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Reviews - Orchid
:: Orchid - The Mouths of Madness - (Nuclear Blast - 2013)
Dopo essermi fatto inopinatamente passare sotto il naso la loro calata italiana, eccomi a recensire il secondo album degli Orchid, “The Mouths of Madness”. Già, gli Orchid: l’altro giorno si discuteva del reale valore di una band che fa dell’essere derivativa una vera e propria bandiera; in questo caso, ciò è evidente dalle soluzioni musicali proposte più che dall’iconografia. Discorsi da bar, appunto (chissà se i quattro di Frisco sarebbero contenti di sapersi al centro di un discorso da bar…), e pare quasi superfluo ricordare che i loro padri putativi sono una band nata a Birmingham più di quaranta anni fa e foriera di un sound tanto nuovo quanto duraturo sin dalle prime note emergenti dal temporale che introduce il primo, omonimo brano del primo, omonimo album. Ok, ma la musica? Specifico la mia domanda: a mio parere, il valore di una band non è dato unicamente dall’originalità del proprio sound (un concetto quanto mai relativo), ma anche dal valore delle proprie composizioni (concetto anche questo relativo, ma facilmente verificabile anche a livelli più elementari). E la musica non si lascia mettere in secondo piano, in questo secondo album degli Orchid, a partire dalla title track in apertura, che contribuisce seppur parzialmente a smarcare il combo dalla pesante influenza sabbathiana. L’incisività della track in questione fa pensare a uno di quei dischi tipo “Iommi” del 2000, insomma a quelle sonorità che partono dalla lezione del Sabba Nero per poi abbracciare i dettami della modernità. Una delle migliori performance del singer Theo Mindell, tra l’altro, di cui non ho mai amato alla follia il timbro (trovandolo lievemente sforzato), pur riconoscendone il magnetismo. La successiva “Marching dogs of war” ha il merito di riportare certe tematiche testuali al centro di un certo modo di fare doom, stoner e metal in generale, aggiungendo anche un’azzeccata familiarissima armonica a bocca. Se anche l’onirica “Silent one” ricorda il già citato Iommi solista, qui il drumming schiacciasassi di Carter Kennedy si fa marchio di fabbrica, per poi firmare l’incedere di “Nomad”, uno degli episodi migliori dell’album, sospeso a metà tra un roccioso hard rock e la psichedelia delle sovrapposizioni vocali. E poco importa se gli Orchid si ispirano a varie realtà dei favolosi anni ’70, con “Flight of the rat” dei Deep Purple che riecheggia nel break, con la struttura di “Mountains of steel” che ricorda da vicino le architetture di “A National Acrobat” (devo specificare?) e con l’intro di “Leaving it all behind” che fa tremare i polsi per quanto richiama “After forever”: è uno sport troppo facile. Certi rimandi sono più che voluti, colte citazioni da mestieranti che non scalfiscono di un grammo l’opera di ricerca e le soluzioni proposte, che giungono a pescare nel caleidoscopio zeppeliniano, passando per l’energia dei Wolfmother e infine giungendo a varie affinità con un altro combo emergente di San Francisco, gli Assemble Head in Sunburst Sound, da cui è mutuato il sapiente uso dell’organo, in un mood quasi soul. Restano da descrivere l’incedere felpato “Loving hand of God”, che sfocia nel delirio chitarristico di Mark Thomas Baker, e il lo-fi a metà tra lo stoner e i Saint Vitus dell’incisiva “Wizard of War”. Il titolo della conclusiva “See you on the other side” mi aveva fatto pensare ai Witchfynde, ma è solo un anelito nostalgico… In definitiva, tranquilli: H.G. Wells e la sua macchina del tempo non vanno scomodati, questa volta. Piuttosto, gli Orchid sono qui a dimostrare una mia vecchia teoria, che premia l’efficacia e i risultati di chi suona la musica del 1973 con la consapevolezza del 2013, e con uno sconfinato bagaglio bibliografico a disposizione: un vantaggio non da poco, credetemi, e comunque imprescindibile dalle capacità della singola band. Per quanto riguarda questo eccezionale quartetto, la lancetta pende decisamente sul versante positivo.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

Contact:
www.orchidsf.com
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