comunque da un denominatore comune ravvisabile nell’atmosfera funerea propria della Pianura Padana che avvolge ognuna delle “variazioni” di “Colloqui con il Satana”. Non pensate comunque a gente come i Solitude Aeturnus: in questo lavoro non c’è traccia di afflato epico o di quelle melodie incastonate nelle tipiche atmosfere sulfuree del doom classico; piuttosto, la ricerca atmosferica va di pari passo con l’intento sperimentale, che nelle parole stesse di MZ porta alla realizzazione di un progetto di chiara matrice doom/dark ambient tramite la riproposizione in chiave moderna di un classico trio jazz: batteria (programming, in questo caso), basso distorto (lì dove in origine c’era un contrabbasso) e organo a canne (in luogo del pianoforte). Jazz o non jazz, il risultato è scarno ma d’effetto; come è chiaro, si tratta di una one man band, espressione di MZ e tributo alla sua terra natia sin dal monicker, che richiama il nome latino del Grande Fiume. Ma i richiami non si fermano qui: la carica evocativa dei filari di alberi a ridosso degli argini e quella della bruma mattutina che stenta a scemare (specie in questa stagione) sono impressi a fuoco nelle tracce di “Colloqui con il Satana”,che pagano l’inevitabile tributo (a livello di ispirazione) ai Maestri italiani del doom, Mario “The Black” Di Donato e Paul Chain. In particolare, è la voce a rappresentare lo scoglio più aguzzo nonché il riferimento più diretto a The Black: declamata, decadente, elemento di rottura, ricorda a tratti l’effetto raggiunto dalle frange più oscure dell’HC nostrano (Stigmathe e Bed Boys su tutti), seppur in un sostrato chiaramente cadenzato e tetro. Sì, ma le tracce? Pane per i denti degli esistenzialisti, direbbe Totò (e a buona ragione, visti i richiami al trio jazz e all’Inferno che rappresentano I punti in comune con uno dei momenti più geniali della filmografia del Principe): l’incedere marziale dell’opener “L’oscura saggezza” è subito permeato da un’atmosfera da carillon infernale che non abbandonerà mai l’ascoltatore, neanche nelle aperture tipicamente stoner rock di “Ballata sulla fossa”, con il suo riffing di basso di chiara derivazione sabbathiana; e poi c’è “L’occhio di Giove” non avrebbe sfigurato in una sonorizzazione dell’Inferno di Bertolini, de Liguoro e Padovan, cui fanno da contraltare la minacciosa “Angolo buio”, “Resurrecturi”, che rispolvera l’amato organo, e “L’Oltre”, l’apocalittica strumentale conclusiva. Con queste premesse, non ho dubbi che il progetto potrà regalarci varie sorprese in futuro, specie limando alcune asperità, che sono comunque più che comprensibili nel contesto in cui sono collocate.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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